sabato 19 novembre 2016

Italia
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Ieri ho incontrato per caso un vecchio amico. Uno di quelli che vedi ogni tanto. Si è sistemato, ha messo su famiglia, vive in una bella villa, guadagna bene e ha coltivato la sua passione per le nuove tecnologie. Ci siamo fermati un attimo per strada e ha voluto mostrarmi un twitter con la foto di un bambino africano, ormai scheletrico per l’assenza di cibo, agonizzante tra le braccia di sua madre. Una immagine davvero forte che dovrebbe far riflettere tutti noi. Credevo si trattasse di una delle campagne di sensibilizzazione che, in previsione del periodo natalizio, sono in corso per racimolare fondi da destinare alle attività di aiuto delle tante organizzazioni e missioni che si occupano di quel problema. Mi aspettavo l’invito a contribuire personalmente, a dare una mano con una mia offerta. Ma mi sbagliavo, non era nulla di tutto questo. Ciò che voleva farmi notare il mio interlocutore non era tanto la foto del bambino quanto la didascalia che l’accompagnava. Era il tweet di chi aveva voluto far propria quella foto catturata nella rete e condividerla con i suoi amici aggiungendoci del suo. Su per giù, in modo chiaramente provocatorio, il testo recitava così,: “Ci spiegate perché non arrivano da noi mai migranti come quello nella foto ?” Di seguito una caterva di commenti quasi tutti dello stesso tenore.
Nel mostrarmi quel cinguettio la persona che avevo di fronte mi ha domandato “Allora, come si spiega questo, come si risponde a questo ? Tu che hai avuto a che fare con certe cose come rispondi ?”. Lì per lì non ho capito bene dove volesse andar a parare e perché lo chiedesse a me in particolare. Non capivo se aspirasse a chiedermi qualcosa, a mettermi in difficoltà o se volesse semplicemente rendermi partecipe di quel messaggio come se fosse una campagna pubblicitaria studiata nei minimi particolari per convincere qualcuno a cambiare parere. Poiché non mi piace ragionare per slogan e in mezzo ad un incrocio, gli ho chiesto se avesse il tempo per sedersi con me un attimo per parlare qualche minuto con tranquillità, magari davanti ad un caffè e una camomilla. Stranamente ha accettato, dato che il suo tempo è sempre così prezioso da essere contingentato persino con i familiari. Eccoci quindi in un tavolino di un bar al centro di una nostra città tra auto che sfrecciano, uomini e donne che vanno di fretta con un occhio puntato sulla strada e un altro sullo smartphone, negozi e centri commerciali che portano avanti le loro offerte prenatalizie, turisti che si fanno i selfie con l’uso dell’ormai onnipresente asta telescopica e povera gente che ti ferma per chiederti un aiuto economico sperando di suscitare qualche briciolo di empatia raccontandoti la propria personale triste storia.
Dopo aver finito di ordinare i nostri due caffè gli ho chiesto cosa volesse sapere da me su quel tweet. Mi ha risposto in modo semplice, quasi ingenuo. “Si dice che i migranti vengono in Italia per sfuggire alla fame, ma quelli che si vedono sbarcare dai gommoni sono tutti belli in carne e non sono di certo nelle condizioni di questo bambino della foto. Significa che non stanno morendo di fame come questo bambino quindi non è vero che scappano dall’inedia. Non possiamo di certo accogliergli tutti come vorrebbe il Papa” A questo punto ho poggiato le mie mani sul tavolo e gli ho chiesto. “Ma tu che studi hai fatto ?”. Mi ha risposto, come già sapevo, che si era laureato in ingegneria gestionale ormai da qualche anno. “E dimmi, dove lavori ?” Mi ha risposto che lavorava per un ente pubblico in convenzione come esperto esterno e in più lavorava nel proprio studio professionale. “E, se posso permettermi, quanto conosci di tecnologia e di modernità ?” Mi ha risposto che era il suo mestiere oltre che la sua passione. “E allora come fai a pormi una domanda così ingenua ?” Per una frazione di secondo è rimasto di stucco.
