giovedì 24 novembre 2016

(Damiano Serpi  - ©copyright) Vi ricordate i film di Don Camillo ? Quelli che, per sua ammissione pubblica, piacciono anche a Papa Francesco. In una scena di quei film una vecchia maestra di Brescello, Cristina, era solita definire “bolscevico” il suo curato. Non perdeva occasione per farlo, ma lo diceva con la bontà nel cuore. Anche in punto di morte, volendosi confessare, si rivolse a Don Camillo con l’appello di “prete bolscevico” per fargli teneramente sapere di averlo comunque perdonato per quella sua così grave “colpa”. Dall’altra parte, quella di Peppone, Don Camillo era invece un reazionario puro e difficile da gestire, un oscurantista della peggior specie, con cui però dover risolvere ogni sorta di problema e di difficoltà, anche personale. Si trattava del classico metro di comparazione dei “due pesi e due misure”. A seconda dei punti di vista quell’uomo di Dio era considerato o un bolscevico progressista oppure un reazionario decisamente ostile a qualsiasi spinta e tendenza innovatrice sul piano politico-sociale nonché religioso. Tutto questo mi è sovvenuto in mente proprio questa mattina nell’ascoltare in treno due attempate e battagliere signore che discutevano sulla possibilità, concessa da Papa Francesco a tutti i sacerdoti, di assolvere i fedeli dal peccato dell’aborto se realmente pentiti. Per una di quelle donne Papa Francesco era eccessivamente progressista, per l’altra era invece sulla buona strada ma ancora troppo reazionario. Una, seppur lodandone la veduta lunga, il saper riconoscere i cambiamenti della società, l’essere lontano da regole e norme che imprigionano l’uomo rendendolo schiavo e succube, si aspetta da lui ulteriori passi in avanti. L’altra, al contrario, pur consapevole che la gravità del peccato dell’aborto non era stato minimamente intaccato, ne criticava la volontà di minare l’insegnamento millenario della Chiesa, il voler piegare i pilastri della dottrina all’avanzare, quasi diabolico, di una società troppo secolarizzata che non conosce più i limiti imposti dai valori e dalla morale. Una continuava a ripetere “se non si fanno certi passi la gente non si avvicinerà mai alla chiesa”, l’altra ribatteva “se si continua con le concessioni la gente si sentirà libera di fare come crede in barba ai valori della cristianità universalmente riconosciuti”. mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm  Entrambe partivano, però, da un presupposto fermo, Papa Francesco è comunque un grande uomo di fede. Un uomo che mostra coraggio, semplicità e umiltà. Tuttavia le loro conclusioni erano opposte. Il loro argomentare era davvero interessante, a tratti affascinante. Toccavano ogni aspetto, inserivano stimolanti ragionamenti per confutarsi reciprocamente, smontavano pezzo per pezzo le teorie avversarie cercando di persuadere l’interlocutore a convincersi del contrario di quanto andava invece fieramente affermando. Però, nel loro lungo argomentare e ragionare, non hanno mai citato una sola volta la parola chiave, ossia il Vangelo. Tutto è entrato nel loro discorso, tutto. Hanno parlato di società in evoluzione, di chiesa da riformare, di sacerdozio, di aborto, di matrimonio, di gay, di divorzio, di confessione, di pentimento, di giustizia, di misericordia, di perdono e di mille altre cose, ma non hanno pronunciato una volta la parola Vangelo. Hanno citato tutto e tutti, persino scomodato ogni precedente sul Magistero Petrino per avvalorare le loro singole prese di posizione. Una volta hanno pure citato il Concilio Vaticano II, seppur ammettendo di non averne mai personalmente letto nulla di ufficiale. Ma del Vangelo neanche una parola. Ad analizzare quel loro “infuocato” dibattito si poteva desumere con facilità che ogni cosa aveva assunto un carattere più sociologico, politico, e di costume che religioso. Come era possibile ? Parlare delle parole del Papa, voler approfondire una lettera apostolica ma non citare neanche una volta il Vangelo o sentire il bisogno di chiamarlo in causa ? Come era possibile ? Eppure il Vangelo era ricco di episodi da citare, da ricordare, da prendere come esempi.  
