mercoledì 30 novembre 2016

Italia
Universitari, la sfida dell'accoglienza
Avvenire
(Alessia Guerrieri) La «grandiosa marcia» dell' uomo verso la conoscenza è orientata a cercare la verità, che significa anche «scoprire se stessi, il Creato, Dio». Ecco perché in questa «straordinaria avventura » bisogna stare attenti affinché «la nostra intelligenza non si restringa a ciò che si vede e si misura», che è solo una parte della realtà. Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, parla ai 130 studenti, insegnanti, cappellani universitari riuniti a Roma per il IV Congresso mondiale di pastorale per gli studenti internazionali, promosso dal Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti.
A chi nella vita accademica cerca «la verità nelle sue molteplici forme», il presidente del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d' Europa) ricorda l' esistenza di un «mondo invisibile» che abbraccia il mondo visibile; un mondo «più grande e importante», «non ostile all' uomo» abitato dal Dio-Amore, dalla Vergine, dagli angeli e dai santi, dai defunti che «non ci tolgono le croci, ma ci aiutano a portarle». I responsabili della formazione degli studenti internazionali, infatti, hanno davanti nuove sfide; è per questo che sono necessari cambiamenti pastorali, seguendo le linee guida contenute nell' Esortazione apostolica Evangelii gaudiumdi papa Francesco. 
Il punto di partenza è rammentare che «solo i piccoli sono abbastanza grandi per conoscere Dio, solo gli umili sono in grado di incontrare la maestà del Creatore». Il cardinale Bagnasco, nel corso della celebrazione eucaristica che chiude la sessione mattutina di ieri, spiega che è il Vangelo la bussola a cui ispirarsi: «È l' atteggiamento interiore, la docilità del cuore la porta che il Signore vuole attraversare per entrare nell' intimità della nostra anima». Solo infatti un cuore «contrito e implorante», uno guardo «umile e fiducioso» apre il cuore del Padre e rileva il Figlio «nella sua realtà di redentore del mondo». Ecco perciò la necessità di togliersi i sandali, come Mosè, «per avvicinarsi al Dio dei cieli», per andare «a piedi scalzi verso il Natale del Signore» - è l' esortazione finale del presidente della Cei ai presenti - perché il Natale allora sarà «come un seme di vita nuova, di bellezza». Se troverà perciò in ognuno «un terreno umile, allora diventerà germoglio di bontà e di speranza » non solo per il singolo, ma per il mondo intero. 
L' università, in questo senso, è un luogo privilegiato, sia per uno scambio interculturale ed ecumenico, sia «per diventare la casa Zaccheo dove incontrare il Signore». Per questo, «l' accoglienza è il primo aspetto da curare», dice il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, sottolineando l' importanza di far sentire chi viene da lontano «in famiglia e ben voluto». Così insegnanti e operatori pastorali sono chiamati a diventare «quelle braccia affettuose e canali della linfa vitale di Dio». Il tempo trascorso negli atenei, in sostanza, - aggiunge il porporato - è un' occasione «per l' incontro con il Signore, per lo sviluppo delle reti informative e formative in grado di trasmettere valori etici ed educare coscienze rette a cui affidare il futuro».
Se da un lato, quindi, l' obiettivo primario è far crescere nei giovani «la sensibilità alla moralità», non meno importante per le loro guide è dare il buon esempio. «Gli studenti hanno bisogno di modelli validi - precisa il cardinale Vegliò - per scoprire il fascino dell' incontro e trasmetterlo agli altri». La novità è che tuttavia occorre trovare modi sempre nuovi ed efficaci per raggiungerli, «con zelo missionario pastorale ». Innanzitutto, comunque, per «coinvolgersi e accompagnare» - precisa monsignor Marek Jedraszewski, vicepresidente della Conferenza episcopale polacca e presidente del settore università del Ccee - serve intraprendere continuamente «lo sforzo di comprendere la diversità di culture e tradizioni, che gli studenti stranieri portano con sé nella Chiesa locale». 
 Soltanto così «si apre la possibilità di un vero dialogo e di un efficace annuncio della verità di Cristo». Insomma le università, per definizione protese verso l' universo del sapere e dell' esperienza umana, «non possono essere recettori di mentalità ristrette », gli fa eco Sara Silvestri, docente di politica internazionale a Cambridge. Invece «devono essere grandi luoghi dove sperimentare l' incontro con l' altro, attraverso cui considerare l' universalità del volto di Dio e dei valori umani».