lunedì 21 novembre 2016

Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, English]
Signor Direttore Generale,
Eminenza Reverendissima,
Ambasciatori e Rappresentanti permanenti,
Signori Funzionari della FAO,
Rappresentanti della società civile,
Illustri relatori,
Signore e signori,
1. Sono grato al direttore generale della FAO, il Prof. José Graziano da Silva, per le sue gentili parole di benvenuto. Vorrei esprimere la mia stima per il lavoro della FAO e la sua attenzione per le molte questioni legate allo sviluppo umano, che la Chiesa Cattolica e la Santa Sede seguono con attenzione. Saluto anche i relatori che con la loro esperienza ben nota daranno il giusto risalto a questo evento, in occasione della Giornata Mondiale della Pesca.
Come tutti sappiamo, il settore della pesca offre un contributo decisivo alla sicurezza alimentare globale, al benessere umano e alla prosperità economica, ed è particolarmente importante per la sopravvivenza delle comunità di pesca su piccola scala in molti Stati. Il pescato continua ad essere uno dei prodotti alimentari più commercializzati in tutto il mondo e l’occupazione nel settore è cresciuta a ritmi più sostenuti di quelli della popolazione mondiale (Cfr. FAO, Report on The State of World Fisheries and Aquaculture 2014). La pesca impiega milioni di persone e permette il sostentamento di famiglie, gruppi e comunità. Ciò è particolarmente importante per i Paesi in via di sviluppo dove i prodotti ittici rappresentano spesso la metà del valore totale delle merci scambiate.
Tuttavia, è necessario che la visione economica non dimentichi la garanzia di un benessere umano compatibile con la tutela ambientale, al fine di creare prosperità a lungo termine e una prospettiva sostenibile per le generazioni attuali e future. Per queste ragioni la promozione di una pesca e di una acquacoltura sostenibili e responsabili, deve essere una preoccupazione fondamentale per tutte le azioni interne ed internazionali. Nell’Enciclica Laudato Si’, Papa Francesco,
ricordandoci l’importanza di salvaguardare la “casa comune”, sottolinea che «[g]li oceani non solo contengono la maggior parte dell’acqua del pianeta, ma anche la maggior parte della vasta varietà di esseri viventi, molti dei quali ancora a noi sconosciuti e minacciati da diverse cause. D’altra parte, la vita nei fiumi, nei laghi, nei mari e negli oceani, che nutre gran parte della popolazione mondiale, si vede colpita dal prelievo incontrollato delle risorse ittiche, che provoca diminuzioni drastiche di alcune specie. Ancora si continua a sviluppare modalità selettive di pesca che scartano gran parte delle specie raccolte. Sono particolarmente minacciati organismi marini che non teniamo in considerazione, come certe forme di plancton che costituiscono una componente molto importante nella catena alimentare marina, e dalle quali dipendono, in definitiva, specie che si utilizzano per l’alimentazione umana» (n.40).
Come indica l’introduzione del Codice di condotta della FAO per la pesca responsabile, adottato 20 anni fa, «la pesca, compresa l’acquacoltura, rappresenta una fonte vitale di cibo, lavoro, tempo libero, commercio e benessere economico per le persone in tutto il mondo, sia per le generazioni presenti che per quelle future e deve quindi essere condotta in modo responsabile». Purtroppo, in molte aree è stato raggiunto un livello insostenibile di sfruttamento e gli interventi della Comunità internazionale, anche attraverso il suddetto Codice di condotta, hanno sostanzialmente impedito il peggioramento della situazione.
2. Vi è, tuttavia, un’altra percezione più direttamente umana, e oserei dire umanitaria seguendo i più recenti criteri espressi dal Vertice di Istanbul lo scorso maggio, che preoccupa la Santa Sede e credo ogni persona che vede con saggezza la pesca come una risorsa importante per il futuro della famiglia umana.
Due secoli dopo l’abolizione della tratta transatlantica degli schiavi, almeno 20,9 milioni di persone continuano a lavorare sotto costrizione, in gran parte nell’economia informale e illegale (Cfr. ILO, Global estimates 2012). Circa il 90% del lavoro forzato, oggi è imposto da operatori privati, soprattutto nelle attività ad alta intensità di manodopera, come la pesca. Lo studio e il lavoro delle Organizzazioni internazionali competenti – mi riferisco in particolare alla FAO e all’OIL, ma senza trascurare le organizzazioni della società civile – sottolinea come la pesca e l’acquacoltura siano diventate attività globali che impiegano un gran numero di lavoratori, spesso già resi vulnerabili perché migranti, vittime della tratta o del lavoro forzato.
