martedì 8 novembre 2016

"Memoriale" ad un barbone di Roma
(Luis Badilla - ©copyright) Quasi un mese fa, dopo un breve ricovero presso l'Ospedale Santo Spirito di Roma, quando ormai era in fin vita, è morto Michele. E chi era Michele? Nel quartiere San Pietro/Aurelio, nei paraggi dei due ponti (ferrovia italiana dorsale tirrenica e ferrovia che entra nella Città del Vaticano), era molto conosciuto e ben voluto. Il giorno del funerale nella Chiesa Gregorio VII non c'era posto e poi il 1° novembre i fedeli del quartiere che hanno voluto ricordarlo erano moltissimi. Michele non era nessuno, secondo le nostre categorie abituali e socialmente codificate.
Michele era un barbone, un senzatetto, uno scartato, un fallito e uno sconfitto … ma era una persona splendida, piena di umanità, sorprendente, mite ed educato, generoso al punto di donare agli altri, pur essendo un povero estremo. Più di una volta mi ha dato monete da portare ad alcuni ragazzi africani, della Liberia, che ogni mattina sostano nei paraggi per chiedere un aiuto. Un barbone che dava elemosine! Così era Michele.
Nell' "altarino" che in questi giorni lo ricorda con immenso affetto, con i fiori, poesie, articoli, pensieri e lettere, un suo amico - ne aveva molti - lo chiama "faraoni degli stracci". Ed è vero: ha sempre vissuto avvolto dai suoi poveri stracci e cartoni, ma lo ha fatto con una dignità unica e insolita, quella dignità che viene fuori con semplicità solo quando nell'anima si è un vero signore. Sì, proprio così, Michele era un gran signore e a suo modo, come lo ha ricordato Angelo Scelzo in un suo articolo pubblicato su Avvenire, era “un maestro di povertà”.
Col passare degli anni, Michele, uomo di poche parole, seppe conquistare il cuore di un quartiere non sempre ben disposto verso i poveri e verso la povertà, almeno in passato, quando sotto i ponti si arrangiavano "scartati" di ogni specie: migranti e profughi polacchi, albanesi e romeni, tossicodipendenti e persone con disabilità mentale.
Una volta raccontai a Michele che qualcuno raccoglieva firme per farlo mandare via. Per primo il suo volto smunto e abbronzato si illuminò con un sorriso tenerissimo e poi il suo commento è stato lapidario: "Chi non ha nulla non può perdere nulla. Troverò un altro ponte e altri amici. Per fortuna il sole, che è la cosa che amo di più, lo troverò ovunque.” Michele stava sempre lì, dove ora c'è il piccolo memoriale ad un uomo buono, cristallino, senza doppiezze e calcoli di convenienza. Era bello scambiare con lui ogni giorno qualche chiacchera. Aveva sempre qualcosa con la quale attirare l’attenzione dell’interlocutore e, soprattutto, una qualche riflessione semplice ma piena di saggezza.
Lì, sui cartoni, birra e sigarette, con libri regalati dagli amici del quartiere perché ricavasse qualche moneta, Michele "controllava lo scorrere del giorno" (così diceva). "Ogni attimo ci regala la sorpresa del vivere", spiegava ... "la mamma indaffarata, il pianto del bambino, l'abbaiare del cane, la buona volontà di tante gente, il turista  sempre di corsa", aggiungeva. “Sono le cose piccole quelle che danno pienezza alla vita, amico mio. Chi non aspetta nulla sarà sempre felice anche con poco o con nulla. Io non aspetto mai nulla e non desidero mai nulla. Prendo felice ciò che mi arriva. Per me è tanto".
