mercoledì 16 novembre 2016

Papua Nuova Guinea
A colloquio con l’arcivescovo John Ribat che sarà il primo cardinale di Papua Nuova Guinea. Per rispondere a un mondo che cambia
L'Osservatore Romano
(Stefano Girola) «Siamo dalla parte delle persone e dovremmo essere lì per loro quando il governo non può aiutare»: parla di una Chiesa che vive e opera accanto alla gente, cercando di dare sostegno in contesti sociali difficili e di fronteggiare anche le nuove emergenze come quelle dovute ai cambiamenti climatici. Nel raccontare se stesso, la sua storia familiare, il suo impegno pastorale, l’arcivescovo di Port Moresby, John Ribat — che nel concistoro del prossimo 19 novembre sarà creato primo cardinale della Papua Nuova Guinea — esprime tutto il suo intenso legame con la sua terra e il suo popolo.
Nato nel 1957 a Volavolo, nella provincia della Nuova Britannia Est, in Papua Nuova Guinea, è un religioso dei missionari del Sacro Cuore di Gesù e dal 2007 è arcivescovo di Port Moresby; in precedenza ha guidato la diocesi di Bereina e ha lavorato per qualche tempo come maestro dei novizi a Rabaul e nelle Isole Fiji. È stato inoltre presidente della Conferenza episcopale di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone ed è l’attuale presidente della Federazione delle Conferenze dei vescovi cattolici dell’Oceania.
L’annuncio della nomina del primo cardinale di Papua Nuova Guinea è stata accolta con gioia e orgoglio dalla Chiesa locale. Qual è stata la sua reazione?
È stata una vera sorpresa. Non sapevo niente. Quando il nunzio apostolico, l’arcivescovo Kurian Matthew Vayalunkal, ha ricevuto la notizia da Roma, mi ha chiamato a tarda sera dicendomi di avere un importante messaggio per me. Mi ha chiesto a che ora sarei andato a dormire. «Tra le 22 e le 22.30», ho risposto. «Non vada a letto. Verrò a trovarla». Mi sono un po’ preoccupato e ho iniziato a chiedermi: «Che sta succedendo? Che cosa ho fatto o ho dimenticato di fare?». Il nunzio è arrivato. Ci siamo seduti a un tavolo, mi ha stretto la mano e ha annunciato: «Congratulazioni, Papa Francesco l’ha nominata cardinale». Sono rimasto in silenzio per un po’, senza sapere che cosa rispondere. Poi ho detto: «Se questa è la volontà di Dio, che egli mi conceda la forza per sostenere questa responsabilità».
Da bambino, crescendo in un villaggio, avrebbe mai immaginato che questo sarebbe potuto accadere?
No di certo, ma ricordo sempre uno strano episodio avvenuto quando frequentavo le superiori. Avevo all’incirca quindici anni ed eravamo in vacanza. Durante un picnic uno dei ragazzi mi disse: «Un giorno mi darai la Comunione». In realtà non so perché l’abbia detto, visto che non eravamo in seminario e non stavo ancora nemmeno pensando di entrarci. Tuttavia, in questi giorni ho ripensato a quell’episodio. Quel ragazzo adesso è mio cognato.
Perché ha deciso di diventare sacerdote?
Penso che a influenzarmi maggiormente nella vita religiosa siano stati i miei genitori. Abitavamo in un villaggio e loro erano devoti cattolici della seconda generazione. Erano persone semplici, non molto istruite, ma avevano una fede solida. Abitavamo molto lontano dalla città in cui si trovava la scuola e dove i missionari celebravano messa. Dovevamo camminare e attraversare fiumi in canoa per arrivarci. Non esistevano strade buone e il percorso poteva richiedere anche otto ore. I missionari erano tedeschi: ne ammiravo la dedizione al lavoro, notando come la gente si fidasse di loro incondizionatamente. Senza dubbio qualcosa ha iniziato a crescere in me, silenziosamente ma in profondità, quando ero bambino. In seguito frequentai una scuola secondaria mista statale, dove tra gli insegnanti c’erano alcuni Fratelli cristiani. Molti studenti erano cattolici e sia i religiosi sia le suore erano bravi a educare bambini e bambine in un ambiente cristiano. I Fratelli cristiani erano molto vicini ai bambini e ci incoraggiavano a essere buoni cattolici. Ci aiutavano a preparare la liturgia per la messa, mentre alcuni studenti più grandi aiutavano i più piccoli. Pregavamo tutti insieme il rosario. Il loro sostegno ci faceva sentire bene. Allora decisi di diventare prete.
In che modo i missionari si rapportavano con la cultura tradizionale?
