mercoledì 16 novembre 2016

Italia
Avvenire
(Matteo Marcelli)  La Cei, tramite Caritas italiana e Fondazione Migrantes e insieme alla Comunità di Sant' Egidio, ha intenzione di finanziare corridoi umanitari per 500 profughi sudanesi, eritrei e somali che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità nei campi in Etiopia. Il modello è quello sperimentato da Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, Tavola valdese e Comunità di Sant' Egidio che ha portato in Italia oltre 400 profughi soprattutto siriani dal Libano. Altri 100 di questi arriveranno entro Natale.
«Stiamo aspettando la definizione di un protocollo d' intesa con i ministeri degli Esteri e dell' Interno - ha spiegato don Francesco Soddu, direttore di Caritas italiana -. Siamo alle battute finali. La Cei metterà a disposizione la cifra necessaria, a seconda dell' apporto che darà il governo. Speriamo di riuscire a renderli operativi entro la prossima primavera». «Stiamo lavorando intensamente a questo progetto - conferma Daniela Pompei, responsabile migrazioni della Comunità di Sant' Egidio - e speriamo di poter allargare questa esperienza ad altri Paesi europei. Abbiamo presentato proposte analoghe alla Conferenza episcopale della Polonia, in Francia e a Bruxelles. Vediamo quali andranno in porto». Il criterio di scelta, dai campi e dalle situazioni più difficili sarà quello adottato in Libano (il Paese che accoglie il maggior numero di profughi, oltre 1 milione) è la condizione di grave vulnerabilità: donne sole con bambini, ma-lati, famiglie in difficoltà. Ma come è nato il progetto? «Siamo partiti dalle morti nel Mediterraneo e dalla sofferenza dei migranti. Ci siamo chiesti cosa potevamo fare - racconta Pompei -. Abbiamo cercato vie di ingresso legali senza intaccare la legislazione nazionale e scegliendo uno strumento europeo per fornire visti a territorialità limitata senza che fossero chiesti nel Paese di transito o di partenza ». Il sistema, però, si regge soprattutto sulla comunità e sulla rete, grazie al supporto di famiglie e parrocchie. Reti private. E l' incontro ha proposto numerose riflessioni di organizzazioni umanitarie e dell' associazionismo sul ruolo dell' Europa nell' accoglienza e inclusione sociale dei migranti e degli esclusi. Ne è emersa l' immagine di un continente stretto tra flussi migratori e politiche populiste, nuovi muri alle frontiere ed emergenze umanitarie. Ma soprattutto di una politica comune latitante a favore di interessi nazionali. «Le politiche europee per l' immigrazione sono frammentarie - spiega Oliviero Forti, responsabile dell' ufficio immigrazione Caritas italiana - ma hanno ripercussioni importanti anche in Italia. Siamo preoccupati per il clima razzista e xenofobo che si sta diffondendo anche in Europa. Però non possiamo cavarcela stigmatizzando questi atteggiamenti, ma cercando di comprenderli: se trovano sponda nell' opinione pubblica e nell' elettorato vuol dire che c' è qualcosa di più profondo». Tra gli aspetti critici il processo di ricollocazione: «Non è mai stato digerito - continua Forti - eppure è un principio fondamentale, un' esigenza naturale e funzionale». E non va meglio sul fronte migration compact, che prevede in sostanza finanziamenti per lo sviluppo a Paesi di origine e transito africani per arginare i flussi: «Nessuno ha messo i soldi sul piatto, ma il bisogno di queste persone rappresenta il nostro futuro - conclude citando il discorso del Papa alla cerimonia per il Premio Carlo Magno - sogno un' Europa in cui essere migrante non è un delitto».