martedì 29 novembre 2016

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Il bisogno della testimonianza, soprattutto nei piccoli gesti di ogni giorno. Testimonianza. Quante volte abbiamo sentito questa parola nei commenti al Vangelo della domenica ? Sicuramente tante. Anche Papa Francesco più volte ha richiamato la nostra attenzione sulla necessità di avere e dare testimonianza del Vangelo nella vita di ogni giorno. Lo ha fatto anche di recente quando con un suo twitter ci ha ricordato che “la fede non è teoria, ma testimonianza.”
Ma cosa è per noi la testimonianza ? Cosa significa dare testimonianza di fede ogni giorno nella nostra società multietnica e caotica ? Non vi è dubbio che vi sia bisogno di testimonianza nella fede, ma come avvertiamo realmente e nel quotidiano questo bisogno ? Qualche mese fa, un ragazzo, mentre ascoltava l’omelia del sacerdote, si girò verso i suoi compagni di banco e, commentando l’esempio ascetico della vita di San Francesco di Assisi citato dall’oratore, disse “Già, lui però era un Santo, non tutti lo siamo, per lui era più facile comportarsi così”. Un altro giovane mentre si discuteva dell’esempio di umiltà e di solidarietà dimostrato da molti sacerdoti nell’accudire le proprie comunità ha commentato “Si, ma per un prete è più semplice, un sacerdote deve fare quello, lui deve dare l’esempio, lui è prete.” Ad ascoltare questi giovani la testimonianza era, per loro, qualcosa di molto alto, quasi di irraggiungibile e comunque di stretta “competenza” degli addetti ai lavori. Ma è davvero così ? Solo chi è Santo o Beato può essere testimone di fede ? Non nascondiamocelo, gran parte dei fedeli crede che la testimonianza sia qualcosa di nobile e di raffinato che solo chi è stato scelto da Dio può manifestare verso gli altri. Ma è davvero così ? La testimonianza del Vangelo è davvero qualcosa che riguarda solo i Santi, i Beati e chi, come sacerdoti o religiosi, hanno sentito in loro la chiamata del Signore ? Forse l’episodio che troverete nelle prossime righe aiuterà in questa riflessione.
Domenica scorsa sono andato a trovare un amico sacerdote che non vedevo da molti anni. Lo conosco dai tempi del liceo, un’amicizia di oltre 25 anni. Dopo aver ascoltato la messa mi sono intrattenuto con lui per salutarlo. Non avevo tanto tempo a disposizione e, quindi, gli ho proposto di sederci un attimo nel bar della piazza per parlare di noi, dei nostri ricordi, della vita di ogni giorno. Volevo sapere di lui, della sua missione, del suo impegno e, anche lui, voleva sapere di me. Sarei potuto ripassare da lui chissà tra quanto tempo e quello era l’unico momento per poter conversare. Era d’accordo, felice di poterlo fare, ma prima doveva occuparsi del suo ministero e quindi mi ha gentilmente chiesto di attendere. Così, mentre aspettavo che il mio amico sacerdote si liberasse dalle sue incombenze, sono uscito sulla piazza ad osservare le scene di vita quotidiana di una normale domenica. Era la prima domenica di avvento. Il clima cominciava ad essere quello dell’attesa e della festa. I negozi erano già addobbati per Natale, le persone iniziavano a guardarsi intorno con più calma, le strade erano ornate con i segni della ricorrenza. Ma c’era anche altro.
Fuori, sul sagrato della Chiesa, c’erano tante persone in cerca di aiuto. Tante, veramente tante. Non solo c’erano i volontari che, con i loro tavolini improvvisati e i loro gadget, cercavano in ogni modo di attrarre l’attenzione dei passanti su tante iniziative di solidarietà a vantaggio di chi sta male, ma vi erano proprio le persone che vivono direttamente sulla propria pelle la difficoltà del vivere quotidiano. Ognuna di loro aveva da raccontarti il proprio stato di difficoltà e da chiederti qualcosa. Tante mani protese in avanti per domandarti il dono di una moneta. Una sola moneta. Uomini, donne, anziani, bambini. Italiani, rom, extracomunitari. Molti avevano appeso al collo o tenuto in alto sul petto un cartello con il riassunto della loro difficile vita. “Sono disoccupato. Non ho lavoro. Sono povero. Ho 3 bambini da sfamare. Sono malato, non ho pensione.” Tanti messaggi diversi, tanti cartelli differenti ma tutti con lo stesso significato e la stessa richiesta: “Aiutami”. Ad ogni inizio e fine della messa sul sagrato iniziava una rincorsa disperata per poter avvicinare il maggior numero di fedeli possibile. Mi son chiesto per un istante quanto ci fosse di vero in tutta quella disperazione. È normale domandarselo, viene spontaneo. Così come è spontaneo domandarsi come sia possibile fidarsi del racconto di ognuno e poter materialmente aiutare ciascuno di loro. Ma, improvvisamente, notai un gruppo di persone in disparte affaccendati a piegare dei cartoni e a riempire in tutta fretta delle buste di plastica sotto l’occhio solerte di alcuni vigili urbani. Erano persone socialmente escluse. Così bisognerebbe chiamarle per rispetto della loro dignità di uomini, anche se tutti, nel tagliente e frettoloso gergo comune di ogni giorno, usiamo senza remore il termine “barboni”. Loro, quel piccolo gruppo di 4 o 5 persone, non chiedevano nulla a nessuno. Al contrario delle altre non rincorrevano i fedeli in ritardo per la messa o quelli che, appena terminata la funzione, uscivano di tutta fretta per comperare i dolciumi della domenica nella vicina pasticceria. Loro, i “barboni”, non avevano cartelli addosso, non raccontavano nulla di loro a chi passava. Quella fase per loro era già stata oltrepassata da tempo. Sembravano vivere in un mondo parallelo del tutto diverso, sembravano essere degli estranei, quasi fossero degli alieni, in quel quadretto domenicale ricco di voci e di immagini.