Il loro atteggiamento era positivo anche se, naturalmente, sfidavano alcuni aspetti delle nostre tradizioni. Penso che nelle nostre culture mancasse qualcosa. La nostra società era basata su piccole unità, ovvero molti clan differenti, e non c’era un senso più ampio di appartenenza tra i diversi clan. E la cosa non riguarda solo il possesso delle terre o di beni materiali. Per esempio, c’erano cerimonie e rituali che appartenevano solo a un clan e gli altri non ne sapevano nulla. La fede cristiana ci ha raccolti e ha unito persone appartenenti a clan differenti. Il cristianesimo ha formato una nuova grande famiglia, ha allargato la nostra identità e il nostro senso di appartenenza. Penso che fosse proprio questo ciò che mancava alle nostre culture tradizionali.
Lei era un giovane seminarista nel periodo successivo al concilio Vaticano ii. L’inculturazione all’epoca era un aspetto importante della politica missionaria e dell’evangelizzazione cattolica. Cosa ricorda?
Ho iniziato il seminario nel 1979 quando si parlava tanto di inculturazione e di come le nostre culture e il cristianesimo potessero incontrarsi, specialmente nella liturgia. Se ne parla ancora oggi. Qui in Papua Nuova Guinea e nelle Isole Salomone la liturgia è molto viva, specialmente la domenica. I giovani e la comunità vi svolgono un ruolo molto attivo. C’è una forte partecipazione da parte delle persone, che non percepiscono più la Chiesa come un’istituzione estranea o straniera: è la nostra Chiesa.
Ma quando si passa dalle celebrazioni liturgiche ad altri ambiti, per esempio il matrimonio tradizionale, continuano a esserci difficoltà a livello pastorale.
Alcuni hanno difficoltà a ricevere il sacramento del matrimonio cattolico perché occorre rispettare anche le usanze culturali tradizionali e non è facile conciliarle con la dottrina e la pratica cattoliche. Secondo la tradizione, il matrimonio è pienamente valido e completo solo se è fecondo. Se non arrivano figli, le conseguenze possono essere la separazione della coppia o l’infedeltà. Per chi ha ricevuto un’educazione cattolica, ma al tempo stesso mantiene forti legami con la propria cultura, non è facile accettare un matrimonio senza figli. A volte l’adozione è una soluzione, ma in realtà alcuni rimandano il matrimonio cattolico adducendo diverse scuse — «non sono ancora pronto», «non ho ancora i vestiti adatti» e così via — perché non vogliono ammettere di essere lacerati. Anche il celibato per noi è una sfida, e c’è chi si prepara al sacerdozio, ma poi rinuncia perché trova una ragazza e vuole sposarsi. Alcuni giovani sacerdoti purtroppo trovano conforto nel bere. È difficile comprendere tutte le motivazioni profonde di ciò, ma ricordo loro sempre l’importanza di mantenere buoni rapporti con la propria famiglia e con i parrocchiani. Penso che si possa vivere una vita felice e appagante come sacerdote anche senza essere sposati, poiché molto dipende dai rapporti positivi che si costruiscono. Da giovani seminaristi ci è stato insegnato che dovevamo incanalare le nostre forze in modi che ci aiutassero a crescere. Se invece avessimo incanalato le nostre energie in modi opposti, verso comportamenti non adeguati al nostro ministero, allora le cose sarebbero diventate troppo difficili. Mi hanno insegnato ad alimentare il bene che c’è in me e a cercare sempre i lati positivi delle persone, perseguendo azioni e comportamenti che ci mantengano uniti come fratelli e sorelle. Incanalare le mie energie in questo modo positivo mi ha aiutato a superare le sfide tipiche della mia scelta religiosa, compreso il celibato.
Per quanto riguarda le priorità attuali della sua Chiesa, lei ha spesso espresso preoccupazione anche per gli effetti del cambiamento climatico. In che modo incide sulla regione melanesiana?
È una questione molto importante per noi: noi vediamo direttamente gli effetti del cambiamento climatico. In alcune isole ci sono zone che sono state portate via dalle acque, e dove un tempo c’erano strade o case ora non c’è più nulla; la gente ha dovuto trasferirsi altrove, seppure con riluttanza. E sta accadendo proprio ora, non ce lo stiamo inventando. Alcune isole più piccole stanno scomparendo. In più, gli agricoltori coltivano orti, piantano verdure e frutta come taro, patata dolce e cassava, ma quando le raccolgono non possono mangiarle: sono troppo salate. E i problemi non sono limitati alle isole. Nelle montagne ci sono lunghe e frequenti siccità e in alcune aree la gente ha molta fame. Ci sono frequenti periodi senza pioggia, e poi improvvise grandinate distruggono il raccolto mentre la brina brucia gli orti. Gli agricoltori spesso rendono la Chiesa partecipe delle loro preoccupazioni riguardo ai tragici cambiamenti che stanno incidendo sulla loro vita. La Chiesa può dare un importante contributo: dobbiamo impegnarci e farci sentire. Siamo dalla parte delle persone e dovremmo essere lì per loro quando il governo non può aiutare.