Michele, sicuramente nato in Germania (qualcuno dice anche nel Trentino Alto Adige), con un accento marcatamente tedesco, non chiedeva mai nulla a nessuno, tranne di andare a comprargli un caffè corretto, una birra, le sigarette o un pezzo di pizza. Queste sue educate richieste le rivolgeva a un cerchio ristretto di amici: i ragazzi della fioreria vicina  - padre, figlio e moglie - che tanto lo hanno voluto bene, protetto e aiutato, a qualche amico più vicino, e alle suore che lo hanno sempre assistito e accompagnato fino alla morte e ai funerali a Prima Porta, al parroco e ai suoi collaboratori che lo aiutavano in ogni modo. E dalla scatola di cartone ai suoi piedi o dalla tasca prendeva le monete per la commissione. Accettava sempre di buon grado ogni dono ma era evidente il suo imbarazzo e non mancava di ringraziare con trasporto.
Sembra certo che Michele sia stato in passato un medico dermatologo. Per alcuni anni lavorò come volontario in due Paesi africani. Al suo rientro la svolta: lasciare tutto per vivere alla giornata, senza legami, "libero, accettando ogni mattina e ogni notte ciò che il buon Dio mi vorrà dare", mi disse una volta. "Sai, ci sono due modi di vivere: consegnarsi fiduciosi a Dio, come gli uccelli, oppure passare la vita lottando per campare domani". 
Vedendo sicuramente il mio volto perplesso aggiunse: "E' una questione di scelta personale e di fede. Penso che Dio ha capito la mia scelta e perciò non mi è mancato mai".
Ora, ogni volta che passo sul marciapiede che lui aveva colonizzato con i suoi cartoni e negli ultimi mesi con la sua sedia a rotelle, sento, come tantissime altre persone del quartiere, che senza Michel siamo tutti un po' soli. Ci manca Michele e ci manca molto. Con la sua povertà e mitezza ci aveva dato a tutti tanta umanità, offrendo a tutti - ecco il paradosso più sorprendente - l'occasione per piegarci sulla carne di Cristo e scoprire nell'altro la nostra propria carne.
Con Michele lungo quest'anni ho parlato molto, quasi ogni giorno. Solo nelle ultime settimane di vita è stato più difficile trovarlo poiché con la sedia a rotelle aveva imparato a sportarsi di più e sempre più lontano dal suo "chalet" (così chiamava il suo giaciglio di cartoni e coperte sotto i ponti).
Le sue conversazioni era gradevoli e intelligenti e rivelavano un cultura alta, approfondita, intrisa fortemente della storia europea, in particolare tedesca e su questa spaziava con le conoscenze e sicurezza di un accademico. Allora io gli dicevo: dunque sei tedesco? Rideva e ripeteva: mi chiamo Michele Colombani. Non era vero. Lui era tedesco e aveva un cognome tedesco.
Su Michele, e sulla sua mite e profonda saggezza, si potrebbe scrivere un libro che, tuttavia, anche se frutto del talento di un buon scrittore, difficilmente riuscirebbe a dare l'intera dimensione della sua vita: complessa e misteriosa come complessa e misteriosa è la vita di ognuno di noi.
Ora resta in noi un grande rammarico. Tempo fa, parlando su Papa Francesco (a volte lui dava l’impressione di ritenere che il Papa fosse ancora Benedetto XVI), raccontai a Michel del Giubileo delle persone senza fissa dimora e dell’incontro con il Papa venerdì 11 e domenica 13 novembre prossimi in San Pietro. Mi chiese di fare di tutto per portarlo. Dopo alcuni giorni, quando gli ho detto che era tutto organizzato e che lo avrei accompagnato all’incontro con Francesco l’11 e poi alla Messa del 13, restò a lungo in silenzio con la testa piegata. Poi, guardandomi fisso negli occhi, visibilmente emozionato, aggiunse: “Poi posso andarmene tranquillo, caro amico. Mi fanno molto male le gambe e sono stanco” (era stato colpito da un tromboflebite purulenta e le medicazioni delle suore che lo aiutavano servivano a poco).
Purtroppo Michel non ha avuto la forza necessaria per arrivare a quell'appuntamento. Se n'è andato senza abbracciare Papa Francesco.
Siamo tutti molto tristi ma io sono onorato di essere stato un suo amico e ciò mitiga questa tristezza.
(Si ringrazia la collaborazione di Francesco Gagliano)