Dalle sue labbra è uscito un secco ma tentennate “Cioè ?”. “Cioè cosa ? Vuoi sapere perché reputo la tua domanda ingenua o perché credo che lo sia tu ?” Si, voleva saperlo e non ci ho pensato due volte a spiegargli ciò che mi passava per la mente. “Ma come può una persona istruita come te, giovane come te, preparata come te, che lavora in una pubblica amministrazione e che tratta di tecnologia e di comunicazione come se fosse pane quotidiano chiedermi perché un bambino africano morente tra le braccia di sua madre, in chissà quale sperduto villaggio dell’Africa, non assomiglia a chi sbarca sulle nostre coste in gommone ? Che paragone è questo che proponi ?” Silenzio totale e occhi abbassati. “Vuoi davvero sapere perché quel bambino morente non è arrivato sulle coste italiane in gommone ? Non ci arrivi da solo ? Guarda che è facile ?”. Ancora silenzio. “Bene, allora te lo dico io. Semplicemente perché non ne ha avuto la fortuna e il tempo. Esclusivamente perché i suoi genitori non avevano un centesimo per pagarsi il viaggio per venire in Europa affidandosi a chi organizza quei terribili itinerari di morte. Semplice, non trovi ? La famiglia di quel bambino non aveva abbastanza cibo per tenerlo in vita, figurati se aveva soldi per pagargli il viaggio per l’Europa. Ti è chiaro ? Non vedi la foto ? Osservala bene, non scorgi che il bambino è sottoposto a cure mediche tali da far comprendere chiaramente, anche al più profano degli uomini, che la denutrizione è ormai così cronica che non è più possibile alcuna alimentazione per via orale ? Ma secondo te se i genitori di quel bambino avessero avuto dei soldi, delle proprietà o dei gioielli non avrebbero forse fatto di tutto per salvarlo dandogli la possibilità di fuggire per tempo invece che restare senza cibo ?” Ero stato forse troppo diretto ma mi pareva un ragionamento così lampante. Il mio conoscente sembrava trovarsi nella situazione di chi ha combinato una delle sue più enormi figuracce.
Allora ho aggiunto. “Dall’Africa, dall’Asia, dal Medio Oriente si può scappare solo se si ha ancora la possibilità di farlo. Chi non ha già più nulla non può neanche scappare. È così difficile capirlo ? Il mondo non può ridursi a una foto pubblicata su twitter o instagram con un commento di massimo 40 caratteri e un hashtag. Purtroppo non è così semplice e non è così veloce. Se si vuole capire veramente il problema dell’immigrazione, il calvario dei migranti, l’agonia di intere popolazioni africane, il dolore per la guerra, il problema della fame non ci si può ridurre a commentare foto o a cercare risposte su twitter come se si stesse ordinando un hamburger al fast food, magari seduti comodamente sulla propria auto per non perder tempo prezioso. Bisogna studiare, informarsi e soprattutto avere ponderazione quando si parla di fenomeni che coinvolgono altri uomini e che provocano dolore e morte ogni giorno.” Davanti a me avevo un uomo adulto che ora teneva le mani sulle ginocchia, guardava basso e non proferiva verbo. Possibile, mi chiedevo tra me e me, che una persona così istruita, così preparata da superare esami e concorsi, così ben addentrata nel mondo del lavoro e, soprattutto, così abile con le nuove tecnologie e la comunicazione sociale arrivasse a porre domande così ingenue e ad essere ripreso da chi, con tutta probabilità, non aveva che meno della metà delle sue conoscenze in campo tecnologico e dell’innovazione. Da dove era sgorgata quella domanda, quel voler usare la comparazione, l’ironia e la provocazione per affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che chi viene in Italia sui gommoni in realtà è bello paffutello e in carne rispetto a chi muore davvero di fame in Africa ? Perché usare quella foto piena di sofferenza per voler dimostrare a tutti i costi che l’immigrazione è solo un bluff ordito da chi non ha problemi di nutrizione ? Come era possibile usare quel metro di paragone, usare la foto di un bambino morente tra le braccia di sua madre per poter solo fare dei paragoni populistici o dibattere di un problema serio come quello dell’immigrazione pretendendo di dare giudizi definitivi e categorici. Ma, soprattutto, come non poteva quell’uomo così istruito non arrivare a capire che se un bambino sta morendo di fame è di per se palese che non possa permettersi un viaggio che costa tanto. Pian piano, andando avanti nel discorso con il mio amico ho capito il perché. Non era per cattiveria, per malafede o per ipocrisia. In realtà la persona che avevo davanti si era talmente abituata a ragionare per sillogismi imposti e rapidi che ormai la sua forma mentis non era più capace di uscire da quel sistema. Per lui quella foto era una prova fumante del fatto che chi prende la via della fuga in realtà non lo fa per scappare dalla fame ma solo per cercare miglior fortuna. Avrebbe fatto di tutto per aiutare quel bambino morente, ne sono certo. Non avevo dubbi che trovandosi personalmente di fronte a quella madre con il figlio agonizzante avrebbe pianto disperatamente e dato tutto il meglio di se per cercare di salvare quel bambino innocente. Lo conoscevo da tempo, era ed è un uomo capace di sentimenti nobili. Ma, stando lontano, non arrivava neanche a capire che per molte persone fuggire è l’unico modo per non fare la fine dolorosa e tragica di quel bambino agonizzante. Esisteva un abisso dentro di lui tra il sentirsi in dovere di aiutare un bambino morente tra le braccia di sua madre e il voler a tutti i costi confutare la necessità di comprendere le ragioni di chi decide di immigrare proprio per sfuggire a quel destino. Il mio amico, uomo preparato e in carriera, dava per scontato una serie di cose che invece non lo sono affatto. Partiva da presupposti che, nella realtà effettiva e terribilmente attuale di quei luoghi, non esistono. La sua mente, a furia di sentire certi ragionamenti sulla presunta invasione in corso e sul fatto che chi sbarca da noi cerca di venire in Europa solo per vantaggio personale, e non per trovare il pane quotidiano, ha semplicemente applicato in istintivo una equazione facile facile. Un automatismo che sfrutta la nostra inclinazione naturale a ragionare per compartimenti stagni inculcata dall’esigenza di dare sempre più semplici e facili spiegazioni a tutto. Ormai abbiamo delegato il nostro personale e privato pensiero ad altri algoritmi esterni. Ma vi era in lui anche una specie di ossessione nel voler esorcizzare quel problema, quella paura di dover accogliere tutti a nocumento della propria personale esistenza e delle condizioni di vita conquistate. L’esigenza di voler a tutti i costi smontare quella verità che sta alla base del fenomeno dell’immigrazione per fame, ossia che si scappa via per restare vivi. Era come se aver provato che chi ha davvero fame non può comunque sfuggire al suo destino, neanche cercando di scappare, fosse un sollievo per la propria coscienza interiore. Coscienza che ha bisogno di un alibi, di una prova, per potersi auto assolvere di fronte alla disperazione di chi cerca di raggiungere altre mete.
