domenica 6 novembre 2016

Vaticano
Pastori riformati: papa Francesco e la formazione dei futuri presbiteri /2
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Roberto Oliva - ©copyright) La sfida del discernimento ripresa e valorizzata nell’Amoris laetitia(1) costituisce il punto nodale del magistero di papa Francesco e della riforma della Chiesa per renderla sempre più vicina allo stile di Gesù. Particolarmente i presbiteri, unitamente al popolo santo di Dio del quale fanno parte, saranno i promotori di questo processo di riforma mettendosi alla scuola dei poveri e cercando percorsi sempre nuovi per la loro formazione alla luce della pastoralità della Chiesa(2). 
1. La sfida del discernimento. Alla base del pensiero del papa gesuita risiede dunque il discernimento da applicare tanto alla vita spirituale quanto alla vita pastorale: «Questo discernimento richiede tempo. Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace.
E questo è il tempo del discernimento. E a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di fare dopo. È ciò che è accaduto anche a me in questi mesi. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri. Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l’usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. Il discernimento nel Signore mi guida nel mio modo di governare» (3). I ripetuti inviti del papa a superare ogni rigidità o legalismo pastorale percorrono proprio lo spirito del discernimento che invita ad includere senza allontanare con il tono severo e perentorio di chi si limita ad esporre la legge. Nell’incontro privato con alcuni gesuiti polacchi in occasione della XXXI Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia, papa Francesco è ritornato molto chiaramente su questo tema. Occorre pertanto rileggere con attenzione le sue parole: “Vi chiedo di lavorare con i seminaristi. Soprattutto date loro quello che noi abbiamo ricevuto dagli Esercizi: la saggezza del discernimento. La Chiesa oggi ha bisogno di crescere nella capacità di discernimento spirituale. Alcuni piani di formazione sacerdotale corrono il pericolo di educare alla luce di idee troppo chiare e distinte, e quindi di agire con limiti e criteri definiti rigidamente a priori, e che prescindono dalle situazioni concrete: «Si deve fare questo, non si deve fare questo…». E quindi i seminaristi, diventati sacerdoti, si trovano in difficoltà nell’accompagnare la vita di tanti giovani e adulti. Perché molti chiedono: «Questo si può o non si può?». Tutto qui. E molta gente esce dal confessionale delusa. Non perché il sacerdote sia cattivo, ma perché il sacerdote non ha la capacità di discernere le situazioni, di accompagnare nel discernimento autentico. Non ha avuto la formazione necessaria. Oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento, nella capacità di discernere. E soprattutto i sacerdoti ne hanno davvero bisogno per il loro ministero. Per questo occorre insegnare ai seminaristi e ai sacerdoti in formazione: loro abitualmente riceveranno le confidenze della coscienza dei fedeli. Bisogna formare i futuri sacerdoti non a idee generali e astratte, che sono chiare e distinte, ma a questo fine discernimento degli spiriti, perché possano davvero aiutare le persone nella loro vita concreta. Bisogna davvero capire questo: nella vita non è tutto nero su bianco o bianco su nero. No! Nella vita prevalgono le sfumature di grigio. Occorre allora insegnare a discernere in questo grigio” (4). Grazie a queste intense parole pronunciate a braccio a margine dell’incontro con i confratelli gesuiti, risulta più facile ricostruire la dinamica del discernimento all’interno del percorso formativo dei futuri pastori. Papa Francesco con spirito critico non teme infatti di mettere in discussione determinati piani formativi che esigono dal candidato all’ordine sacro una progressiva assimilazione ad un modello standard di presbitero senza la possibilità di maturare nella diversità e nella libertà. Un stile del genere infatti acuisce l’uniformità facendo a meno della fatica del cammino che prevede la ricerca impegnativa della propria identità presbiterale. Papa Francesco ripete spesso ai vescovi: “E state attenti quando qualche seminarista si rifugia nelle rigidità: sotto c’è sempre qualcosa di brutto” (5). Occorre pertanto che venga fornita una formazione integrale e poco formale: i seminaristi dovranno imparare gradualmente che il ministero presbiterale si fonda sull’apostolato dell’orecchio (6). Ma la capacità di ascoltare non è soltanto una virtù da esercitare in confessionale, allude piuttosto ad una particolare sensibilità nel comprendere la persona, nel pazientare rispettando i tempi e i modi della persona e cercando le modalità migliori per accompagnarla all’incontro con la misericordia di Dio. Talvolta una certa rigidità teologico-morale rischia di servirsi della dottrina cattolica come un pretesto per liberarsi dalle persone con particolari fragilità, le quali si sentono maggiormente motivate ad abbandonare la comunità ecclesiale. È necessario dunque che la formazioni prepari all’ imprevedibilità e alla ricchezza della vita umana, di fronte la quale non basta citare un articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica per assolvere al proprio ministero ma urge la compassione per discernere le sfumature di grigio che abitano quella persona. Una mentalità integralista esige da ciascun fedele scelte tempestive che - seppur adeguate alla morale evangelica - prescindono da un discernimento delicato e profondo che accompagnando la persona nel suo progressivo cambiamento, la aiuti a scoprire i germi evangelici già presenti nella sua interiorità. “L’amore non cattura gli estranei ma li valorizza; li prende sul serio. Infatti, già prima che la Chiesa li avvicini, essi hanno incontrato Dio, il mistero assoluto, nell’indicibilità e nell’anonimità della loro vita quotidiana. Dove essi accettano se stessi, accettano Dio e danno una reale testimonianza di Cristo e della sua resurrezione, anche se tale testimonianza non viene espressa. Nell’anonimità delle sue condizioni di vita, il non cristiano può essere un cristiano e il cristiano può essere un non cristiano” (7). La riforma che papa Francesco intende proseguire sulla scia del progetto di Chiesa auspicato da Gesù, esige da parte dei futuri pastori un sincero e adeguato esercizio del discernimento nella prassi pastorale: “Affinché l’insegnamento del Papa sia una realtà viva, bisogna cambiare la formazione del clero in una «formazione al discernimento». Sant’Ignazio è andato veramente in profondità nel suo discernimento, nell’aiutare la gente, sapendo quando l’aiuto è un vero aiuto e quando non lo è” (8). Proprio sulla scia di questa riforma ecclesiale e della sfida del discernimento, il papa ha stabilito che nell’ottobre del 2018 si terrà la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. 
