martedì 8 novembre 2016

(Damiano Serpi - ©copyright) Seaam ha compiuto 14 anni nel settembre scorso. A vederlo di sfuggita sembra proprio un bambino. La sua corporatura non ancora sviluppata, i suoi occhioni grandi e neri, il suo esile peso lo fanno assomigliare ancora oggi ai nostri figli e nipoti che frequentano le scuole elementari o medie. Ma se ti fermi ad osservarlo per qualche secondo di più ti accorgi che non è più un bambino. Lo si nota principalmente da due cose. Innanzitutto dalla sviluppata muscolatura delle sue piccole braccia. Troppo irrobustiti quei muscoli per aver vissuto solo come un bambino.Poi dal suo comportamento per le strade dei sobborghi di Dacca, capitale del Bangladesh. Passo serrato e svelto, occhi bassi e sicuri.Non perde tempo a guardare le vetrine e non viene affascinato da ciò che incontra come, da noi, fanno i suoi coetanei. Lui sa cosa deve fare, sa quali sono i suoi compiti, ha la sua tabella di marcia. Seaam è solo uno delle tante centinaia di migliaia di bambini che in Bangladesh hanno iniziato a lavorare appena compiuti i 10 anni. La scuola per lui è solo un ricordo, l’importante è aver imparato a leggere e scrivere quel tanto che basta. Il resto lo ha dovuto imparare per strada e in fabbrica.
Seaam sa, sicuramente, tante cose in meno rispetto ai nostri bambini. Non sa cos’è una consolle PS4, non sa come si usa un iphone, non ha mai guardato un film in dvd o letto un ebook, non cosa è il Nobel né tantomeno chi ha vinto quello alla letteratura. Però conosce tante altre cose, eccome se le conosce. Sa come cucire a macchina, sa come attaccare i bottoni, sa come si lubrifica un macchinario tessile, sa scaricare da solo un container di tessuti denim per confezionare jeans alla moda, sa come portare sulle sue spalle un peso superiore a quello del suo intero corpo, sa fare consegne e commissioni con la bicicletta. Per lui il tempo è prezioso, non può perdersi in chiacchiere, fermarsi a fare domande o giocare. Vorrebbe farlo, sia ben chiaro, ma non può. Ha il tempo contato e ha imparato molto presto e bene che il tempo è denaro. Si, il tempo è denaro. Un’ora del suo tempo vale circa 23 Taka, ossia pressappoco 26 centesimi di euro. Questo è il suo salario per un’ora di lavoro. Non importa ciò che dovrà fare, lui sa che per ogni ora lavorata quella è la sua paga. Potrà cucire a macchina, sfacchinare su è giù per i piani dello stabile, uscire per le consegne, ma il salario sarà al massimo sempre quello. A fine giornata, rispettando la tabella di marcia, potrà dire di essere stato bravo solo se avrà guadagnato con il suo lavoro la tanto agognata cifra di 2,5 euro. Altrimenti si dovrà accontentare di ciò che i capi avranno deciso di dargli. Non è ammesso ricorso o protesta. Lavorare, rispettare i tempi, prendere la paga e stare in silenzio. Questo è quanto. Se non gli sta bene può tranquillamente andarsene, ci sarà sicuramente un altro bambino “felice” di prendere il suo posto.
Noi, in occidente, potremmo chiamarlo sfruttamento e non ci sbaglieremo di certo di una virgola a pensarla così. Seaam no. Per lui, orfano di padre, è solo l’unico modo per poter vivere e per poter aiutare la sua famiglia composta da madre e altri 4 fratelli più piccoli. Mentre molti in Occidente promuovono il boicottaggio mondiale delle merci realizzate con lo sfruttamento dei bambini, Seaam spera invece con tutto il suo cuore che non ci sia mai alcun boicottaggio e che gli occidentali continuino a comprare i “suoi” prodotti. Non è masochista, ha solo la certezza che senza quel lavoro per lui e per la sua famiglia non ci sarebbe più una concreta possibilità di vivere. Per questo ha imparato a lodare il prodotto che realizza la sua fabbrica e a invogliare i turisti che incontra a comprare i prodotti “Made in Bangladesh”.