Quali sono le altre sfide e priorità per la Chiesa, specialmente per l’arcidiocesi di Port Moresby?
Penso che alcuni cambiamenti stiano avvenendo con troppa rapidità e ciò interpella anche la Chiesa. Ogni giorno tante persone si trasferiscono dai villaggi nella capitale sperando di trovare lavoro e sicurezza economica, ma ben presto si rendono conto che non è così facile ed è, anzi, molto doloroso. Tanti cadono nella disperazione e la disillusione è accompagnata da brutte cose: crimine, violenza domestica, abuso di alcolici. Qualcuno cerca di ritornare al proprio villaggio, dove magari conduceva una vita povera, ma non così degradata socialmente. Il problema è che dopo aver lasciato per tanto tempo il villaggio e aver perso ogni contatto con la gente, quando ritorna non riesce più a inserirsi, si sente fuori luogo: è un problema che ci preoccupa molto. La nostra arcidiocesi sta ora cercando di avviare un programma per aiutare queste persone, per prendersi cura di quanti sono appena arrivati a Port Moresby e non hanno idea di che cosa sia la vita in una città. Vogliamo dare loro informazioni, far capire che qui ci sono pochissime possibilità di realizzare i propri sogni originali e che dovrebbero seriamente domandarsi se trasferirsi a Port Moresby sia stata la scelta giusta. Avvieremo presto questo programma, sperando che altre Chiese vogliano unirsi a noi. Ogni mattina, alle cinque e mezza, faccio una passeggiata e vedo tante persone dormire per terra ai bordi della strada, con le tasche vuote. Essere senza tetto è un problema molto grave che sta crescendo. Un’altra sfida futura è forse la secolarizzazione. Dio e la religione sono una componente molto forte della vita quotidiana della maggior parte delle persone qui, dove il 90 per cento della popolazione si dichiara cristiana. Tuttavia, nella nostra parte del mondo i cambiamenti arrivano sempre da Occidente, e geograficamente noi siamo agli antipodi. C’è già qualche segnale, e anche se ci potrebbe volere un po’ di tempo, dobbiamo essere preparati a vivere in una società più secolare.
Che rapporti ci sono tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese cristiane?
L’ecumenismo è tra le nostre priorità e negli ultimi anni abbiamo compiuto passi costruttivi in tale direzione. Abbiamo il Papua New Guinea Council of Churches, che unisce le principali Chiese cristiane su questioni di comune interesse. Nel 2010 abbiamo lanciato la Christian Leaders Alliance on hiv/aids, un’iniziativa inter-denominazionale che tenta di dare una risposta cristiana unita alla pandemia dell’Hiv. In Papua Nuova Guinea e nelle aree limitrofe questa malattia è ancora accompagnata da paura, discriminazione e stigmatizzazione. In generale, le relazioni con le altre Chiese principali sono buone, ma abbiamo qualche problema con gruppi più piccoli. Alcuni di loro non vogliono avere nulla a che fare con noi. Ne siamo consapevoli, e questo influisce su alcuni nostri fedeli. Continuano ad arrivare sempre nuove denominazioni, in particolare i pentecostali e altri gruppi del “Vangelo della prosperità”, che attirano anche qualche cattolico. Incoraggio sempre i fedeli a essere saldi nella loro fede cattolica e al tempo stesso ad abbracciare tutti i fratelli e le sorelle cristiani. Non dobbiamo voltare loro le spalle, dobbiamo accoglierli e farli sentire a casa. Magari è difficile, ma dobbiamo augurare a tutti il meglio e comportarci sempre come Cristo ci chiederebbe.
Quanto è stato importante il sostegno della sua famiglia e come ha reagito alla notizia della sua nomina a cardinale?
Stanno organizzando una grande festa per me a Port Moresby. Per tutta la vita ho potuto sempre contare sul sostegno costante di una famiglia molto unita. Lo considero una benedizione. Mio padre è morto nel 1972 e mia madre nel 2004. Siamo nove fratelli, e io sono il settimo. Non abbiamo mai visto i nostri genitori litigare. Discutevano, ma non litigavano, e mio padre non ha mai alzato le mani su mia madre. Quando eravamo bambini ci diceva sempre: «Siate gentili gli uni con gli altri e niente zuffe!». Prima di morire, mia madre ha detto: «Sono felice di aver cresciuto tutti e di vedere la mia famiglia allargarsi, con dei nipoti e tutti che vivono in armonia; è questa la mia gioia. Me ne vado felice e auguro lo stesso a voi un giorno». Abbiamo sempre cercato di seguire i loro insegnamenti e la nostra famiglia continua a vivere in pace ancora oggi.
L'Osservatore Romano, 16-17 novembre 2016