domenica 13 novembre 2016

"In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.

Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita»." Parola del Signore
Commento di mons. Pierbattista Pizzaballa
Il Vangelo di oggi si apre con un’immagine di distruzione e si chiude con una di consolazione.
Quella di distruzione riguarda il tempio: Gesù si trova al suo interno, e “alcuni” ne stanno lodando tutta la bellezza e la sontuosità. E Gesù taglia corto, dicendo che di quello che stanno vedendo non resterà pietra su pietra (Lc 21,6). Questa prima immagine di desolazione si amplia poi in immagini successive, ugualmente drammatiche (terremoti, carestie, persecuzioni…), che sembrano occupare tutta la pericope, che sembrano non dare speranza, non dare tregua.
Ma improvvisamente si apre uno squarcio, e l’immagine conclusiva è di tutt’altro tono: ai discepoli Gesù predice che dovranno vivere tempi difficili, ma che nemmeno un capello del loro capo andrà perduto (Lc 21,18).
Come stanno insieme queste due immagini? Cosa vuol dire Gesù?
Innanzitutto Gesù sta parlando non tanto di un tempo futuro e lontano, ma dei tempi ultimi, quelli che precedono la fine, ovvero quelli che vanno dall’ascensione alla parusia. Non sta parlando di eventi eccezionali, di tempi particolarmente difficili o lontani; sta parlando del nostro tempo, del tempo della Chiesa, della nostra vita di ogni giorno.
E Gesù non illude i suoi: sa che saranno tempi difficili, come spesso è difficile la vita.
Non si dilunga in particolari inutili, e non risponde alle domande allarmate di chi, davanti a questa prospettiva, subito vuole sapere quando accadrà e come accadrà.
Gesù, invece, si preoccupa di dirci come stare in questo tempo di prova. Non sposta l’attenzione sul futuro, ma la mantiene sul presente, perché è questo il tempo in cui possiamo agire e preparare il futuro.
E dice semplicemente che questo tempo va attraversato, e non fuggito: “con la vostra perseveranza salverete la vostra vita” (Lc 21,19), ovvero camminando nel tempo senza aggrapparsi a nulla, senza cercare vie d’uscita, scappatoie, privilegi speciali.
In un tempo in cui tante certezze crolleranno (anche quella certezza sacra che è il tempio), l’unica possibilità di vita è quella di percorrere il tempo, senza evitare nulla
Per questo Gesù mette in guardia da alcune tentazioni, o illusioni.
La prima è quella di seguire chiunque si presenti nel suo nome (Lc 21, 8) ed offra una ricetta facile alla soluzione dell’enigma della vita e della sofferenza. In tempi particolarmente bui, questi personaggi prolificano, e questa tentazione si fa particolarmente attraente.
La seconda è l’illusione di sapere i tempi (Lc 21, 7), di conoscere come andrà a finire la storia: ma la storia non è nelle nostre mani, e il voler conoscere il futuro è il modo migliore per fuggire il presente.
Poi c’è la tentazione di cavarsela con le proprie forze: è quando Gesù dice di non preparare in anticipo la propria difesa (Lc 21,14), ovvero di non illudersi che quanto sappiamo fare da soli basterà a superare la prova.
Infine c’è la tentazione della disperazione, del terrore (Lc 21,9), quando la prova sembra troppo grande, quando non c’è più speranza, e ci si arrende… In realtà, tutti questi modi “sbagliati” di stare nella storia non sono altro che fughe, tentativi di evitare il problema, di chiudere il gioco in anticipo, senza averlo mai giocato.
L’invito di Gesù è altro, è – appunto – l’invito a perseverare.
Ma come è possibile camminare dentro la sventura?
È possibile se ci si entra come Gesù è entrato nella sua passione. Perché i termini con cui Gesù descrive la tribolazione dei discepoli richiamano da vicino i tre annunci della passione (Lc 9,22; 9,44; 18,31); ma come per Gesù gli annunci della passione sono anche annunci della sua risurrezione, così sarà, certo, anche per i discepoli.
L’importante è entrarci con la sua stessa fiducia nel Padre, fiducia che la storia è nelle sue mani, e che nulla andrà perduto. Gesù questo lo assicura: “Io vi darò parola e sapienza” (Lc 21, 15), ovvero io non vi lascerò soli, io sarà con voi e in voi.
Allora proprio il momento della prova, il momento in cui Dio sembra più assente, quello sarà il momento in cui sperimentare più da vicino la consolazione del Signore; e sarà il tempo della testimonianza, fino a quando il Signore tornerà (Lc 21,27).
+ Pierbattista