Il mio amico sacerdote, appena uscito dalla Chiesa per venirmi incontro, fu come inghiottito dalle tante persone in cerca di aiuto. Ognuna di loro voleva parlare con lui, chiedergli o avere qualcosa. Non si è lasciato scappare nessuno e ha trovato modo di parlare con ognuno di loro sempre con il sorriso sulle labbra e con la disponibilità di chi sa che anche solo ascoltare è importante. Per lui arrivare da me è stata una vera e propria gincana. Prima di varcare la porta del bar una signora di mezza età lo ha chiamato da lontano, insistentemente. Era una sua parrocchiana, una persona con una situazione familiare molto particolare e difficile. Lo si poteva intuire dai suoi occhi umidi, dal suo naso rosso e dal gesticolare nervoso delle mani che trattenevano un fazzoletto bagnato di lacrime. Non vi erano dubbi, era il comportamento di una madre in difficoltà, di una madre preoccupata per i suoi figli, di una donna che non aveva dormito la notte. Aveva bisogno di parlare con il sacerdote in privato. Era una cosa urgente. Allora decisi di entrare nel bar e di aspettare il mio amico dentro l’esercizio. Entrato mi sono seduto ad un tavolino defilato. Mentre attendevo che il mio amico prete finisse il suo dialogo con la signora, osservavo ciò che accadeva nel locale. Tanta gente seduta nei tavolini a sorseggiare caffè e a parlare di tanti argomenti, per lo più frivoli. Molti erano intenti a leggere la prima pagina dei giornali sportivi o a giocare a carte con un occhiata al televisore che parlava del più e del meno. Tante famiglie entravano frettolosamente per acquistare il dolce della domenica con i bambini impegnati a decidere quale pastarella fosse più invitante e colorata. All’improvviso è entrato un uomo distinto e signorile. Molti, alla sua vista, lo hanno salutato con un “Buongiorno Onorevole”. Non so se lo fosse davvero, se lo fosse stato in tempi addietro o se fosse solo un epiteto gergale attribuito a livello locale a chi eccelle in qualche aspetto della vita. L’uomo è andato a sedersi in un tavolo già occupato, evidentemente erano tutti suoi amici. Appena giunto al tavolo tutti si sono alzati per farlo accomodare. All'istante la cameriera si è precipitata da lui porgendogli un vassoio con un cappuccino, un bicchiere d’acqua, un cornetto e, cosa che mi colpii molto, due “gratta e vinci”. Era chiaro che l’uomo fosse un abituale frequentatore del locale. Il vassoio era già pronto da tempo, lo stavano attendendo.
Nel frattempo era entrato nel locale anche un uomo claudicante, un signore normale di circa 60 anni, vestito in modo sobrio. Era sicuramente un lavoratore, a tradire questo suo aspetto erano state le sue pesanti scarpe da lavoro macchiate di fango e le sue mani callose. Al suo forte “buongiorno” nessuno ha risposto se non la cameriera, una ragazza gentile che, a differenza della barista, aveva cura di tutti gli avventori allo stesso modo. L’uomo è andato al bancone, ha ordinato un caffè e chiesto, anche lui, un “gratta e vinci”. Mentre sorseggiava il caffè l’uomo tirò fuori una moneta dalla tasca e si mise a grattare il biglietto. Poi, improvvisamente, guardò fuori dalla vetrata per qualche istante e dopo aver pagato uscì come era entrato scandendo con educazione un altro forte “buongiorno” rimasto anch’esso senza risposta. Nessuno si accorse di lui, era stata una comparsata di pochi minuti. Un uomo schivo, educato ma ordinario. Per lui nessun vassoio era stato preparato, nessun appellativo era stato pronunciato, nessuno era pronto ad alzarsi per accoglierlo.
