mercoledì 16 novembre 2016

Iraq
Inferno Iraq nelle chiese ferite dall' Isis
La Repubblica
(Giampaolo Cadalanu, inviato nel Kurdistan iracheno) Sotto il sole del Nord Iraq gli scarponi pesano parecchio, e la marcia cadenzata sulla ghiaia toglie il fiato. Ma fra le file delle Unità di protezione della piana di Ninive nessuno si lamenta. «Siete stanchi?», urla l' ufficiale. «Siamo di ferro!», rispondono i volontari. La fatica è un ostacolo da niente, se l' obiettivo è difendere la propria famiglia, la casa, la comunità. È dal 6 agosto del 2014 che i cristiani dell' Iraq non si fidano più e hanno deciso di difendersi da soli. Il governo regionale di Erbil si era impegnato solennemente, i Peshmerga avevano promesso di difendere i villaggi della zona di Qaraqosh «fino alla morte».
Ma quella sera, poco dopo le dieci, i militari curdi hanno sparso la voce: «Noi ce ne andiamo, conviene che andiate via anche voi». Gli uomini dell' Isis stavano sfondando, e l' esodo era cominciato. «È stato durante quella fuga disperata che abbiamo deciso di far qualcosa per difendere la nostra gente», racconta il generale Behnam Abboush, che in quella notte estiva ha dovuto abbandonare agli integralisti la casa di Qaraqosh. Quella notte, nella mente dei cristiani avviati a piedi verso Erbil, sono nate le Npu, un nucleo di milizie volontarie prima vietato del tutto e poi tollerato di malavoglia dal governo regionale del Kurdistan. 
A Bartella, a Karemlesh, e soprattutto a Qaraqosh gli uomini di Daesh si sono sfogati a distruggere tutto, a partire dai segni della presenza cristiana, dando alle fiamme chiese e oggetti sacri, e devastando le case. Solo Algosh, protetta da un piccolo gruppo di cittadini, aiutati secondo alcune fonti dai curdi marxisti del Pkk, è scampata alla furia. Nel monastero di Nostra Signora delle Messi, poco fuori dell' abitato, padre Gabriele preferisce non fare analisi politiche: «Nessuno può capire quello che succede sulle strade della Geènna. Ma siamo sicuri che a proteggere i cristiani c' era la mano di Dio». 
Padre Gabriele sogna una forza internazionale per proteggere la comunità cristiana, anche perché le comunità sono deboli, divise fra caldei, siriaci, armeni e, sottolinea il sacerdote, male armate: «Che cosa si può fare con due kalashnikov arrugginiti?». Ma difficilmente il suo appello sarà ascoltato. «La mia voce non può arrivare al di là della porta». Così, a pochi chilometri dal paesino costellato di croci, dove non ci sono famiglie musulmane e le donne girano senza velo, è nato il campo di addestramento delle Npu. All' ingresso sventola una bandiera con la stella a quattro punte. Ma non è un riferimento alla Nato: «È una parte della bandiera assira. Sono loro ad aver copiato da noi», ride il generale Abboush. 
Veterano delle forze armate di Saddam, quest' uomo dalla chioma candida ha organizzato l' addestramento dei primi 500 volontari, e adesso segue il secondo gruppo. «Il governo regionale ci ha messo limiti severi. Ma in questi giorni, durante i combattimenti, i miei ragazzi si sono fatti valere. La loro motivazione è grande. Ma i mezzi che abbiamo sono molto pochi. Se qualcuno decidesse di aiutarci, dall' America come dall' Europa, è meglio che lo faccia mentre siamo ancora vivi». Qualche samaritano ha pagato i lavori del pozzo, altri donatori hanno comprato venti giubbotti antiproiettile. Ma è davvero poco, per affrontare la minaccia dello Stato islamico, che è a meno di cinquanta chilometri. 
Dal campo di addestramento si vede in lontananza il lago di Mosul. Nel cielo si intrecciano ad alta quota le scie dei caccia impegnati nei bombardamenti. A terra, sdraiati su un telo blu, i soldati cristiani prendono confidenza con il kalashnikov, sotto la guida del capitano Nashwan. Ma le prove di tiro durano poco. «Abbiamo pochissime armi, meno di una a testa, e munizioni contate». Il governo di Erbil ha persino sequestrato i camion con le scorte delle Npu, perché aveva ancora dipinte sul fianco le insegne delle milizie sciite. 
Finito il breve addestramento al tiro, riservato a pochi fortunati, si ritorna alla marcia e alla preparazione fisica. I più giovani ne hanno poco bisogno, ma ad ansimare sullo spiazzo c' è persino qualche sessantenne con la pancetta. Il pensiero della comunità minacciata spinge tutti a tirar fuori anche le ultime energie. «Siete stanchi?». «No, siamo di ferro!».