sabato 12 novembre 2016

Chiara Lubich - Maria Voce
La giornata. Anticipiamo parte dell’intervento di Maria Voce, presidente del movimento dei Focolari, che sarà letto a Parigi il 15 novembre in occasione del convegno Unesco «Reinventare la pace». Qui accanto, un brano del discorso pronunciato da Chiara Lubich il 17 dicembre 1996 in occasione del conferimento del premio Unesco per l’educazione alla pace.
(Maria Voce) Ci troviamo qui in occasione del ventesimo anniversario del conferimento del premio per l’educazione alla pace a Chiara Lubich: momento di ricordo certamente, ma soprattutto occasione per rileggere oggi e far proprio il suo pensiero riguardo l’educazione alla pace, e quindi, in ordine alla costruzione della pace.
E non è certamente una semplice coincidenza che ci troviamo qui a parlare di pace, a soli due giorni dalla commemorazione del primo anniversario dei tragici attentati terroristici di Parigi. Il doloroso e commosso ricordo di quegli eventi ci sprona a lavorare con maggior determinazione e creatività per trovare nuove vie per la pace.
La pace è certamente un dono di Dio, ma anche frutto delle scelte degli uomini e quindi è qualcosa che anche ciascuno di noi può contribuire a costruire nel proprio piccolo, nella quotidianità perché — come si legge nel preambolo della Costituzione dell’Unesco del 1945 — «le guerre hanno origine nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace». Per questo mi preme ringraziarvi per tutto quanto l’Unesco fa quotidianamente per la pace, attraverso l’educazione, la scienza e la cultura, per edificare un mondo più fraterno e unito.
L’oggi della storia ci presenta in modo incalzante l’immagine di un mondo lacerato da conflitti di ogni genere, di muri che si ergono, di migranti e di rifugiati che fuggono dalla miseria e dalla guerra, di egoismi politici che si fronteggiano incuranti delle ricadute umane.
Per esprimere la crudezza e anche la gravità del contesto in cui viviamo, Papa Francesco ha spesso usato l’espressione «terza guerra mondiale a pezzi», proprio a significare la frammentazione e allo stesso tempo la globalizzazione dei conflitti: guerre, azioni terroristiche, persecuzioni per motivi etnici o religiosi e prevaricazioni hanno segnato inesorabilmente questi ultimi anni, moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo.
È una violenza non convenzionale, ubiqua e pervasiva, difficile da sconfiggere con gli strumenti sinora utilizzati. Sono conflitti che possono essere risolti solo con un impegno corale, non solo della comunità internazionale, ma della comunità umana mondiale. Nessuno può sentirsi escluso da questa azione: essa deve passare nelle nostre strade, nei luoghi del lavoro, dell’istruzione e della formazione, dello sport e del divertimento, delle comunicazioni, del culto.
Alla «guerra mondiale a pezzi» si risponde con una pace mondiale fatta anch’essa di “singoli pezzi”, di piccoli passi, di gesti concreti. Tutti hanno un ruolo, ognuno ha una responsabilità.
Troviamo qui in prima linea le organizzazioni internazionali con la loro instancabile opera di promozione della pace. Il dialogo incessante e il consenso tenacemente ricercato in tali organizzazioni, ivi compresa questa prestigiosa istituzione, devono essere riconosciuti come segni importanti dell’aspirazione globale verso la pace e l’unità.
Ma vi troviamo anche comunità, associazioni di ogni genere, movimenti di ispirazione religiosa o laica che sono portatori, in modo più o meno esplicito e consapevole, di una nuova logica che rompe con quella fondata sulla ricerca del potere e sull’interesse unilaterale, sul desiderio di dominio, sulla volontà egemonica, quando non direttamente sulla violenza. Essi adottano invece una prospettiva alternativa, propugnano e realizzano nei loro ambiti un cambiamento radicale, l’unico oggi all’altezza delle sfide, siano esse di dimensione locale o mondiale, l’unico in grado di costruire le fondamenta della pace di oggi e di domani. È l’esperienza diretta del movimento che rappresento.
La nostra storia inizia nella città di Trento sotto i bombardamenti cui veniva continuamente sottoposta la città. Nel momento stesso in cui tutto crollava; in cui gli ideali materiali venivano distrutti e quelli immateriali erano di fatto impossibili da raggiungere; in cui i popoli si combattevano fino allo sterminio in una lotta insensata e tragica; in cui emergevano nel tessuto sociale cittadino conflitti e tensioni di ogni genere: personali, famigliari, di classe e ideologici, nel cuore di una giovane donna trentina, Chiara Lubich, germogliava ed esplodeva un Ideale che non passa, che nessuna bomba può distruggere, grande, immenso e che si sarebbe poco a poco rivelato — non senza difficoltà e incomprensioni — come un’unzione, un vaccino efficace per risanare ferite profonde e colmare fratture laceranti.
