sabato 19 novembre 2016

Italia
Come tutelare l’uomo dalla sofferenza
Il Sole 24 Ore
(Nunzio Galantino)  Non c’è differenza! Le distruzioni ed il carico di sofferenze che esse provocano hanno purtroppo  tutte la stessa faccia brutta e insopportabile. Sia le distruzioni provocate dalla cieca violenza degli  uomini sia quelle provocate da terremoti più o meno devastanti.
Ho fatto la prova a scorrere, prive di didascalia, le tante immagini e le numerose clip che riempiono  pagine di giornali e accompagnano i notiziari televisivi. Ho fatto fatica, se non grazie a particolari  davvero rilevanti, a identificare i luoghi ai quali esse si riferivano. Mi sembravano tutte tristemente  uguali. Tutte portatrici dello stesso desolante messaggio. Lo stesso, ne sono certo, capiterebbe se  foto o clip riguardassero volti di uomini, donne e bambini; soprattutto se colti immediatamente  dopo un terremoto, una esplosione o un attentato. Tutte accomunate da qualcosa che azzera le  differenze e le consegna alla nostra responsabilità e alla nostra carica di emotività. Vi sono  immagini che, soprattutto in questi ultimi tempi, hanno un unico comune denominatore: città ridotte a cumuli di macerie, volti sfigurati, occhi segnati dallo spavento. Passando dalle immagini e dalle  clip all’esperienza, devo dire che ho provato una strana sensazione quando, nel mio ultimo viaggio  in Medio Oriente, ho attraversato qualche villaggio o città sfregiati dalla furia distruttiva dell’Isis.
Stessa sensazione e stesse immagini viste attraversando le strade della Striscia di Gaza. Eppure  coloro che hanno ridotto Gaza o i villaggi della Piana di Ninive in quelle condizioni non hanno  nulla in comune. O meglio, li accomuna il frutto della loro violenza e della loro arroganza: le  macerie e i volti segnati dallo spavento e dalla sofferenza. Ecco il denominatore comune che ferisce  la realtà contemporanea, in tutte le parti del nostro pianeta. Una “Casa comune” resa inospitale; il  più delle volte addirittura inabitabile. Tutto mi è stato confermato da p. Jalal Yako, un prete  Rogazionista iracheno che ha trascorso qualche anno in Italia, cacciato da Mosul con la sua piccola  comunità di fedeli cristiani e ora sostenuto dalla speranza di potervi tornare. Ma, sentite cosa mi ha  scritto qualche giorno fa: «Finalmente, le nostre città sono state liberate! È stata una notizia più  bella che mai abbia sentito. Ma purtroppo è durata poco! Appena sono giunte le prime foto... un  disastro la città: un cumulo di macerie e odore di bruciato, con case e negozi saccheggiati, chiese  devastate e bruciate, cenere. Lo hanno voluto anche quelle persone che abitavano intorno ai nostri  villaggi, con noi. Musulmani con i quali si conviveva bene prima, ma che hanno abbracciato  l’ideale dello stato islamico. Così... guarda le foto che ti invio! Non esiste una parola per definire  quello che hanno fatto; odio, rancore, annullare la nostra identità». 
È proprio vero. I cumuli di macerie, seppure lontani, possono avere cause diverse ma portano  conseguenze simili; hanno rilevanza mediatica differente ma provocano devastazioni analoghe. Le  immagini che purtroppo ormai da mesi le cronache ci restituiscono dai borghi del centro Italia  devastati dal sisma, sono assai simili a quelle di Aleppo e di molte altre città ricche di bellezze e  cariche di storia in Medio Oriente, oggi devastate, sventrate, stravolte dai bombardamenti. Ha  matrici diverse la prostrazione delle popolazioni ma tanto in Asia quanto in Umbria, Marche e Lazio gli occhi degli sfollati hanno lo stesso velo carico di sofferenze, i loro silenzi gridano l’identico  bisogno di normalità, le lacrime hanno un’uguale amarezza che sa di sofferenza dignitosa e  innocente. Perché la gente comune non ha colpe. Papa Francesco non si sta risparmiando per tenere  alta l’attenzione verso questi drammi e le loro conseguenze. Lo sta facendo anche per i cumuli di  macerie degli ultimi terremoti, per i quali vale quanto scritto nell’Enciclica  Laudato si’ . Lì papa  Francesco manifesta «riconoscenza» e incoraggia oltre che «ringraziare tutti coloro che, nei più  svariati settori dell’attività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che  condividiamo» (n. 13). Si riferisce a «sora nostra matre Terra». Ma oggi più che mai anzitutto noi  italiani sentiamo il bisogno di rendere sicure e protette le case che ci accolgono e che i terremoti di  agosto e ottobre hanno rivelato essere deboli e insicure. Spesso a causa dei pessimi lavori di  costruzione. Lo stanno impietosamente certificando i tecnici impegnati a valutare le cause delle  devastazioni edilizie e urbanistiche, e per il sisma del 26 agosto anche dei numerosi decessi. «La  sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la  famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose  possono cambiare» (n. 13), aggiunge il Papa nella sua Enciclica. Le cose devono cambiare  certamente per quel che concerne le tecniche di costruzione degli edifici, a cominciare da quelli  pubblici, costruiti con i soldi di tutti e spesso senza badare a spese. Nei giorni scorsi leggevo la  preoccupazione di un gruppo di mamme per la salute strutturale della scuola che accoglie i loro  figli. D’altronde è ancora aperta e sanguinante la ferita provocata dal terremoto del 2002 che causò  il crollo della scuola elementare “Francesco Jovine” di San Giuliano di Puglia, in Molise, uccidendo ventisette bambini e una maestra.
Salvaguardare, difendere, rispettare il Creato significa anche tutelare l’Uomo, che ne è parte oltre  che custode, dai terremoti come da guerre e persecuzioni. Da più parti in questi giorni si sente  ripetere, giustamente, che non sono i terremoti a provocare direttamente i morti ma le strutture  costruite in maniera impropria. Una verità che fa male. Così come non è giustificabile chiudere gli  occhi o cambiare canale dinanzi ai corpi dilaniati e ai volti sofferenti delle popolazioni ferite,  uccise, sfrattate, distrutte da guerre e invasioni decise sopra le loro teste ma di cui sono i primi a  pagare le conseguenze. Anche con ferite non visibili che lasciano cicatrici per sempre. Per fortuna  ognuno di noi sa che accanto alle immagini di distruzione vi sono anche segni concreti di vicinanza  e di speranza. Nel piccolo li ho visti e vissuti direttamente i segni di speranza in occasione della -  fortunatamente ben meno grave - scossa madre che, pure all’epoca a ottobre (il 26), colpì il Pollino  e anzitutto Mormanno. Uno stabile della diocesi (il Seminario estivo) nel centro del paese fu il  primo a essere rimesso in sesto e in sicurezza e a tornare a vivere. Quella struttura, all’epoca ferita,  è ormai da tempo pienamente funzionante e da qualche settimana accoglie quarantadue migranti  minorenni, eritrei e somali, sbarcati a Corigliano dopo un interminabile viaggio della speranza in  fuga da fame, guerra, soprusi di ogni genere.