mercoledì 30 novembre 2016

L'Osservatore Romano
(Lucetta Scaraffia) Che l’aborto non sia un intervento qualsiasi — e tanto meno un momento di affermazione della libertà della donna — non lo dicono solo i suoi oppositori, ma lo stesso corso della storia. Ne abbiamo due esempi recenti. Qualche giorno fa la lettera di Papa Francesco Misericordia et misera, che estendeva anche al dopo giubileo la facoltà per tutti i sacerdoti di assolvere da questo peccato, è stata da molti letta come una cancellazione del peccato stesso, confondendo così la misericordia verso il peccatore con la cancellazione del peccato. Certo, era un equivoco nato soprattutto dal fatto che ormai gran parte delle persone ignora che esiste una gerarchia fra i peccati, e quindi prassi diverse per la loro assoluzione. Ma una reazione così vivace faceva anche capire che, pure in società dove l’aborto è ormai legale ed è assicurato dall’assistenza sanitaria da quasi cinquant’anni, il disagio si sente ancora e il perdono del Papa — che secondo alcuni si sarebbe adeguato così alla “modernità” — non sarebbe stato inutile né irrilevante.
Ma in questi giorni un altro problema ci mette di nuovo sotto gli occhi la realtà: in Francia i socialisti, al governo, hanno presentato una proposta volta a considerare i siti internet e gli altri centri che diffondono informazioni contrarie all’interruzione di gravidanza «con scopo dissuasivo» colpevoli di «ostruzione all’interruzione volontaria di gravidanza» e quindi passibili di essere oscurati.
Giustamente, con parole equilibrate e nobili, Georges Pontier, presidente della conferenza episcopale francese, ha ricordato che «questa proposta di legge mette in questione i fondamenti della nostra libertà» e soprattutto ha fatto presente che questi siti vengono a sostituirsi a una funzione prima esercitata dallo stato, cioè quella di garantire un’occasione di riflessione alle donne che volevano ricorrere all’aborto. Lo stato infatti ha abolito l’obbligo di lasciar passare almeno una settimana fra la prima consultazione e l’intervento, e quindi — scrive Pontier — «le donne non trovano più un sostegno ufficiale ai propri interrogativi di coscienza» perché il loro travaglio morale e psicologico diventa così legalmente inesprimibile. I siti in questione danno soprattutto assistenza a donne che hanno abortito e hanno bisogno di esprimere i loro problemi rispetto all’esperienza che hanno vissuto, ma certo sono anche pronti ad ascoltare donne dubbiose circa questa scelta. Qualche volta si tratta di gruppi che confondono l’assistenza con il militantismo — lo si sa — e qualche volta non riconoscono con sufficiente delicatezza il travaglio della donna in occasione di questa decisione, ma certo non obbligano nessuno.
Il disagio rivelato da questa proposta di legge, ancora una volta, rivela come l’aborto non si possa considerare un’operazione come le altre, né un diritto di autodeterminazione come gli altri. Bisogna quindi avere il coraggio di lasciare aperto il problema, non permettere che venga messo a tacere il dubbio e soprattutto che la sofferenza delle donne non venga sottovalutata, da nessuna delle parti in causa.
L'Osservatore Romano, 30 novembre - 1° dicembre 2016.