2. Comprendere per accompagnare. Questa formazione al discernimento però richiede un’adeguata preparazione culturale che abbraccia diversi ambiti e non l’esclusivo studio della dottrina cattolica(9). Un attento studio teologico condotto confrontandosi con la cultura postmoderna e le altre discipline, aiuta il futuro pastore a non cadere nel rischio del conservatorismo o del progressismo, purificando sempre la fede da numerose incrostazioni o derive fondamentaliste: “Pertanto uno dei compiti principali del teologo è di discernere, di riflettere: che cosa significa essere cristiani oggi?” (10). Occorre smontare pertanto una falsa idea di prete incolto attribuita a papa Francesco da coloro i quali strumentalizzano il suo richiamo alla pastoralità. “In questo contesto penso che lo studio della teologia assuma grandissima importanza. Un servizio insostituibile nella vita ecclesiale.
Non sono poche le volte in cui si genera un’opposizione tra teologia e pastorale, come se fossero due realtà opposte, separate, che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra … Uno dei contributi principali del Concilio Vaticano II è stato proprio quello di cercare di superare questo divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita. Oso dire che ha rivoluzionato in una certa misura lo statuto della teologia, il modo di fare e di pensare credente” (11). Pertanto la riforma ecclesiale richiede presbiteri provvisti di una solida e vasta formazione teologica che non consente di rifugiarsi in profili mediocri e ritualistici, come se bastasse al prete celebrare l’eucaristia e animare un gruppo sparuto di fedeli: “L’immagine innovativa ed evocativa della Chiesa ospedale da campo creata da Papa Francesco è richiamata frequentemente da molti, ma forse senza evidenziare che anche in un ospedale da campo si richiedono medici altamente qualificati” (12). Dunque ecco l’urgenza di una formazione teologico-culturale di alta qualità, che lungi dal voler isolare il pastore in un’aurea accademica, lo avvicina sempre più alle sfide del tempo nel quale egli stesso è immerso. Possiamo desiderare per ciascun presbitero quello che padre Adolfo Nicolás dice dei suoi confratelli, che cioè il pastore: “deve avere tre odori: di pecora, cioè del vissuto della sua gente, della sua comunità; di biblioteca, cioè della sua riflessione profonda; e di futuro, cioè di apertura radicale alla sorpresa di Dio” (13).
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(1) “Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio”. (Amoris laetitia, 305).
(2) Si può rileggere il mio precedente contributo: http://ilsismografo.blogspot.it/2016/08/italia-pastori-riformati-papa-francesco.html
(3)https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2013/september/documents/papa-francesco_20130921_intervista-spadaro.html
(4) La Civiltà Cattolica, 2016, 17, 167.
(5)https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/september/documents/papa-francesco_20160916_corso-formazione-nuovi-vescovi.html
(6) “Quello che deve fare il prete, aiutato dai laici, dai catechisti, da tanta, tanta gente, è aiutare tutti a capire: a capire la fede, a capire l’amore, a capire come essere amici, a capire le differenze, a capire come le cose sono complementari, uno può dare una cosa e l’altro può darne un’altra. Questo è aiutare a capire. E tu hai usato due parole belle: accogliere e ascoltare. Accogliere, cioè ricevere tutti, tutti. E ascoltare tutti. Vi dico una cosa. Credo che oggi nella pastorale della Chiesa si fanno tante cose belle, tante cose buone: nella catechesi, nella liturgia, nella carità, con gli ammalati… tante cose buone. Ma c’è una cosa che si deve fare di più, anche i sacerdoti, anche i laici, ma soprattutto i sacerdoti devono fare di più: l’apostolato dell’orecchio: ascoltare!” 
cfr.https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/june/documents/papa-francesco_20160611_convegno-disabili.html
(7) E. Klinger, L’assoluto nel quotidiano – La teologia spirituale di Karl Rahner, EMP, 1998.
(8) La Civiltà Cattolica, 2016, 17, 167.
(9)“Questa permanente attualizzazione della presenza attiva di Gesù Signore nel suo popolo, operata dallo Spirito Santo ed espressa nella Chiesa attraverso il ministero apostolico e la comunione fraterna, è ciò che in senso teologico s'intende col termine Tradizione: essa non è la semplice trasmissione materiale di quanto fu donato all'inizio agli Apostoli, ma la presenza efficace del Signore Gesù, crocefisso e risorto, che accompagna e guida nello Spirito la comunità da lui radunata”. Papa Benedetto XVI, Catechesi udienza, 26 aprile 2006.
(10)https://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2015/documents/papa-francesco_20150903_videomessaggio-teologia-buenos-aires.html
(11) Ibidem
(12) Francesco Maceri, Discorso inaugurale anno accademico 2016-2017. Vedi:http://www.pfts.it/images/documenti_pdf/Preside/prolusione-rid-21617.pdf
(13) La Civiltà Cattolica, 2016, 17, 167.