Così, mentre per noi tutti quei datori di lavoro e tutti coloro che ordinano commesse a quelle fabbriche senza regole, che pagano così miseramente quei bambini che non dovrebbero neanche entrare dentro un opificio, sono giustamente meritevoli di ogni vibrante biasimo, per Seaam, invece, sono, suo malgrado, dei veri e propri benefattori. Sono l’unica speranza per il concreto sostentamento suo e della sua famiglia. Solo loro possono aiutarlo a vivere, il resto, per pur bello e idilliaco che sia, sono solo parole al vento. Seaam non ha dubbi: se vanno via loro la sua famiglia non avrà più alcuna possibilità di mangiare. Paradossalmente, nonostante ciò che si possa pensare di voler raggiungere con le politiche del boicottaggio dei prodotti realizzati con lo sfruttamento ignobile dei bambini, nessun altro ha proposte concrete da offrire a Seaam e alla sua famiglia. Quella fabbrica è, per ora, il loro unico e terrificante appiglio per la vita.
Anche la madre di Seaam lavora nella stessa manifattura, si occupa di tintura dei tessuti e di ricami. È una donna di neanche 35 anni ma il suo viso ne dimostra più di 50. Non appena gli altri suoi figli avranno compiuto l’età prevista potranno anche loro iniziare a lavorare in fabbrica e così contribuire al sostentamento di tutti. Sarà lei, la madre, a chiedere il favore ai responsabili delle varie produzioni per poterli far assumere e sarà sempre lei a garantire per loro così come ha fatto con il primo figlio. L’unica speranza di Seaam e che questo ulteriore favore non costi alla madre altre sofferenze e un prezzo sempre più alto. Non è ingenuo Seaam, conosce bene cosa arrivano a chiedere gli uomini senza scrupoli e i suoi occhi hanno già visto cosa devono subire le persone che cercano di fuggire dalla miseria. mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm Si può incontrare facilmente Seaam quasi ogni mattina intorno alle 7.30 mentre scarica dei vestiti appena rifiniti presso alcuni magazzini dediti alle spedizioni. E’ puntualissimo, il più delle volte è già lì prima che aprano le serrande. Aspetta seduto sulla pedana della motoretta che deve scaricare assieme ad altri suoi coetanei. Non ha tempo di parlare con chi incontra ma, in fin dei conti, è sempre un bambino e i bambini sono curiosi. Così è facile che incontrando degli stranieri gli scappi un “Da dove venite ?”. “Dall’Italia, conosci l’Italia ?” gli han risposto una volta. Allora con un sorriso e, mentre iniziava a scaricare i pacchi di vestiti, ha replicato che conosce poche cose dell’Italia. Sa che gli italiani sanno fare bei vestiti, roba di gran lusso, e sa che in Italia vive il Papa. Già, pur essendo di religione mussulmana conosce il Papa e dice che gli piacerebbe poterlo incontrare perché “è un uomo saggio e buono”. Non conosce nulla del calcio italiano, del cinema italiano o della cultura artistica italiana. Non conosce neanche molto bene dove sia geograficamente situata l’Italia.
A lui basta sapere che sta sotto la Germania. Gli è sufficiente sapere questo perché è della Germania che vuole sapere molte più cose. Se potesse partire andrebbe sicuramente a cercare lavoro in Germania. Gli han detto che si può trovare lavoro alla Volkswagen. Si è fatto già i conti. In Germania un operaio, abile al lavoro manuale come lui, viene pagato anche 1.500 Euro al mese. Una cifra incredibile per chi guadagna al massimo 60 euro per un mese di lavoro. Già, se potesse andare in Germania potrebbe mandare a casa ogni mese almeno 500 Euro e così la madre non avrebbe più problemi economici e avrebbe la possibilità di smettere di lavorare con gli acidi per le tinture. Non gli importa dell’alto tenore di vita che c’è in Germania, è abituato a vivere con poco e potrebbe risparmiare tanto. Però dovrà aspettare ancora perché è troppo piccolo per prendere decisioni così importanti da solo e ora la sua famiglia non può aiutarlo con i soldi necessari per il viaggio. Dovrà aspettare la maggiore età per decidere se emigrare o se continuare la sua vita in fabbrica.
Ma dell’Italia racconta anche qualcos’altro di inaspettato. Dice senza remore che dell’Italia ama alla follia la pizza. Sa con certezza che la pizza migliore è quella napoletana, conosce persino i nomi delle pizze in italiano e i rispettivi ingredienti che ha imparato a memoria leggendo i menù esposti fuori dai ristoranti. Confessa che adora ogni tipo di pizza ma, inclinando il capo con sconsolatezza, ci tiene a precisare che non ne ha mai mangiato una. Non ne ha neanche mai assaggiato un pezzetto. Ne ha sempre e solo sentito l’odore, il profumo mentre passa davanti ai tanti locali alla moda di Dacca che la preparano ai clienti. Che strana confessione e che strana adorazione. Un bambino che adora la pizza pur non avendone mai mangiato un pezzo.