I lavoratori, assunti attraverso agenzie di lavoro vivono costantemente la precarietà del lavoro, poiché i loro contratti in genere vanno da cinque a sei mesi. La medesima precarietà è vissuta dai lavoratori assunti dalle cooperative, dal momento che uno dei requisiti per rimanere nella cooperativa è quello di restarne impiegati, mentre ad ogni scadenza del contratto non vi è alcuna garanzia di essere riassunti.
I lavoratori imbarcati su navi da pesca sono effettivamente isolati per lunghi periodi, privi non solo di garanzie contrattuali, ma anche dei diritti più fondamentali. Le navi da pesca, in particolare quelle coinvolti nella pesca in alto mare, hanno una capacità sempre maggiore di restare in mare per lunghi periodi di tempo, anche fino a diversi anni. Piuttosto che attraccare regolarmente, queste imbarcazioni possono “trasbordare” il pesce catturato e rifornirsi di carburante tramite imbarcazioni più piccole. Per gli equipaggi questo significa vivere in condizioni degradanti, in spazi ristretti, quasi una detenzione, senza documenti che solo in pochi casi vengono restituiti dopo lunghi periodi di lavoro forzato e sottopagato.
Tutto ciò può significare che l’equipaggio di queste navi non ha accesso ai porti, e quindi non è in grado di fuggire, di impedire gli abusi o di chiedere assistenza. Inoltre, a bordo delle navi i lavoratori raramente hanno possibilità di comunicare con il mondo esterno. I cellulari sono fuori dalla portata dei segnali, o è loro vietato l’utilizzo di altri dispositivi di comunicazione di bordo quali radio o telefoni satellitari. Siamo, in sostanza, di fronte a persone private della loro identità, con un basso salario e che se lasciati liberi non sono in grado di ricostruire la loro vita perché vittime di un sistema di schiavitù vera e propria. Questa situazione è aggravata nel caso della pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.
Non dobbiamo dimenticare che il settore industriale della lavorazione del pesce continua a rivolgere le sue attenzioni al cosiddetto lavoro “informale”, piuttosto che a forme tipiche di contratti con assunzioni regolari, senza scadenze determinate e con condizioni che prevedono le garanzie sociali minime. I lavoratori impiegati attraverso intermediari o agenti di manodopera, vivono costantemente nella precarietà del lavoro evidenziato da contratti limitati nel tempo e solo gestiti dai datori di lavoro.
Siamo testimoni di una situazione di fronte alla quale la Comunità internazionale e le sue Istituzioni stanno facendo ogni sforzo per stabilire e sviluppare soluzioni specifiche così da eliminare il lavoro forzato dalla catena globale della produzione. Penso al nuovo Strategic Policy Framework, adottato dall’ILO nel 2010 o alle recenti decisioni del Comitato della pesca della FAO sulle attività illecite connesse al settore della pesca.
Le Convenzioni dell’ILO, in particolare la Convenzione di lavoro forzato, 1930 (n° 29) e la Convenzione sul lavoro nella pesca, 2007 (n° 188); l’Accordo della FAO sulle misure dello Stato di approdo, adottato il 2009 e oggi in vigore, il Codice di condotta per una pesca responsabile e le Linee guida volontarie per la Protezione della piccola pesca sostenibile nel contesto della sicurezza alimentare e all’eliminazione della povertà del 2014, forniscono importanti indicazioni e mezzi reali per cercare di arginare questo fenomeno. Resta, tuttavia, il problema della loro effettiva attuazione e cioè la buona volontà delle varie Parti coinvolte.
3. Di fronte a queste sfide, la Santa Sede considera fondamentale sviluppare, in particolare, le capacità di monitorare, identificare e salvare i pescatori vittime di tratta, traffico e trattamento degradante. Le attuali norme del diritto internazionale ci impongono di andare al di là delle ragioni per cui le persone si rivolgono a contrabbandieri e trafficanti. Abbiamo non solo l’obbligo morale di dare altre opportunità alle persone, ma anche un’obbligazione vincolante di fornire loro un’altra possibilità.
Una prima risposta pratica può essere rappresentata da misure legali più stringenti e da procedure di attuazione di cui possano beneficiare i migranti che lavorano nel settore della pesca, in modo da sfuggire al traffico e alla tratta di esseri umani. Si potrebbe dare il necessario rilievo ai risultati del Forum di Bali del marzo 2016, che non possono essere limitati alla sola regione del sud-est asiatico, dal momento che siamo di fronte ad un fenomeno radicato in ogni area e regione. Questo aiuterà ad eliminare gli affari illeciti di contrabbandieri e trafficanti.
A livello intergovernativo, quindi, va riconosciuto che le Agenzie specializzate delle Nazioni Unite, nonché altre Organizzazioni internazionali, hanno ora la capacità di predisporre alternative sostenibili; basti pensare alla ipotesi di visti umanitari, al visto di breve durata, ai visti per i lavoratori stagionali. La legislazione sui visti, in generale, non è riuscita a tenere il passo con i cambiamenti della tecnologia, con la rivoluzione digitale e con il progresso che sta cambiando e ha cambiato il mondo negli ultimi anni.