Visto che c’eravamo gli ho chiesto “Ma tu lo sai quanto costa un viaggio per arrivare dall’Africa in Italia ?”. Mi ha risposto che aveva sentito che la cifra si aggirava tra i 2000 e i 4000 euro. Ora, però, non era più tanto sicuro delle sue fonti. Mentre prima era spavaldo e ironico nel porre domande ora rispondeva precisando di aver solo sentito dire certe cose, quasi a volersi giustificare dell’inesattezza dell’affermazione. “Si, è vero la cifra è su per giù quella. Ma sai come fanno a racimolare quella cifra ? Hai letto qulcosa in merito, ti sei informato a sufficienza ?” No, non lo sapeva, non lo aveva fatto. “Vendono tutto quello che hanno e partono. Spesso i genitori si indebitano a vita sperando che i figli, dopo essere arrivati in Europa, possano contribuire periodicamente al loro mantenimento. Ti sei mai chiesto perché i migranti che vengono ospitati in Italia negli alberghi o nelle strutture di accoglienza facciano spesso proteste per poter avere qualche soldo in contanti, quello che si chiama “pocket money” ? Forse anche tu hai creduto, come tanti, che queste proteste derivassero esclusivamente dalla pretesa di voler disporre a tutti i costi di moneta corrente da poter spendere liberamente acquistando ciò che vogliono? No, non è così, o almeno non lo è sempre e non lo è di certo per tutti. Spesso le famiglie di origine non hanno i denari per poter affrontare il viaggio tutti assieme e fanno delle scelte. Il costo del viaggio è pro capite, non ci sono sconti comitiva o last minute. Così ogni famiglia si fa i conti in tasca e cerca di mandare via prima di tutto i figli più grandi. Questo non ti ricorda nulla ? Non ti ricorda forse i nostri nonni che, non potendo mandare al liceo o all’università più di un figlio, dovevano fare delle scelte, a malincuore ? Una volta arrivati in Europa questi giovani sanno che la loro famiglia si è indebitata per loro e sentono il dovere di contribuire a mantenerla dato che, per permettere loro quel viaggio, hanno dovuto vendere o barattare tutto. Così, raggiunta la meta tanto agognata, non appena troveranno lavoro dovranno subito inviare una parte del denaro che hanno procurato per poter sostentare la famiglia in patria. Dovendo stare per mesi chiusi in strutture di accoglienza il pocket money è per loro una delle pochissime possibilità di avere contanti freschi da poter mandare a casa. Dietro ogni persona c’è una storia, una situazione, una vicenda particolare. Il fenomeno è globale ma le storie sono tutte diverse. Dipende dall’origine, dall’etnia, dallo status della famiglia, da tante cose. Ecco perché non si può generalizzare o semplificare tutto con i 40 caratteri di un tweet condividendo una foto di cui non si sa nulla. Sai il nome di quel bambino morente ? Conosci la sua storia, quella della sua famiglia ? Sai chi lo sta curando ? Sai da quanto tempo non mangia ? Sai se i suoi genitori hanno avuto la possibilità di scappare da quelle condizioni terribili ? ”
Ero stato diretto, non avevo fatto giri di parole. Il mio compagno di tavolino era rimasto in silenzio ad ascoltarmi. Si sentiva in difficoltà, era evidente. Fu allora che gli proposi di dedicarsi alla lettura. “Non badare solo alle mie parole, leggi, informati. Tu sei in grado di informarti, hai la possibilità e le capacità di farlo. Cerca di approfondire, di selezionare e, soprattutto, di ragionare senza pregiudizi. Non ti spaventare siamo passati tutti tra dubbi e paure. Hai citato Papa Francesco per biasimare ciò che dice sul dovere di accoglienza. Ma ti sei mai soffermato sulle sue parole ? Lo hai ascoltato bene quando parla di migranti, hai letto ciò che scrive sull’immigrazione ? Sei sicuro che dica davvero quello che tu credi di aver capito ?” Si, aveva sentito Papa Francesco ma non lo aveva ascoltato bene. “Certo che ho sentito il Papa, lo sento sempre. Ciò che dice è vero, giusto, lo condivido, ma noi non possiamo accogliere tutti, noi non possiamo diventare poveri per accogliere tutti quelli che stanno male al mondo. Non può chiederci l’accoglienza infinita, non possiamo pensare a tutti, accogliere tutti.” Ecco tornare la paura, il terrore di diventare