mercoledì 16 novembre 2016

Pubblichiamo stralci della relazione tenuta l’11 novembre all’Antonianum.
(Giuseppe Buffon) Se evento e parola costituiscono l’essenza della tradizione francescana, alla Pontificia Università Antonianum spetta oggi, nella Chiesa e nell’Ordine francescano, la qualifica di unico centro di studi, abilitato alla ricerca e alla divulgazione della medesima tradizione in oggetto.
Esso è, infatti, l’unico impegnato a fornire una ricerca, una interpretazione, un’attualizzazione della tradizione teologica e filosofica francescana; l’unico a svolgere una funzione ecclesiale, sia verso i membri dell’intera famiglia di san Francesco, sia verso gli organismi del magistero ecclesiale; l’unico a fungere da mediazione tra il magistero attuale della Chiesa e il deposito della tradizione francescana. In effetti, l’università minoritica è nata con la vocazione specifica di canale accademico-divulgativo dei risultati raggiunti dai vari organismi di ricerca, già operanti in seno all’Ordine: il collegio degli editori di Quaracchi (Firenze), oggi presso il convento di Sant’Isidoro (Roma); il collegio per la storia delle missioni, poi Sinica francescana; i curatori della Bibliotheca Bio-Bibliografica della Terra Santa; e, non ultima, la Commissione scotista.
In doctrina et sanctitate, l’aforisma inserito nell’insegna della Pontificia Università Antonianum non equivale a un semplice motto. La dottrina, intesa come impegno a favore degli studi, e la santità, nella prospettiva francescana della paupertas, costituiscono, infatti, come i poli di una tensione dialettica, che attraversa l’intera vicenda minoritica.
Anche la storia della Pontificia Università Antonianum, perciò, fin dalle sue origini, registra la difficoltà di armonizzare le esigenze di una struttura accademica all’altezza della modernità con i canoni di una povertà, recante il distintivo dello specifico francescano. I difensori della tradizione pauperistica mettono sotto accusa perfino la stessa dimensione materiale della nuova sede universitaria, compreso il suo profilo architettonico, ritenendolo contrastante con la tipologia dell’edilizia mendicante. Lo stesso ministro generale, che ne promuove la fondazione, Bernardino da Portogruaro, viene fatto bersaglio di gravi accuse, fino addirittura a essere apostrofato con l’epiteto di nuovo frate Elia.
Il motto In doctrina et sanctitate non sottende soltanto la dialettica tra studi e ideale minoritico della paupertas; indica, bensì, lo sforzo affinché l’originalità della sintesi teologica minoritica, connotata dalla mediazione affettiva, venga inserita in un contesto ecclesiale romano, condizionato dal tomismo sistematico della Gregoriana, università pontificia a tutti gli effetti. Non una romanità rigidamente ecclesiastica e legata alla controversia protestante, ma la romanità del poverello in visita a Innocenzo III, episodio inserito con intenzionalità tipicamente romantica nel testo della pergamena, collocata sotto la pietra di fondazione del nuovo edificio; infine, non certo una romanità esclusivamente tomista, ma scolastica, bonaventuriana, non meno che aquinate, per la quale si batte il fondatore dell’Antonianum, fino al punto da rifiutare la propria firma in un indirizzo al Papa, perché in favore del solo tomismo; pronto, invece, a siglare un documento che onori, con l’Aquinate, anche il maestro francescano di Bagnoregio.