In effetti la cosa ha, o dovrebbe avere, del paradossale, ma ciò che lo è davvero è doversi persino soffermare a riflettere su questo. Perché quelle due donne, così infervorate nel discutere su aborto e perdono, non hanno sentito la necessità di parlare del Vangelo ? È utile attardarsi su questo. Dopo aver riflettuto molto sull’episodio sono giunto alla conclusione, tutta mia personale si intende, che purtroppo il Vangelo è ancora oggi visto come qualcosa di troppo lontano o, peggio, come qualcosa che, seppur accaduto realmente tanto tempo fa, non ci è più utile per spiegare cosa succede oggi e come dovrebbe essere la vita dell’uomo di fede. Una sorta di vecchio libro, importantissimo, bellissimo e sacro quanto null’altro al mondo, che tuttavia non può più dirci nulla sul mondo di oggi, non ci serve più per affrontare la vita quotidiana non solo di uomini ma soprattutto di cristiani. Al massimo ci serve per desumere dei principi generali sui quali mediare, o forse è meglio dire barattare, una più o meno convergenza di opinioni. Insomma, per dirla con altri termini, per molti fedeli, il Vangelo è come la sceneggiatura di un bel evergreen cinematografico che non ci si stanca mai di guardare ma che però alla fine è sempre e solo una proiezione di mere immagini. Un “dejà vu” che nulla modifica della nostra vita reale e per nulla influisce sui nostri comportamenti, anche se può darci degli spunti o, come per le favole, ci indica una generica morale da seguire.
In tutto questo molta responsabilità è da ascrivere all’informazione. Anche la notizia della lettera apostolica “Misericordia et misera”, con la quale il Santo Padre Francesco ha voluto concludere il Giubileo straordinario della Misericordia, è stata veicolata dai mass media del mondo con il classico sensazionalismo da scoop e il riassunto per eclatanti titoli all’uopo costruiti ritagliando ciò che era più utile al momento. Così, il Papa che decide di concedere a tutti i sacerdoti la possibilità di perdonare dal peccato dell’aborto i fedeli pentiti si è trasformato in titoli come “Il Papa cancella l’aborto” o addirittura in “Il Papa ordina di perdonare l’aborto”. Quasi come se si trattasse della decisione di un monarca, di un deposta o di un governo di abolire una tassa ingiusta, una pratica obsoleta o di cancellare la pena di un reato da codice penale. Certo, è sempre buona pratica quella di parlare di una cosa solo quando si è avuto modo di approfondirla di persona. Solo dopo essersi confrontati con il testo reale e il suo contenuto ci si può, infatti, fare una opinione e avventurarsi con ragion di causa in certe discussioni. Tuttavia, purtroppo, la nostra società attuale preferisce gli strilloni e i tweet alla lettura e alla riflessione. È un dato di fatto che non si può più trascurare. Limitarsi a dire che bisognerebbe prima leggere e poi parlare non risolve minimamente il problema. Occorre lavorare ai fianchi e utilizzare ogni spazio, anche quelli offerti dai social media, per favorire la vera conoscenza e la reale portata delle cose senza illudersi che il semplice richiamo alla lettura e all’approfondimento siano di per se sufficienti. Ma, ritornando alla diatriba delle due donne sul treno, chi di loro aveva ragione ? Quella che definiva il Papa eccessivamente progressista o quella che, al contrario, lo riteneva ancora troppo reazionario (il termine usato testualmente è stato timido progressista) ? Quella che vedeva nel suo agire una necessaria riforma della Chiesa per affrontare le sfide della nostra società tecnologica e post moderna, oppure l’altra che intravedeva in questo solo una minaccia ai pilastri della Chiesa cattolica tramandati da secoli e secoli di magistero della Chiesa ? Insomma, Papa Francesco è un reazionario o un progressista ? Non so a che risultato siano arrivate le due donne perché la mia fermata è arrivata prima della conclusione del loro vivace dibattito, ma, una volta sceso, non ho smesso di interrogarmi.