Così, proprio sotto i bombardamenti, Chiara Lubich e le sue prime compagne, non fuggono dalla loro città bombardata: nel loro dedicarsi ai poveri, nel riversare il loro amore su tutti, diventano portatrici di speranza. Le loro azioni hanno avuto una portata ben più ampia di quello che si poteva vedere sul momento: hanno immesso nel circuito distruttivo della guerra nuova linfa di rigenerazione del tessuto sociale che sarebbe diventata generatrice di pace.
E quelle azioni ancora oggi portano frutti di pace. Ne è un esempio il dialogo che, da anni, si svolge nell’ambito del movimento dei Focolari con esponenti del cristianesimo. Lo stesso poi, con esponenti dell’islam, dell’ebraismo, del buddismo, dell’induismo e delle religioni tradizionali, e pure con persone di convinzioni non religiose; un dialogo che è basato sull’accoglienza delle persone, sul comprendere profondamente le loro scelte, le loro idee, valorizzando il bello, il positivo, quello che ci può essere di comune, che può formare dei legami fra persone e fra gruppi religiosi. Un dialogo fruttuoso che ha portato, in Paesi in cui l’intercultura e il dialogo interreligioso sono difficili, alla nascita di comunità che vivono fraternamente il carisma dell’unità non solo nel rispetto reciproco, ma nella gioiosa e per molti versi sorprendente riscoperta della ricchezza della propria identità, nella serena consapevolezza della diversità culturale e religiosa.
La molla che ha spinto e continua a spingere a scommettere ancora sulla pace e quindi a proseguire in questa via del dialogo, viene dall’esempio di Gesù: essere pronti ad amare il prossimo fino al sacrificio di sé, come ha fatto lui che in croce è morto per l’umanità intera. Infatti l’impegno per la pace richiede un mezzo adeguato per raggiungere l’obiettivo. Chiara Lubich parlando all’Onu nel 1997 lo ha detto con chiarezza: «Non è uno scherzo impegnarsi a vivere e a portare la pace! Occorre coraggio, occorre saper patire».
Vent’anni fa
(Chiara Lubich) Non parlerò del Movimento dei focolari nella sua storia e nella sua struttura. Voglio piuttosto parlare del segreto della sua riuscita. Esso sta in una nuova linea di vita, in uno stile nuovo assunto da milioni di persone che, ispirandosi fondamentalmente a principi cristiani — senza trascurare, anzi evidenziando, valori paralleli presenti in altre fedi e culture diverse — ha portato in questo mondo, bisognoso di ritrovare o di consolidare la pace, pace appunto e unità.
Si tratta di una nuova spiritualità, attuale e moderna: la spiritualità dell’unità. Affonda le sue radici in alcune parole del Vangelo, che si inanellano l’una nell’altra. Ne cito qui soltanto alcune.
Suppone anzitutto per coloro che la condividono, una profonda considerazione di Dio per quello che è: Amore, Padre. Come si potrebbe, infatti, pensare la pace e l’unità nel mondo senza la visione di tutta l’umanità come una sola famiglia? E come vederla tale senza la presenza di un Padre per tutti? Domanda, quindi, di aprire il cuore a Dio Padre, che non abbandona certo i figli al loro destino, ma li vuole accompagnare, custodire, aiutare; che, perché conosce l’uomo nel più intimo, segue ognuno in ogni particolare, conta persino i capelli del suo capo; che non carica pesi troppo gravosi sulle sue spalle, ma è il primo a portarli. Egli non lascia alla sola iniziativa degli uomini il rinnovamento della società, ma se ne prende cura. Credere al suo amore è l’imperativo di questa nuova spiritualità, credere che siamo amati da lui personalmente e immensamente. Credere. E, fra le mille possibilità, che l’esistenza offre, scegliere lui come ideale della vita. Porsi cioè intelligentemente in quell’atteggiamento che ogni uomo assumerà in futuro, quando raggiungerà il destino a cui è stato chiamato: l’eternità.
Ma, è ovvio, non basta credere all’amore di Dio, non basta aver fatto la grande scelta di lui come ideale. La presenza e la premura di un Padre per tutti, chiama ognuno a essere figlio, ad amare a sua volta il Padre, ad attuare giorno dopo giorno quel particolare disegno d’amore che il Padre pensa per ciascuno, a fare cioè la Sua volontà.
E, si sa che la prima volontà di un padre è che i figli si trattino da fratelli, si vogliano bene, si amino. Conoscano e pratichino quella che può definirsi l’arte di amare.
Essa vuole che si ami ognuno come sé, perché «Tu e io — diceva Gandhi — non siamo che una cosa sola. Non posso farti del male senza ferirmi». Vuole che si ami per primi, senza aspettare che l’altro ci ami. Significa saper “farsi uno” con gli altri, cioè far propri i loro pesi, i loro pensieri, le loro sofferenze, le loro gioie.
L'Osservatore Romano, 12-13 novembre 2016.