I Paesi di origine, poi, hanno la responsabilità di facilitare la mobilità del lavoro intra-regionale per coloro che cercano migliori condizioni di vita. Questo può significare garantire politiche in materia di immigrazione rispetto degli obblighi stabiliti nell’articolo 18 del Protocollo alla Convenzione di Palermo sulla criminalità organizzata transnazionale in materia di prevenzione, repressione e persecuzione della tratta e del traffico di esseri umani. Tali disposizioni chiedono allo Stato di facilitare ed accettare il ritorno delle vittime della tratta o del traffico che sono suoi cittadini o avevano diritto al soggiorno permanente sul suo territorio quale diritto acquisito al momento della loro entrata in tale Stato nel rispetto della sua legislazione nazionale.
Rafforzando la gestione umanitaria delle frontiere, saremo in grado di garantire confini sicuri, liberi dagli abusi della tratta e del traffico di esseri umani, fornendo accesso alla protezione per chi ne ha diritto, come nel caso dei pescatori sottoposti a lavoro forzato. Questo approccio avrebbe anche il vantaggio di distinguere tra criminali e vittime, in modo oggettivo e completo. Pertanto, dovrebbe essere considerato un insieme di opzioni a favore dei pescatori forzati, identificati come persone che non possiedono alcuna protezione internazionale o che non hanno
diritto di soggiorno. Queste opzioni dovrebbero comprendere anche un’assistenza per aiutarli a tornare volontariamente a casa, con il sostegno finanziario durante la fase di reinserimento.
Come ci ricorda Papa Francesco: « I migranti sono nostri fratelli e sorelle che cercano una vita migliore lontano dalla povertà, dalla fame, dallo sfruttamento e dall’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, che equamente dovrebbero essere divise tra tutti. Non è forse desiderio di ciascuno quello di migliorare le proprie condizioni di vita e ottenere un onesto e legittimo benessere da condividere con i propri cari?» (Messaggio per la Giornata del Migrante 2016).
4. Nel rispondere alle esigenze di un mondo che cambia e che è costantemente alla ricerca di giustizia, solidarietà, dignità e rispetto dei diritti di ogni persona, in particolare dei più deboli e più vulnerabili, ognuno di noi è chiamato a dare il suo contributo, in proporzione alla propria capacità, per liberare gli schiavi dal commercio umano oggi praticato su scala globale. Solo lavorando insieme, con i nostri sforzi congiunti, saremo in grado di spezzare la catena di evidente sfruttamento che influenza le attività di pesca in molti Paesi e potremo denunciare che essa contiene tutti gli elementi di un vero e proprio crimine contro l’umanità secondo il diritto internazionale.
Dobbiamo farlo concentrandoci su tre obiettivi fondamentali: gli aiuti per i pescatori sfruttati e degradati, in modo da facilitare la loro riabilitazione e reinserimento; il rispetto da parte degli Stati e Governi delle norme internazionali vigenti in materia di pesca e, in particolare, sul lavoro nel settore della pesca; la lotta contro il traffico e la tratta, con mezzi, comprese le misure coercitive, capaci di imporre lo stato di diritto e gli standard sui diritti umani. L’obiettivo finale è quello di preservare la legalità anche sui mari che, da secoli, è segno di libertà e di civiltà.
La Santa Sede è molto vicino alle Organizzazioni internazionali come la FAO e l’ILO che promuovono questi obiettivi, e attraverso le istituzioni della Chiesa cattolica nei diversi Paesi essa è pronta a contribuire a questo sforzo. Un obiettivo che nella visione cristiana significa operare per “rimettere in libertà gli oppressi” (Lc 4, 18-19).
Grazie per la vostra attenzione.
English
Mr Director General,
Your Eminence,
Ambassadors and Permanent Representatives,
Food and Agriculture Organization Officials,
Representatives of Civil Society,
Distinguished Speakers,
Ladies and Gentlemen,
1. I am grateful to the Director General of the FAO, Prof. José Graziano da Silva, for his kind words of welcome. I should like to express my esteem for the work of the FAO and its attention to the many issues related to human development, which the Catholic Church and the Holy See follow attentively. I also greet the distinguished speakers, who thanks to their recognised expertise, will give the right emphasis to this event on the occasion of World Fisheries Day.
As we are all aware, the fisheries sector makes a crucial contribution to global food security, human welfare and economic prosperity, and artisanal fishing is particularly important to coastal
communities in many States. This is especially significant for developing Countries where fish products often account for half of the total value of traded commodities.
In relation to industrial fisheries, however, it is vital that the economic vision not forget to guarantee a level of human well-being that is compatible with environmental protection, in order to create long-term prosperity and to ensure a sustainable outlook for present and future generations.