poveri, di essere invasi e soprafatti, la difficoltà di doversi confrontare col diverso. “Sono certo che tu hai davvero sentito il Papa ma non lo hai saputo ascoltare. Dimmi, tu credi davvero che Papa Francesco parli solo a noi ? Quando il Papa parla le sue parole sono per il mondo intero, non sono solo per noi. Il Papa parla a ogni popolo, a ogni nazione, a ogni uomo e donna. Anche quando il Papa condanna così fermamente la guerra e la violenza dei bombardamenti in Siria e in Iraq si riferisce certo al dolore di quelle persone che soffrono, ma ci dice anche altro. Riafferma e ricorda al mondo intero concetti, valori e pensieri che devono valere per tutti perché legati all’insegnamento di Cristo. Quando, ad esempio, Papa Francesco parla di clemenza e di condizioni disumane dei detenuti non si rivolge solo alle nostre carceri, si rivolge a tutte le carceri del mondo, a tutti i detenuti del mondo. Purtroppo noi in Italia crediamo, per il solo fatto che vive a Roma, di avere l’esclusiva delle parole del Papa, ma non è così. Il Papa parla a tutto il mondo perché il Vangelo è di tutti. Il Papa non è un leader politico italiano, non fa politica e non sponsorizza alcuna linea di partito se non quella di Gesù. Il Papa non è un antagonista di quella o di quell’altra parte, e la Chiesa non è un movimento di opinione. Quando parla di diritti umani, di carcerati, di migranti, di solidarietà, di valori, di difesa della vita e della dignità umana, di impegno sociale, di salvaguardia del creato non sta parlando solo agli italiani ma a tutto il mondo. La Chiesa si chiama cattolica proprio per questo, perché è universale, va al di là di ogni concetto di cittadinanza, razza, nazione, appartenenza. Proprio chi, come te, è avvezzo ad usare la comunicazione dei social media come può compiere questo terribile errore ?” Speravo di destare nel mio interlocutore il dubbio e così avvenne. Precisai ulteriormente il concetto cercando di far capire come dalla lettura del pensiero del Papa e dell’intera Chiesa non si intravede altro che l’esigenza di integrare e di farlo avendo riguardo alla dignità umana. Insomma, nessuno, primo tra tutti Papa Francesco e la Chiesa, crede che la soluzione al problema dell’immigrazione economica sia quella di creare riserve o ghetti in Italia o in Europa dove dare semplicemente da mangiare ai migranti ospitati, più o meno forzosamente, in hotel o case di accoglienza. “Basta leggere e rifletter bene sulle parole del Papa, espresse nei documenti ufficiali e non estrapolate per farne titoli di giornali o semplici cinguettii di twitter, per capire tutto questo. In Italia abbiamo il vizio di ritagliare le parole del Papa per farne coperte più o corte da usare per alimentare diatribe interne. Ma questo non solo è sbagliato ma è del tutto fuorviante. L’immigrazione è un problema complesso, difficile e pieno di implicazioni pratiche e sociali. L’immigrazione è una sfida per l’uomo nel ritrovare sé stesso nella molteplicità e non per mettere alla porta altri uomini nell’egoismo. L’immigrazione nasce nello stesso tempo da esigenze personali e comunitarie, da situazioni concrete, da errori del passato e del presente, dall’assenza di speranza e di futuro. L’immigrazione ci presenta il conto di scelte sbagliate e, cosa che forse nessuno rimarca, di mutamenti climatici che noi contribuiamo a creare con il nostro comportamento quotidiano. Se si legge con attenzione l’enciclica Laudato Si di Papa Francesco si colgono tanti aspetti che spesso noi non valutiamo, anzi ignoriamo. Certi effetti climatici, causati o agevolati dalle nostre condotte, causano vere e proprie emigrazioni da territori che sono direttamente colpiti da carestie e sconvolgimenti naturali. Limitarsi a leggere le parole del Santo Padre pensando che riguardino solo l’Italia è sbagliato.” Avevo detto tutto quello che avevo da dire, nulla in più era necessario. Il mio amico si è sentito così in debito da voler pagare il conto per i due caffè e, salutandomi, mi ha promesso che cercherà di trovare il giusto tempo per leggere e per soffermarsi più attentamente su ogni cosa, magari mandando qualche cinguettio di meno.