Ma è proprio così. A chi gli chiede il motivo spiega sempre che a Dacca una buona pizza italiana costa dai 540 agli 800 Taka (ovvero da 6 a 9 euro). Troppi per lui che a giornata conclusa ne guadagna al massimo 230. Non se la può permettere, anche perché ciò che guadagna con il suo lavoro serve tutto alla famiglia e non ha mai soldi in tasca per fare una pazzia e comprarsela di nascosto. Certo, lui lavora, ma è la madre che amministra quanto guadagna e denaro per permettersi una pizza intera non ce ne sono. Anche se lui e la madre mettessero da parte tutti i soldi guadagnati in una intera settimana di lavoro non potrebbero mai permettersi 6 pizze da 8 euro per la sola cena del sabato. Un totale di circa 50 Euro per un solo pasto è un lusso irraggiungibile, un fasto ingiustificabile. Davvero troppo per una mamma e un figlio che, se va tutto bene, di Euro ne guadagnano al massimo 35 in una settimana e con l’aggiunta che bisogna mangiare ogni giorno, non solo il sabato sera. Però nei sogni di quel bambino lavoratore c’è la pizza.
È lecito chiedersi il perché di quel desiderio, l’origine scatenante di quell’aspirazione così strana. Dal suo racconto ci si accorge subito che quel suo desiderio non è assolutamente basato sulla prelibatezza culinaria della pizza, ma ha radici più profonde. La pizza rappresenta per Seaam il bisogno di conquistare la libertà che non ha mai avuto. La libertà di potersi tranquillamente sedere il sabato sera in un tavolo di ristorante, con tutta la sua famiglia, e poter ordinare una pizza e una bibita a testa senza doversi fare sempre i conti in tasca e senza dover rispettare tempi o tabelle di marcia imposte da altri. Seaam è affascinato dal vedere i tanti turisti e le persone più facoltose di Dacca potersi permettere quel lusso senza badare a spese o a tempi. Quanto vorrebbe poterlo fare anche lui. Non desidera altro. Non vuole telefonini ultra moderni, computers, vestiti firmati, scarpe all’ultima moda, videogiochi. Vorrebbe soltanto poter entrare in un ristorante e avere la libertà di ordinare una pizza per sé e per i suoi familiari.
Ma non può farlo, a lui non è consentito. Pur lavorando duramente 10 ore al giorno non può permettersi una pizza al mese, troppo cara per lui e per la sua famiglia. Però può sognare, può sperare, può aspirare a farlo. Quella pizza rappresenta per Seaam un traguardo da raggiungere e, sicuramente, una fonte per resistere e andare avanti ogni giorno. Forse potrebbe riuscire in qualche modo ad addentare, magari di nascosto, un pezzo di pizza e così assaggiare finalmente quel cibo così adorato di cui conosce solo l’odore, ma non vuole farlo. Qualcuno, vista la sua passione, glielo ha anche proposto offrendosi di comprargli una bella pizza fumante tutta per lui, ma ha rifiutato. No, non è questo che Seaam vuol fare. A lui non interessa solo mettere in pancia quel cibo che lo attrae per togliersi così una volta per tutte il desiderio di sapere quanto è veramente buona una pizza. Lui desidera vivere quel momento con tutta la sua famiglia, desidera poter assaporare quella libertà così lontana che sa di non poter ora raggiungere. Ma è convinto che un giorno riuscirà a farlo e, anche se non sa quando potrà succedere, Seaam ha già deciso cosa ordinerà. Una pizza capricciosa, rigorosamente senza prosciutto, per lui e la possibilità per sua madre e i suoi fratelli di decidere ciò che vogliono senza rinunciare, per una volta, alla loro libertà di scelta. Si, forse un giorno riuscirà a farlo e sarà sicuramente il giorno più bello della sua vita. Ma riuscire a esaudire i tanti sogni che ognuno di quei bambini lavoratori tiene nel proprio cuore dipenderà anche dal nostro comportamento quotidiano.
Non farà male a tutti noi, che di pizze ne possiamo scegliere tante e tutti i giorni, fermarci solo un istante a riflettere su questa piccola vera storia. Bastano pochi minuti e forse riusciremo a capire molte più cose di quelle che di solito diamo per scontate non solo sulla vita quotidiana degli altri ma anche sulla nostra.