martedì 22 novembre 2016

Marocco
Accordo tra il Marocco e il Mémorial de la Shoah di Parigi. Memoria viva
L'Osservatore Romano
(Anna Foa) È stato stretto il 14 novembre a Rabat, su iniziativa marocchina, un accordo fra gli archivi nazionali del Marocco e il Mémorial de la Shoah di Parigi. Scopo dell’accordo, ricostruire la memoria ebraica del paese. Si tratta di una notizia importante per molti motivi: innanzitutto, perché la presenza ebraica in Marocco è antica e significativa, ricca di cultura e di intrecci con il mondo che la circondava. Uso il passato perché di ebrei in Marocco dopo la nascita dello stato di Israele nel 1948 ne sono rimasti pochi, ottomila circa su una popolazione di trecentomila.
In secondo luogo, perché si tratta di un paese musulmano, e scambi culturali come questo — il primo in assoluto di un paese islamico con un’istituzione come il Mémorial de la Shoah — sono importanti anche dal punto di vista politico, e non solo di quello strettamente culturale.
Ridare vita ai documenti che testimoniano una presenza radicata e forte degli ebrei nella società marocchina vuol dire contribuire a rendere meno monolitico il quadro complessivo di questa società e a mostrarne le radici complesse e intrecciate con le altre culture religiose. Il preambolo della costituzione emanata dopo la rivoluzione del 2011 riconosce infatti «che l’unità del paese si è nutrita e arricchita dei suoi affluenti africani, andalusi, ebraici e mediterranei».
Si tratta anche di un’operazione, afferma il testo dell’accordo, di ricostituzione documentaria. La documentazione è infatti assai sparpagliata. Molti dei documenti che riguardano gli ebrei marocchini sotto l’occupazione nazista, ad esempio, sono conservati nel Mémorial de la Shoah. L’intento non è però quello di ricostruire solo la storia degli ebrei marocchini durante la guerra, ma quello di avviare, attraverso il recupero e il riordino della documentazione esistente, la ricostruzione dell’intera storia della cultura ebraica in Marocco.
Gli ebrei sono infatti presenti sulla costa africana del Mediterraneo fino almeno dal ii secolo prima dell’era cristiana. Una presenza antica, quindi, e numerosa, a cui allude già Strabone all’inizio dell’era cristiana. Da allora, attraverso la dominazione romana, quella bizantina e poi la conquista e la dominazione araba, le comunità ebraiche nel Maghreb attraversano fasi alterne, caratterizzate sotto l’islam dal sistema della dhimma, uno statuto di discriminazione che prevedeva il pagamento di una tassa annuale da parte dei non musulmani, in particolare ebrei e cristiani. Nei primi secoli del dominio arabo molti degli ebrei e dei cristiani passano all’islam, le fasi di tolleranza e di convivenza tra ebrei e musulmani si alternano a momenti di tensione e persecuzione, e la storia degli ebrei marocchini si intreccia con quella degli ebrei spagnoli, in particolare dopo la cacciata dalla penisola iberica alla fine del XV secolo. Il raggiungimento dell’uguaglianza dei diritti, cioè l’emancipazione, è del 1864, sotto il sultano Muhammad iv. Secoli di presenza, sia pur caratterizzati da fasi di persecuzione e di inferiorità giuridicamente sancita, su cui il giudizio degli storici è discorde e su cui certamente la riorganizzazione degli archivi e la scoperta di documenti inediti potrà gettare nuova luce.
Altrettanto discordante è la valutazione del periodo dell’occupazione nazista del Marocco, dal 1911 protettorato francese, sul quale forte è l’attesa per l’emergere di nuovi documenti. La documentazione dimostra l’ostilità del sultano Muhammad v all’estensione al Marocco delle leggi razziste di Vichy, che entrarono tuttavia in vigore sia pur con qualche attenuazione. La sconfitta dell’Asse sul fronte africano impedì che le comunità ebraiche marocchine facessero la fine di quelle europee e lo sbarco americano, nel novembre 1942, portò all’abrogazione delle leggi di Vichy. Quale fu in quelle circostanze l’atteggiamento e lo stato d’animo della popolazione musulmana verso gli ebrei, in particolare visto l’appoggio aperto dato ai nazisti dal gran muftì di Gerusalemme e l’emergere del movimento anticolonialista e nazionalista anche in Marocco, già appoggiato precedentemente da Hitler e naturalmente ostile alla Francia e all’Inghilterra? Sono anche questi temi su cui molto si è scritto ma che non possono che trarre vantaggio dalla riorganizzazione documentaria prevista dall’accordo tra lo stato del Marocco e il Mémorial de la Shoah, al di là delle immagini forse un po’ troppo apologetiche dell’opera del sultano sotto l’occupazione nazista.
Insomma, se torniamo alla famosa scena in cui nel film Casablanca, appunto del 1942, Humphrey Bogart ordina al pianista del bar di suonare la Marsigliese, ebbene nel Marocco del 1941-1942 si poteva forse ancora cantare la Marsigliese, ma la situazione era e restava assai ambigua e complessa per ebrei e oppositori dei nazisti e di Vichy.
L'Osservatore Romano, 22-23 novembre 2016