venerdì 25 novembre 2016

Italia
Dove si inceppa la macchina dell' accoglienza
La Stampa
(Linda Laura Sabbadini) Perché dobbiamo far arrivare le cose all' esplosione prima di intervenire? Perché non ci dotiamo di una strategia dell' integrazione degli immigrati adeguata, in tempo, come abbiamo fatto per la prima accoglienza in particolare a Lampedusa? Si amo un Paese tradizionalmente generoso e solidale, ne dobbiamo essere fieri. Anche Torino ne ha dato prova. Basta ricordare l' esperienza di San Salvario. Istituzioni e società civile lavorarono insieme allora nella costruzione di un tessuto sociale solido, di integrazione degli immigrati nel quartiere. C' erano i cittadini italiani attivissimi, i vigili di prossimità, il volontariato e l' operazione riuscì. E cosi è successo in altre situazioni molte delle quali avvengono lontane dai riflettori.
A Roma attorno al centro Baobab si e' sviluppata una solidarietà di quartiere e di tutta la città verso i rifugiati da parte di giovani e non giovani italiani, ma anche da parte di immigrati di tante nazionalità. Penso alle eritree superorganizzate nel preparare buonissimi pasti , agli studenti di medicina che si davano i turni, alle donne del quartiere che donavano di tutto. Perché non si impara dalle esperienze locali eccellenti? Perché non vengono messe a sistema? Queste domande sono d' obbligo. Lasciare incancrenire le situazioni danneggia il tessuto sociale del Paese, fa aumentare la paura dei cittadini, fa crescere la sfiducia nelle istituzioni e soprattutto crea un terreno favorevole allo sviluppo del razzismo. Quei palazzi dell' ex Moi di Torino erano abbandonati da tempo. 
Nel 2013 alla chiusura dell' emergenza Nord Africa inizia la loro occupazione. Inizialmente gli occupanti erano 350 ma poi si è arrivati a 1500. L' occupazione dei locali è stata una risposta ad un vuoto istituzionale, che non riguarda solo Torino. Siamo bravissimi nella prima accoglienza, ma non riusciamo a dotarci di politiche serie di accompagnamento sociale, e in questo modo la marginalizzazione si cronicizza e si creano i ghetti dove basta poco perchè esploda la rabbia. Bisognava porsi questo problema in tempo. La città aveva iniziato ad affrontarlo, ma con troppa lentezza. E' evidente che bisogna operare in fretta. Ma dobbiamo adottare una politica di seconda accoglienza adeguata non solo a Torino ma in tutto il Paese. Se non lo faremo proliferanno i ghetti. 
La situazione, non possiamo nascondercelo, è critica in generale, soprattutto in seguito all' intensità e alla lunghezza della crisi. Molti cittadini pensano che la presenza di stranieri sia in competizione con il lavoro degli italiani, anche se i dati ci dicono che gli stranieri svolgono in gran parte lavori ancora non accettati da italiani e che il nostro mercato del lavoro è ancora duale. Ma la paura tra i cittadini c' è ed è elevata e non possiamo far finta di non vederla. Se la rimuoviamo e non agiamo per risolverla, la situazione rischia di andare fuori controllo. Non possiamo neanche non vedere l' aumento di reati nelle grandi città, di scippi, borseggi, furti in abitazione, rapine, che non risparmia neanche Torino, dove i furti di abitazione sono 692 per 100 mila abitanti, in testa rispetto alle grandi città, i borseggi sono 1570 per 100 mila abitanti, terza dopo Bologna e Venezia, le rapine sono 131 per 100 mila abitanti, dopo Napoli e Milano. 
Come da tempo ci fa notare, inascoltato, Marzio Barbagli, una quota cospicua di questi reati è opera di immigrati nelle grandi città e anche a Torino: il 60% degli scippi, il 62% dei borseggi, il 70% dei furti di abitazione, il 69% delle rapine nella pubblica via. La criminalità, e anche il razzismo crescono di più laddove aumenta il degrado, e si disfa il tessuto sociale. Politiche sociali di integrazione devono combinarsi con politiche di sicurezza. Costruiamo con la società civile una strategia della seconda accoglienza, battiamo la cronicizzazione delle marginalità, eliminiamo ghetti e terreni di cultura di razzismo e criminalità, mobilitiamo le migliori risorse del nostro Paese, mettiamo a sistema il meglio delle nostre esperienze locali. E' necessario, ma soprattutto possibile. Solo così elimineremo paura, razzismo, criminalità.