Poco dopo dal tavolo dell’uomo “onorevole” si alzo un vociare brioso. L’uomo aveva appena vinto 300 euro con il suo secondo “gratta e vinci”. Tutti si complimentarono con lui. Senza curarsi di nessun altro, l’uomo ordinò alla cameriera di portargli la vincita al tavolo. La barista esclamò a gran voce “Vince sempre lui, è un uomo fortunato”. Già, evidentemente lo era davvero. Fu accontentato subito. L’uomo ricevette i suoi 300 euro. Li piegò per bene nel suo portafoglio e continuò la sua colazione in compagnia degli amici discorrendo di referendum, di politica e di altre faccende locali.
La porta del bar si aprì ancora. Questa volta era uno di quei 5 barboni della piazza che entrava con le sue buste di plastica tra le mani. Era un uomo con la barba incolta, magro, smunto, con addosso un loden lacerato e sporco, e un paio di jeans macchiati. Non aveva messo ancora il secondo piede dentro il locale che la barista gli urlò prontamente dal bancone “Eh, no, no, fuori, esci dal locale, quante volte te lo devo dire che qua dentro non ci dovete mettere piede ?”. Nessuno si interessò della cosa, nessuno. Il barbone restò fermo sull’uscio. Aveva paura di entrare ma voleva farlo comunque. Solo la giovane cameriera lo guardò con un sorriso triste. La barista, vedendolo ancora lì fermo, lo minacciò dicendogli che stava per chiamare le guardie. Fu in quel preciso istante che il mio amico sacerdote entrò dentro il locale. Aveva sentito il vociare della barista e allora domandò al barbone se avesse bisogno di qualcosa, magari di un caffè, di una bottiglia d’acqua, di un panino. “Dimmi, se hai bisogno di qualcosa, dimmi pure, ci penso io, puoi venite tranquillamente da me in sagrestia”. No, non voleva nulla di tutto quello. Aveva in mano un biglietto “gratta e vinci” e lo mostrò al sacerdote. “Bene, hai vinto 10 euro, sei stato fortunato.” Così gli rispose il mio amico sacerdote accorgendosi che, seppur per pochi euro, era un biglietto vincente. “No, padre io non ho vinto nulla, io non li ho i soldi per comprare un “gratta e vinci”, me lo ha regalato l’uomo zoppo che è appena uscito.” Avevo capito, era stato l’uomo claudicante a dargli quel biglietto, era stato un suo regalo. Ecco perché dopo aver grattato quel biglietto guardò fuori dalla vetrata. Il mio amico sacerdote cercò di accompagnare l’uomo verso il bancone per fargli presentare il biglietto, ma la barista fu inflessibile. “No padre, per favore no, dentro il locale no, puzza e i clienti si lamentano. Cosa vuole ? Un panino, un toast, ecco venga lei a prenderlo che glielo offro gratis, ma deve uscire”. Non so come descrivere quelle parole. Per poterlo capire bisognava ascoltare con le proprie orecchie il tono di quella donna. Era il tono di chi voleva a tutti i costi scaricarsi di una rogna gratuita, di un fardello insopportabile, di una iattura. Insomma, per lei quell’uomo era solo un peso di cui disfarsi subito a costo di regalargli un panino.
No, quell’uomo non voleva un panino, voleva solo riscuotere quella vincita. Allora il mio amico sacerdote si fece ridare il biglietto, andò di fretta alla cassa, riscosse la vincita e, fatti quei pochi passi verso la porta, dette i soldi al vecchio barbone. “Ecco i soldi, mi raccomando spendili bene e se hai bisogno vieni a trovarmi, sai dove sono, ti aspetto”. Fu allora che avvenne l’incredibile. L’uomo prese solo uno dei due biglietti di 5 euro della vincita. L’altro biglietto lo lasciò nelle mani del sacerdote. “Padre, lo dia a chi ha bisogno, a me bastano questi”. Come era possibile ? Un uomo in difficoltà come lui che rinunciava a dei soldi ? Il sacerdote gli chiese se fosse sicuro e convinto del suo gesto. L’uomo con un fiato di voce, quasi sussurrando gli rispose “Chi me lo ha regalato mi ha detto che i soldi avrebbero fatto comodo anche a lui, ma che io ne avevo più bisogno, ecco dia 5 euro a chi ne ha bisogno come e più di me, scelga lei padre, mi fido di lei che è stato così gentile con me.” Il sacerdote gli domandò perché non facesse lui la scelta, d'altronde avevano regalato a lui la vincita. “Non voglio fare torto a nessuno di quelli che vivono come me, decida lei a chi dare i resto.” Detto questo prese le sue buste di plastica da terra e uscì dal locale salutando con un breve cenno della mano coperta da un guanto in lana che lasciava intravedere le dita nude screpolate dal freddo. Pian piano se ne andò via per la piazza, sparendo poi all’improvviso tra le varie viuzze del centro. Nessuno si accorse di quel gesto, nessuno dette importanza a quel povero uomo che aveva cercato, come chiunque altro, di varcare la porta di quell’esercizio pubblico per esercitare quello che era un suo diritto. Di lui gli avventori si erano accorti solo per i rimproveri della barista e, dopo avergli dato una occhiata di disprezzo, ognuno aveva ripreso ad ignorarlo. Soltanto quel prete lo aveva trattato da uomo, si era fermato a parlare con lui, gli aveva chiesto di cosa avesse bisogno.
