lunedì 28 novembre 2016

Myanmar
Alle radici del dramma dei rohingya. I migranti più dimenticati
L'Osservatore Romano
(Cristian Martini Grimaldi) Il caso dei migranti siriani in fuga dalla guerra è certamente l’evento che, nelle cronache degli ultimi mesi, è stato più raccontato dai media di tutto il mondo. Ma non si tratta di una storia isolata. Tutt’altro. Le Nazioni Unite riferiscono di un altro gruppo di migranti che in questo momento è non solo il più perseguitato al mondo, ma anche quello più dimenticato. Stiamo parlando della minoranza musulmana dei rohingya. Una popolazione che risiede principalmente nel Rakhine, ovvero nel Myanmar occidentale.
La storia della loro persecuzione risale ancor prima della costituzione della repubblica di Myanmar. Se ne possono far risalire le tracce addirittura alla seconda guerra mondiale, quando i rohingya dichiararono la loro fedeltà agli inglesi, mentre la restante parte della popolazione, di diversa etnia, decise di schierarsi con i giapponesi.
Ed è a partire proprio dal secondo conflitto mondiale che i rohingya hanno assistito alla continua messa in discussione dei loro diritti. Una discriminazione che è deflagrata in tutta la sua violenza nel 1978, quando il Myanmar era ormai dominato da una giunta militare, con episodi di brutale intolleranza che hanno spinto tra i 200.000 e i 250.000 rohingya fuori dal paese, verso il Bangladesh.
Nel 1982 la discriminazione nei confronti di questa minoranza è stata addirittura formalizzata a livello politico-istituzionale, con l’emanazione della legge sulla cittadinanza che ha reso di colpo i rohingya dei senza patria. La legge dell’82 infatti non li riconosce tra le etnie nazionali. La stragrande maggioranza dei rohingya nati in Myanmar sono quindi considerati cittadini residenti illegalmente. Da allora la comunità rohingya ha subito la restrizione della libertà di movimento, di religione, di occupazione e di accesso all’istruzione. Non ci si stupisce dunque se, nel corso degli anni, il Myanmar, e in particolare la regione di Rakhine, abbia registrato un aumento del numero di persone in fuga dal paese, soprattutto verso gli stati vicini.
Centinaia di migliaia di rohingya sono attualmente confinati in campi profughi nel Bangladesh e in Thailandia. Il Bangladesh, in particolare dalle violenze del 1978, rappresenta la prima ovvia destinazione dei rohingya richiedenti asilo: per via della vicinanza geografica e della religione comune. Si stimano in decine di migliaia i rohingya che vivono nei campi gestiti dal governo, mentre sono centinaia di migliaia quelli che risiedono in campi non ufficiali.
Ed è proprio a causa delle condizioni di vita terribili in questi campi — i testimoni parlano addirittura di “segregazione forzata” — che migliaia di rohingya si vedono costretti a imbarcarsi in pericolosi viaggi in mare nella speranza di ricostruirsi una nuova vita in Malesia o in Thailandia. E come in un destino beffardo che sembra accanirsi proprio sui più sfortunati, una volta lasciati i campi questi migranti senza patria incontreranno i loro peggiori aguzzini: gli “scafisti” del mare delle Andamane che sottopongono molti dei rifugiati ad abusi orribili.
Una delle violenze più frequenti che i migranti subiscono è quella di vedersi “parcheggiati” su questi scafi della morte a pochi chilometri dalla costa della loro “terra promessa”. A quel punto, i trafficanti contattano le famiglie dei migranti minacciandole per indurle a pagare un ulteriore prezzo per il rilascio del loro familiare.
Diverse testimonianze hanno fatto luce su questa pratica. Un ragazzo ventenne rohingya ha testimoniato di aver trascorso ben otto mesi su una nave ancorata al largo delle coste della Thailandia. Durante questo lasso di tempo, è stato sottoposto ai peggiori maltrattamenti, fino a quando la famiglia non ha pagato il prezzo della sua liberazione ai trafficanti.
La stragrande maggioranza di coloro che provano la fuga sono giovani maschi. Questo fenomeno esercita un duplice effetto negativo sulla comunità: il costo della dote per le donne che restano nel Rakhine aumenta notevolmente. Le famiglie disperate vedono ridursi la possibilità di assicurare un futuro alle loro figlie. I genitori non vedono altra scelta che imbarcarle in viaggi della disperazione verso la Malesia con l’obiettivo di sposarsi, aggravando ulteriormente la tragedia del traffico di esseri umani.
Dal punto di vista mediatico, a penalizzare i migranti rohingya è soprattutto il fatto che la loro è una crisi umanitaria di lunga durata, non nasce da crisi improvvise e impreviste. Tutto questo mentre una organizzazione non governativa, con sede in Thailandia e operativa nei campi profughi dove vengono ammassati migliaia di rohingya, ha affermato che gli aiuti internazionali negli ultimi mesi sono perfino diminuiti e che, se la situazione peggiora, la vita nei campi non sarà più sostenibile. Già adesso i rifugiati ricevono scarse razioni di cibo e i servizi sanitari e scolastici di base sono stati tagliati. Per di più, in virtù del loro status di apolidi, i rohingya non hanno titolo per protestare contro la discriminazione dinanzi alle autorità nazionali. La loro situazione è ulteriormente compromessa dal fatto che nessuno degli stati circostanti è firmatario della Convenzione sui rifugiati né è stato ancora messo a punto un quadro di protezione di quest’ultimi a livello regionale.

L'Osservatore Romano, 28-29 novembre 2016