Posta così quella domanda, pur avendo un grande fascino mediatico, non aveva alcun senso e non può trovare nessuna risposta. Ma volendo a tutti i costi darne una, per non essere tacciati di chiusura o reticenza, si può facilmente affermare che Papa Francesco non è né progressista né oscurantista. No, queste categorie non credo gli appartengano. Lui è semplicemente una sentinella del Vangelo, un custode della Parola di Dio. Non è il pontefice ad essere progressista o reazionario, casomai lo è il Vangelo quando ci racconta gli episodi della vita di Gesù e ci permette di conoscere il suo insegnamento.
Cercare di trovare in ogni ragionamento di fede risposte chiare senza prima ancorarsi al Vangelo ci fa solo sbagliare, ci porta a personalizzare il discorso e a valutare le parole del Santo Padre come se stessimo discorrendo su semplici e diverse linee di pensiero di leader politici di opposte fazioni. Questo è il tipico ragionamento che la società occidentale ci propone ormai di continuo, in ogni campo. Questo è il classico errore di chi, ancora oggi, cerca di confutare, attraverso il metro della comparazione, le parole dell’attuale pontefice con il magistero di Benedetto XVI o di San Giovanni Paolo II per trovare falle o divergenze senza però rifarsi al Vangelo e alla sua vitalità e dinamismo nella società umana in perenne cambiamento. Siamo sempre più portati, per non dire costretti, a definire le cose in modo veloce e univoco senza approfondire e senza valutare bene gli aspetti che le compongono e le determinano per ciò che sono nella realtà effettiva. Una situazione, qualunque essa sia, deve essere subito catalogata. Se è nera va nel cassetto delle cose nere se invece è rossa deve andare nel cassetto delle cose rosse. Ogni cosa che differisce da questa catalogazione a priori deve essere comunque costretta a stare dentro quei parametri e, quindi, ogni tentativo o modo di equiparare o di mistificare il reale colore delle cose è ben accetto. Questo metodo, già palesemente erroneo e ingiusto per tantissime situazioni complesse dell’uomo e dell’umanità nel suo complesso, non può valere per capire le cose di Dio. Non può esserlo perché nel Vangelo non c’è catalogazione degli uomini, perché Dio non cataloga i sui figli, Gesù non costringe gli uomini, suoi fratelli, a prendere parte a questa pratica già in uso ai suoi tempi. Davanti alla donna adultera che sta per essere lapidata Gesù non si schiera con l’una o l’altra parte. Non dice “si, lapidiamola come dice la legge perché è peccatrice” ma non dice neanche “no, non ha peccato quindi può andare”. Offre una terza via a tutti, quella del perdono, del pentimento, della misericordia.
Le parole del Santo Padre non sono a uso e consumo di fazioni politiche avverse o a disposizione di chi vuole, in modo più o meno sfacciato, cercare di tirare per il bavero il vicario di Pietro per tornaconti momentanei. Il Papa parla da soldato del Vangelo, da suo custode e ogni cosa che dice è ancorato ad esso. Anche quando parla di situazioni contingenti, secolari e attuali il Papa parla secondo il Vangelo e la dottrina della fede. Ecco perché i risultati del Co0ncilio Vaticano II sono una pietra miliare che il pontefice cita spesso. Le parole del Santo Padre, come quelle di qualunque pontefice, vanno lette alla luce del Vangelo e del cammino comune millenario della Chiesa. Bisogna considerare le parole nel loro insieme senza arrogarsi il diritto di tagliare o di prenderne solo ciò che ci pare più utile o roboante. Poi si può essere più o meno concordi con il Santo Padre ma avendo la sicurezza di essere stati onesti e corretti sul contesto. Prendere da ciò che il Papa dice o scrive solo quanto ci è di vantaggio per confutare altrui teorie o avvalorare nostri convincimenti non serve a molto, anzi. Ancora meno serve cercare