Il mio amico sacerdote alla fine non si sedette al tavolo con me e non prese alcun caffè, corse di nuovo fuori a dare quei 5 euro a chi aveva bisogno. Andandosene di corsa mi disse: “So già chi ne ha davvero bisogno, scusa un attimo”. Uscito nella piazza si dileguò per qualche minuto, per poi riapparire giusto il tempo per salutarmi. Il mio treno non avrebbe aspettato. Volle però accompagnarmi alla stazione e così potemmo parlare un pochino. Non quanto avrei voluto, ma ciò che ebbi modo di vedere mi aveva raccontato tutto del mio amico prete. Non c’era più bisogno di discorsi, quanto avevo visto mi aveva detto di lui più di mille parole.
Salito sul treno ho pensato molto a questo episodio. Quanto di quel piccolo esempio, che avevo osservato con i miei occhi, era vera “testimonianza” ? E di cosa ? Di cosa era stato testimone l’uomo zoppo che, avendo vinto, ha voluto regalare la sua, seppur piccola, fortuna a chi aveva più bisogno di lui ? Quale testimonianza ci lasciava il “barbone”, escluso e scartato da tutti, che vuole condividere il dono ricevuto con qualcun altro ? Quale esempio ci stava dando il sacerdote che, mantenendo sempre il sorriso e cercando solo di seminare solidarietà, non si sottraeva all’incontro, ma aiutava in ogni modo senza far pesare nulla ? Cosa ci testimoniava il comportamento degli avventori di quel bar, pronti a far festa per la vincita di un “ricco”, ma schifati al solo veder un “barbone” metter piede dentro al locale senza sapere nulla di lui e dei suoi bisogni? Forse tutti quei comportamenti non ci raccontano e non ci testimoniano ancora oggi il Vangelo ? Non sono forse la testimonianza di quanto la fede abbia bisogno di gesti concreti e di quanto l’uomo, pur nell’evolversi delle società e dei tempi, non sia lo stesso che il Vangelo ci racconta ? Quanti brani del vangelo ci ricorda questa piccola storia ? Tanti. Mi piace credere che alcuni di questi comportamenti siano il frutto dell’Anno Santo della Misericordia appena trascorso.
La testimonianza non è e non deve essere solo quella offertaci dei protagonisti del Vangelo che ascoltiamo la domenica. La testimonianza non è e non deve essere solo quella di chi, a riconoscimento di una vita offerta a Dio e alla Chiesa, è stato proclamato Santo o Beato. La testimonianza non è e non deve essere solo quella forte, coraggiosa e audace dei martiri che hanno difeso la fede a prezzo della propria vita. La testimonianza non deve essere pensata come qualcosa di stretta competenza dei sacerdoti e dei religiosi a cui spesso essere deleghiamo questo compito più per avere in noi l’alibi di non doverci preoccupare dei nostri gesti quotidiani. La testimonianza, soprattutto nella nostra società attuale, è e deve essere anche quella dei piccoli gesti di ogni giorno. Quella di chi prova misericordia e cerca di dare sollievo. Quella di un prete che non può certamente risolvere i problemi di ognuno, ma che non si sottrae, non si nasconde, non si arrende, non si isola dietro l’impossibilità di non avere risposte per tutti. Quella di chi, nel silenzio e senza farsi vedere, dona quel poco che ha per condividere la gioia della vita con chi sa essere più in difficoltà. Quella di chi, forse senza rendersene conto, mette in pratica l’esempio del Vangelo nelle cose quotidiane che più ci parlano della vita dell’uomo. I gesti sono la testimonianza viva e continua di come, nel trascorrere dei secoli e del mutare delle società, il Vangelo sia sempre acqua viva che disseta l’uomo e che indica la via maestra. Ecco. Sono stato spettatore di una piccolissima testimonianza, ma tremendamente vera e utile a tutti noi. Condividerla non credo che sia una perdita di tempo, anzi.