lunedì 14 novembre 2016

(Riccardo Burigana) «Dalit Liberation Sunday è ormai una data importante nel calendario delle Chiese dell’India e nel movimento ecumenico indiano»: così Pradip Bansrior, responsabile della commissione contro le discriminazioni del Consiglio delle Chiese cristiane in India (National Council of Chuches in India, Ncci), ha presentato la giornata dedicata alla denuncia della condizione dei dalit e alla preghiera per la loro liberazione, che si è tenuta quest’anno domenica 13 novembre. Nel corso degli anni questa giornata, voluta dal Ncci e la cui origine risale al 1914, è diventata un momento particolarmente rilevante nel quotidiano impegno del movimento ecumenico per la costruzione della comunione tra cristiani chiamati a superare quelle tradizioni che hanno creato separazioni e discriminazioni in India. Infatti, come ha ricordato il reverendo Roger Gaikwad, segretario generale del Ncci, i dalit continuano a subire violenza: secondo le più aggiornate statistiche, in media, ogni giorno tre donne dalit sono rapite, due sono uccisi e due case di loro proprietà vengono bruciate. I dalit rimangono ai margini della società: un terzo della comunità vive in una condizione di povertà estrema, oltre il 50 per cento è malnutrita e il 45 per cento non riesce ad aver accesso alla scuola, mentre il tasso di mortalità infantile entro il quinto anno di vita è altissimo, quasi il doppio della media indiana. Con questa giornata il Ncci si propone di chiedere perdono per quanto è stato fatto, anche dai cristiani, nei confronti dei dalit nel corso dei secoli, di denunciare la situazione di discriminazione che ancora subiscono, nonostante una legge per l’abolizione di ogni forma di discriminazione promulgata nel 1955 dall’allora giovane repubblica indiana, e di promuovere una cultura, anche all’interno delle Chiese cristiane, con la quale favorire una loro integrazione; infatti, al di là delle dichiarazioni di principio, più volte riaffermate dal Ncci e dalle singole Chiese, non mancano, anche se in drastica diminuzione, episodi di discriminazione dei dalit nelle stesse comunità cristiane. La giornata si inserisce in un programma di iniziative che il Ncci, in collaborazione con la Chiesa cattolica e, talvolta, anche con le comunità musulmane, sostiene nella convinzione che la rimozione della discriminazione dei dalit rappresenti una ferita che deve essere sanata per favorire la creazione di una società che deve essere sempre meno violenta e maggiormente guidata dai valori umani. Per i cristiani indiani, come ha detto il reverendo Gaikwad, la lotta contro la discriminazione nei confronti dei dalit costituisce una delle sfide più forti, dal momento che tocca il cuore della testimonianza ecumenica del Vangelo con il quale sconfiggere ogni forma di violenza. Il tema della giornata di quest’anno è il passo biblico: «Amministrate la giustizia ogni mattina e liberate l’oppresso dalla mano dell’oppressore» (Geremia, 21, 12) che è stato scelto per ricordare a tutti i cristiani che la battaglia per la liberazione dei dalit non risponde solo a logiche economiche ma si fonda sulla fedeltà alla giustizia di Dio che deve essere alimentata e sostenuta dalla lettura delle Sacre scritture e dalla preghiera condivisa. Per questo sono state incoraggiate iniziative locali, soprattutto incontri di preghiera ecumenica, da celebrare secondo il sussidio liturgico, che anche quest’anno è stato preparato dal National Council of Churches in India per sottolineare il fondamento biblico della testimonianza ecumenica contro la discriminazione nei confronti dei dalit. Una discriminazione che non può essere più tollerata dai cristiani: infatti, come è stato ricordato «non si può servire Cristo e le caste».
I tanti incontri, dei quali in futuro prossimo si potranno vedere immagini e brevi resoconti nel portale Ncci, sono stati vissuti come gesti concreti di un cammino ecumenico con il quale i cristiani indiani hanno voluto confermare il loro impegno evangelico nell’accogliere gli ultimi degli ultimi in modo da testimoniare ciò che già unisce i cristiani.
L'Osservatore Romano, 11-12 novembre 2016.