di comprimere le parole del Papa perché possano entrare a forza nei cassetti che ci siamo dati per catalogare, o peggio etichettare, ogni cosa che ci passa per mano. Ma vi è di più. Non si possono comprendere le parole del Santo Padre se non si fa riferimento concreto al Vangelo e all’insegnamento concreto di Gesù Cristo testimoniatoci tramite esso. Qui sta la chiave di lettura di tutto. Il Vangelo è il passepartout per aprire le porte e per comprendere ciò che ci viene suggerito, insegnato, indicato dal Santo Padre e dalla Chiesa. Quando ci si domanda se il Papa sia più progressista o più reazionario si esercita solo un gioco mondano che può tenere impegnati i giornali per tanto tempo, forse per tutta la durata del pontificato ma non serve a nulla. Non è il Papa che deve essere messo al di sopra di ogni cosa come facciamo spesso con i leader politici o con i divi del cinema. Questo non deve scandalizzare nessuno. Non solo perché farlo non è mancare di rispetto al Santo Padre, ma perché è lo stesso Papa Francesco che ce lo ricorda ogni giorno quando chiede a noi tutti di pregare per lui o quando ci ricorda con grande pazienza di leggere ogni giorno un pezzettino del Vangelo perché è l’unico modo di sentire dentro di noi la voce di Gesù. Quando Papa Francesco ci confessa di avere una particolare avversione (la parola esatta usata è stata allergia) per gli adulatori e un certo “rispetto” per chi lo critica non vuole soltanto raccontarci un suo sentimento personale, un suo modo di essere, ma vuole farci capire che lui è un uomo come noi che è stato chiamato a servire secondo quanto è scritto nel Vangelo. Servire è la parola che ci fa comprendere meglio il necessario richiamo al Vangelo. 
Così come è iniziata questa piccola riflessione, vogliamo concluderla. Vi ricordate l’episodio, sempre raccontato nel film di Don Camillo, di un giovane del paese che rimane gravemente coinvolto in degli scontri di piazza ? Mentre, ferito mortalmente, esalava l’ultimo respiro quel giovane aveva chiesto ai suoi amici che per il suo funerale fossero risuonate le campane della chiesa dove fu battezzato. Ma a quei tempi, e per certi aspetti anche oggi, non era assolutamente possibile far suonare le campane della Chiesa per chi, avendo scelto il rito funebre civile, non si fosse fermato a ricever messa. Ciò nonostante, mentre la bara di quel giovane passava davanti al sagrato in direzione del cimitero, Don Camillo decise di suonare lo stesso quelle campane e rivolgendosi a Gesù gli chiese “ Signore, accoglilo ugualmente nel tuo Regno, morendo ha chiesto il suono di una campana, è come se avesse chiesto la voce di Dio”. Non ci dovrebbe ricordare qualcosa questo frammento di cinema nostrano ? Non ci ricorda forse il buon ladrone che sulla croce al Calvario ha chiesto, riconoscendo in extremis il suo essere peccatore, a Gesù di rammentarsi di lui nel suo Regno ? E se Gesù, ascoltando il suo pentimento sincero, lo ha perdonato, mostrando tutta la forza della sua misericordia, chi siamo noi per negare persino ogni possibilità di perdono a chi si pente realmente ? Ma, forse, questo filmato non ci ricorda un’altra cosa ? Una cosa davvero importante, ossia che il Vangelo ci parla dell’uomo, dei suo bisogni, dei suoi limiti, dei suoi errori, del suo essere parte di una comunità, ma anche di come Dio pedona, attenda, aspetti e di come la Misericordia del Padre sia immensa ? Ecco perché il Vangelo non può essere trascurato e perché dobbiamo ringraziare il Papa per ricordarcelo ogni giorno. Più che perdere tempo a chiederci o a filosofare se il Santo Padre sia un progressista o un reazionario dovremmo imparare ad essere innamorati del Vangelo e accompagnare ogni giorno il cammino di cui Gesù ci ha reso testimonianza sin dalla nascita e, attraverso la croce, fino alla resurrezione.