In his Encyclical Letter Laudato Si’, Pope Francis, reminding us of the importance of safeguarding “our common home”, emphasizes that: “Oceans not only contain the bulk of our planet’s water supply, but also most of the immense variety of living creatures, many of them still unknown to us and threatened for various reasons. What is more, marine life in rivers, lakes, seas and oceans, which feeds a great part of the world’s population, is affected by uncontrolled fishing, leading to a drastic depletion of certain species. Selective forms of fishing which discard much of what they collect continue unabated.
Particularly threatened are marine organisms which we tend to overlook, like some forms of plankton; they represent a significant element in the ocean food chain, and species used for our food ultimately depend on them” (n. 40).
Unfortunately, many areas have reached unsustainable levels of exploitation and the interventions of the international Community, including through the FAO Code of Conduct for Responsible Fisheries, have essentially prevented the worsening of the situation.
2. Two centuries after the abolition of the transatlantic slave trade, at least 20.9 million people continue to work under coercion, largely in the informal and illegal economy (Cfr. ILO, Global estimates 2012). About 90 per cent of today’s forced labour is imposed by private agents, primarily in labour intensive industries, such as fisheries. The study and the work of the competent international Organizations – I refer primarily to the FAO and the ILO, but without overlooking the civil society organizations – highlights how fishing and aquaculture have become global industries employing large numbers of workers, often already made vulnerable as migrants, victims of trafficking or forced labour.
Workers aboard fishing vessels are isolated for long periods, being deprived not only of contractual guarantees, but also of the most basic fundamental rights. For such crews it means living in degrading conditions and in confined spaces, in circumstances that are tantamount to detention, with their documents confiscated and, in only a few cases, returned after long periods of forced and underpaid labour. In addition, this may mean that the crews of these ships are unable to disembark when in port, and so they are unable to escape, to prevent abuse or to seek assistance. This situation is aggravated in the case of illegal, unreported and unregulated fishing.
We are witnesses to a tragic situation, in the face of which the international Community and its Institutions are making efforts to establish and develop specific solutions to eliminate forced labour from the global value chain. I think, for instance, of the new ILO Strategic Policy Framework, adopted in 2010, or of the recent decisions of the FAO Committee on Fisheries concerning illegal activities linked to the fishing industry, as well as the FAO Port State Measures Agreement, adopted in 2009 and today in force. There remains, however, the problem of their effective implementation, or, in other words, the willingness of the various parties involved.
3. In facing these challenges, the Holy See considers it crucial to develop capabilities to monitor, identify and rescue fishermen, who are victims of smuggling, trafficking and degrading treatment. The current standards of International Law oblige us to go beyond the reasons why individuals turn to smugglers and traffickers. We have not only a moral obligation to give people other opportunities, but also a binding obligation to offer them another chance.
An initial answer, on a practical level, may come in the form of tougher legal measures and enforcement procedures, which can benefit migrants working in the fisheries sector, allowing them to escape from human trafficking and slavery. In addition, at the intergovernmental level, it should be recognized that the specialized Agencies of the United Nations, as well as other international Organizations, now have the capacity to draw up sustainable alternatives; just think of the hypothesis of humanitarian visas, short-term visas, visas for seasonal workers. The countries of origin have the responsibility to facilitate intra-regional labour mobility for those seeking better living conditions. This may mean ensuring policies on migration, which respect the obligations established in Article 18 of the Protocol to the Palermo Convention on Transnational Organized Crime, on the prevention, suppression and pursuit of trafficking and smuggling of human beings.
This approach would also have the advantage of distinguishing between criminals and victims in an objective and thorough manner.
As Pope Francis reminds us: “Migrants are our brothers and sisters in search of a better life, far away from poverty, hunger, exploitation and the unjust distribution of the planet’s resources which are meant to be equitably shared by all. Don’t we all want a better, more decent and prosperous life to share with our loved ones?” (Message for the World Day for Migrants and Refugees 2016).
4. Only by working together, and coordinating our efforts, will we be able to break the clear chain of exploitation that affects the fishing industry in many countries, and show that, under International Law, it contains all the elements of a true crime against humanity.
We must do this by focusing on three fundamental objectives:
aid for the exploited and degraded fishermen, so as to facilitate their rehabilitation and reintegration;
compliance by States and Governments with the existing international rules on fishing, and, specifically, working in the fishing sector;
fighting against trafficking and smuggling using means, including coercive measures, to impose the rule of law and human rights standards. The ultimate goal is to preserve on the seas the legality that, for centuries, has been a sign of freedom and civilization.
The Holy See is very close to the international Organizations like FAO and ILO, which promote these objectives, and, through the institutions of the Catholic Church in different countries, it is ready to contribute to this effort. Our aim from a Christian perspective is “to let the oppressed go free” (Lk 4, 18-19).
Thank you for your attention.