giovedì 10 novembre 2016

Regno Unito
Identificato un codice appartenuto a san Tommaso Becket. Il salterio dell’arcivescovo
L'Osservatore Romano
(Gabriele Nicolò) Quando fu assassinato, nel 1170, Thomas Becket aveva in mano il suo libro di Salmi personale: lo stesso manoscritto che lo storico Christopher de Hamel afferma di aver trovato nella Parker Library di Cambridge.
La tesi sostenuta dallo studioso è scaturita da una conversazione, poi rivelatasi illuminante, con un collega che gli aveva mostrato un’annotazione contenuta nel Sacrists’ Roll della cattedrale di Canterbury, risalente al 1321. Questa pergamena fornisce una dettagliata descrizione del salterio che, rilegato con pietre preziose, era conservato come una reliquia nella tomba del santo arcivescovo inglese. Christopher de Hamel, citato dal «Guardian», afferma che in quel momento ha avuto un’intuizione. La descrizione corrispondeva perfettamente a un codice dei Salmi che aveva già visto e analizzato: si trattava appunto del manoscritto conservato nella Parker Library. Lo storico dunque si dice convinto che si tratta dello stesso manoscritto custodito nel reliquiario di Becket.
Secondo una nota del XVI secolo, come ha ricordato Alison Flood sul «Guardian», quel salterio un tempo era appartenuto all’arcivescovo ma secondo Christopher de Hamel «gli studiosi hanno sempre pensato si trattasse di un’ipotesi senza fondamento, trascurando così il decisivo legame tra l’annotazione del Sacrists’ Roll e il manoscritto conservato nella Parker Library».
In un articolo pubblicato sulla «Saturday’s Guardian Review» Christopher de Hamel — autore di un libro che sta riscuotendo grande successo in Gran Bretagna, Meetings with Remarkable Manuscripts — sostiene che il salterio fu copiato a Canterbury all’inizio dell’xi secolo. Venne trascritto per Alphege, arcivescovo dal 1005 al 1012, che venne trucidato dai vichinghi a Greenwich: venerato come santo sia dalla Chiesa cattolica che, più tardi, dalla Chiesa anglicana, Alphege fu il personale patrono di Becket, che per lui nutriva una grande devozione.
L’annotazione del Sacrists’ Roll attesta che il salterio appartiene all’arcivescovo di Canterbury, cioè Alphege, e che si tratta di un codice per uso personale. «Sono convinto — afferma lo storico di Cambridge — che Becket s’imbatté in questo libro e che, in segno di fedeltà al suo amato patrono, ne prese subito possesso».
Corrobora questa tesi un particolare certamente non trascurabile: la vetrata istoriata della Trinity Chapel a Canterbury mostra l’arcivescovo con in mano un libro che ha le stesse dimensioni del salterio in questione e quella stessa raffinata rilegatura decorata con pietre preziose. La vetrata è situata sopra il reliquiario di Becket ed è quasi contemporanea al martirio del santo. Sotto il regno di Enrico VIII, il reliquiario venne distrutto.
«Ovviamente — afferma lo studioso — chi realizzò quella vetrata intese mostrare ciò che era contenuto nel reliquiario, obbedendo anche a una strategia di marketing. E quando la sepoltura fu distrutta, nulla che in essa era conservato si salvò, eccezion fatta per il salterio».
Numerosissimi fedeli che giungevano nella cattedrale inglese — tra loro Geoffrey Chaucer, che nei celeberrimi Canterbury Tales descrisse quei pellegrinaggi alla tomba del popolarissimo martire — videro nel salvataggio del salterio il segno di una precisa volontà divina.
La tesi di Christopher de Hamel, incentrata sulla presenza del codice al momento dell’assassinio, aggiunge un particolare toccante alla tragica fine di Becket, subito visto come simbolo della difesa della fede contro l’assolutismo politico. Tratto, questo, reso magistralmente nel notissimo dramma di Thomas Stearns Eliot Murder in the Cathedral (1935), che raffigura la radicale contrapposizione tra potere civile e potere spirituale. E in questo contesto il salterio è segno della preghiera che nel personaggio celebrato da Eliot rappresenta una delle caratteristiche di ogni cristiano, soprattutto di quanti sono destinati alla testimonianza estrema del martirio.
E come afferma l’arcivescovo nel dramma di Eliot, durante la messa di Natale del 1170 celebrata nella cattedrale di Canterbury, «un martirio è sempre un disegno divino e mai un disegno dell’uomo, perché il vero martire è colui che è diventato lo strumento di Dio e che non desidera più niente per se stesso, neppure la gloria di essere un martire». E questa affermazione sembra richiamare i versi del terzo canto del Paradiso dantesco, nell’incontro con Piccarda Donati, E ‘n la sua voluntade è nostra pace che ricordano all’umanità il dovere di conformarsi alla volontà divina, fino all’annullamento di se stessi.
Ed Eliot, che per Dante aveva una vera e propria venerazione, riconosce in Becket la figura perfetta in cui esprimere questo concetto. Così, quando i quattro cavalieri irrompono nella cattedrale per ucciderlo (forse su ordine di Enrico ii), l’arcivescovo, pur sollecitato dai suoi sacerdoti a fuggire e a mettersi in salvo, rimane al suo posto, pronto, per il bene della Chiesa, a subire il martirio. Prima di essere assassinato, come attestano documenti d’epoca, andò nella sua stanza a indossare per l’ultima volta i paramenti sacri, tra i quali la mitria e l’anello. Tenendo stretto nella mano il suo salterio personale ora identificato da Christopher de Hamel.
L'Osservatore Romano, 9-10 novembre 2016