La nuova sede universitaria, già studio generale aracoelitano, urta perciò, non solo l’autocoscienza dei figli del poverello, bensì la stessa sensibilità pauperistica delle gerarchie pontificie e, in particolare, di Papa Leone XIII, terziario francescano e principale patrocinatore del tomismo. Sia il Pontefice della Aeterni patris, sia i suoi successori, seguaci della medesima dottrina, si dimostrano non solo mal disposti a riconoscere il valore didattico dell’ateneo minoritico, ma assolutamente contrari ai contenuti di un’accademia francescana, che divulga la teologia bonaventuriana e, ancora peggio, quella scotista. Escluso dal consesso delle accademie pontificie, l’Antonianum subisce la riduzione ad agenzia privata, destinata a svolgere compiti educativi interni all’organizzazione minoritica. Al medesimo processo di privatizzazione soggiacciono gli studi stessi, diventando mero supporto della prassi apostolica più in voga nel primo trentennio del XX secolo, la missio ad gentes. Anche il fine missionario dell’istituto minoritico, già religio apostolica, stabilito in seguito all’emanazione del Codex iuris canonici (1917), concorre a stabilire la priorità della missione, sia sugli studi, sia sulla loro agenzia divulgativa, l’Antonianum.
La decadenza del valore prioritario degli studi a vantaggio dell’azione missionaria e la loro privatizzazione determinano un vero commissariamento dell’Antonianum, sequestrato dal governo dell’Ordine ed equiparato ad un qualsiasi ufficio della Curia generale.
Nel 1931, la Deus scientiarum Dominus impone all’Antonianum una svolta. La Sede apostolica, dopo una valutazione delle lacune di molti centri accademici, sprovvisti di una metodologia universitario-scientifica e privi di norme atte a regolamentare l’ammissione degli alunni, la durata del ciclo di studi e le prove d’esame, obbliga tutte le istituzioni ecclesiastiche a uniformare metodi e standard curriculari a determinati modelli scientifici e dottrinali. Per oltre cinquanta di esse, incapaci di realizzare l’adeguamento richiesto, giunge a ordinare la chiusura, mentre per l’Antoniano, cui si riconosce lo standard universitario, dispone l’avvio dell’iter per il conferimento del titolo di ateneo. Nel Capitolo del 1939, il nuovo titolo di “pontificio”, attribuito all’Antonianum stimola una riflessione sulla sua funzione ecclesiale. Infatti, l’ordine dispone, ora, di una struttura accademica di livello pari al Laterano, all’Urbaniana e allo stesso Angelicum.
Nondimeno, come pronosticato da padre Klumper già nel 1927 e ribadito dai rappresentanti delle province olandesi durante il capitolo del 1939, in cambio del riconoscimento ottenuto dalla Sede apostolica, l’Ordine si vede sottoposto a una triplice revisione degli statuti, nel 1934, nel 1935 e nel 1936: un lungo ed estenuante negoziato con un’unica preziosa posta in gioco, l’identità della tradizione francescana. All’avvertimento dello stesso Pio XI: «State attenti che l’ateneo Antonianum non diventi un’accademia scotista», segue il provvedimento del cardinale Gaetano Bisleti, prefetto della Congregazione per i seminari e le università degli studi, che di suo pugno aggiunge agli statuti un articolo e un comma esplicativo, con l’imposizione, per l’Antonianum, di seguire il metodo teologico dei documenti pontifici e, in particolare, della Aeterni patris. Solo l’intervento di Ferdinando Antonelli, futuro cardinale, riesce a procrastinare l’applicazione della normativa che avrebbe compromesso l’identità dell’istituzione francescana.
Il ritorno all’identità francescana, promosso da Costantino Koser durante gli anni dell’aggiornamento conciliare, quasi il ripiegamento su un proprium di natura esclusiva, impone all’Antonianum una nuova rinuncia all’autonomia accademica, un più assiduo coinvolgimento nelle iniziative della Curia generale e soprattutto una maggior caratterizzazione francescana della sua proposta accademica. Solo un magistero pontificio, che già nel 1986 collocava la tradizione francescana al centro del dibattito ecclesiale, ecumenico e interreligioso, e poi ancora con la Laudato si’, la costituisce riferimento per l’etica economica e ambientale, può far uscire l’eredità di Francesco d’Assisi da un hortus conclusus, dove essa è stata relegata e spesso si è relegata, conferendogli un’autentica dignità ecclesiale e, in seno all’istituzione minoritica, la dovuta priorità.
L'Osservatore Romano, 15-16 novembre 2016.