lunedì 14 novembre 2016

Gerusalemme
Terra Santa, 4 episodi che fanno una certezza, la soluzione a due stati è in pericolo
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi) Qualcosa in Terra Santa sta cambiando, e anche molto in fretta. Lo si può notare leggendo i giornali locali, passeggiando per le strade strette della città vecchia di Gerusalemme, ascoltando i commenti delle persone che incontri. Nella scorsa settimana qualcosa in Israele è cambiato. Proprio ieri, domenica, se ne sono convinti anche quelli che non ci avevano fatto caso. Sono successe quattro cose ieri, tutte molto eloquenti e meritevoli di essere approfondite. Esaminiamo la prima.
Anche oggi gli abitanti di Gerusalemme si sono svegliati accompagnati dall’adhan mattutino, meglio conosciuto come il canto dell’alba del muezzin. Chi è stato almeno per una volta in Terra Santa, così come in tutti i paesi musulmani, sa bene di cosa si parla. Spesso, infatti, chi si reca in pellegrinaggio nei luoghi che sono stati calcati da Gesù Cristo viene travolto da questa usanza ormai millenaria. Una consuetudine che impatta in modo consistente, a volte addirittura devastante, sulle nostre abitudini quotidiane di credenti laici poco inclini oramai a essere disturbati persino dai rintocchi delle nostre melodiose campane. Non tutti apprezzano allo stesso modo. Alcuni pellegrini ne restano affascinati altri, invece, ne rimangono talmente infastiditi da bollarla come una eccesiva invadenza. Ma anche chi risiede in quella terra e deve fare i conti quotidianamente con queste usanze reagisce in modo diverso. L’adhan è la chiamata di tutti gli islamici alla preghiera che un incaricato di ogni moschea, il muezzin appunto, salmodia dal minareto 5 volte al giorno seguendo il movimento quotidiano del sole. È il modo con cui si ricorda ai fedeli l’obbligo, previsto nel Corano, di effettuare la preghiera islamica della Salat. Anticamente il muezzin recitava i versetti della chiamata a squarciagola per cercare di far arrivare la sua voce umana il più lontano possibile. Oggi la tecnologia è arrivata in aiuto. Si usano così altoparlanti e sistemi di audio diffusione sempre più potenti che amplificano in diretta la voce del muezzin o quella di un disco registrato.
Con molta probabilità entro qualche mese il sonno dei pellegrini e, soprattutto, quello degli abitanti delle città e dei villaggi dello Stato di Israele, compresa Gerusalemme Est, non sarà più interrotto dal canto del muezzin. Proprio ieri, infatti, il comitato ministeriale per la legislazione della Knesset, il parlamento israeliano, ha dato il suo nulla osta ad una proposta di legge, presentata da alcuni deputati della destra di governo, che mira a spegnere definitivamente gli altoparlanti che diffondono le preghiere giornaliere dai minareti. La proposta non è recente. È stata depositata da tempo ma il suo esame da parte del comitato ministeriale per la legislazione era stato rinviato più volte. L’argomento da trattare era ostico, complicato e spinoso. Meglio rinviare sine die l’esame per evitare polemiche. Se è vero, infatti, che da una parte il volume sempre più alto dei sistemi di audio diffusione delle moschee rappresenta un disturbo per chi deve convivere giornalmente con questa usanza, è altrettanto vero che la questione si fa sempre più pungente se riguarda la libertà e le usanze religiose in un territorio che gli israeliani hanno occupato con la forza militare nel 1967. Non è solo una questione di rumore o di volume che supera una deliberata soglia. Purtroppo è una questione che si inserisce in un contesto dove tutto entra in gioco nella dinamica di un conflitto e di un odio reciproco mai risolto. Nulla in Terra Santa è semplice, nulla è come appare.
A Gerusalemme, città santa per le tre religioni monoteistiche più diffuse al mondo, anche il canto del muezzin da ogni minareto è diventato in tutti questi anni strumento di sfida, di lotta, di rivendicazione dei diritti e di conquista politica. Da quando la città, nel 1967, è stata interamente occupata dall’esercito israeliano anche i modi di esercitare i propri riti e le proprie preghiere sono diventati, loro malgrado, un’arma dell’interminabile lotta tra israeliani e palestinesi. Ogni aspetto viene esasperato e ogni particolare viene usato per rimarcare la propria posizione su quanto si vuole o si pretende di rivendicare, più o meno giustamente che sia. Così se da un lato la Gerusalemme Vecchia, ossia quella parte di città racchiusa tra le mura antiche, è oggi completamente controllata e gestita dallo Stato israeliano, dall’altro i palestinesi usano ogni strumento in loro possesso per ribadire con forza che quella sovranità sul territorio gerosolimitano è solo frutto di una occupazione militare illegittima e condannata dal diritto internazionale. Comunità internazionale che, quasi profeticamente, arrivò addirittura a proporre nel lontano 1947 uno “status internazionale” per la città vecchia proprio per preservarne il carattere di luogo santo per i cristiani, per gli ebrei e per i musulmani. Ma così non è stato e oggi ogni strumento è valido per lottare, religione compresa. Questo vale anche per l’adhan. Chiunque si trovi a mezzogiorno nei pressi del muro del pianto a Gerusalemme si può accorgere di questo utilizzando la propria vista e il proprio udito. Mentre gli occhi osservano gli ebrei pregare con devozione davanti al muro e innalzare i loro canti a Dio, le orecchie possono sentire il canto ritmato dei muezzin delle moschee che si diffonde con sempre più vigore in tutta la vallata quasi a voler evidenziare che ciò che si vede non è ciò che sembra, ossia che quel territorio ora in mano ebrea è stato solo usurpato.
Così il volume degli altoparlanti delle tante moschee di Gerusalemme e dell’intero Israele viene sempre più alzato quasi a voler far sentire al mondo intero la voce di chi ritiene di aver subito uno dei più gravi torti della storia e gli israeliani tentano periodicamente di imporre lo spegnimento o lo smorzamento di quella voce che disturba anche il sonno di chi non è musulmano. Una parte, i palestinesi, cerca disperatamente di ricordare al mondo che le proprie terre sono state occupate con la forza, l’altra, Israele, cerca in ogni modo di riaffermare l’imprescindibile legame del proprio popolo con quei territori e con la città che fu sede del Tempio ebraico. Tutto questo anche alla luce di alcune recenti risoluzioni di organismi internazionali come l’Unesco che, adottate in modo frettoloso e troppo provocatorio, hanno di fatto contribuito solo ad esacerbare gli animi intervenendo a gamba tesa su questioni di fede che dovrebbero essere tenute fuori da ogni diatriba.
La proposta, che ora passerà all’esame del parlamento per essere approvata dopo la terza lettura, è semplice. Il disegno di legge per vietare l’audio diffusione dai minareti della chiamata alla preghiera attraverso sistemi elettronici si giustifica con l’esigenza di dover garantire la qualità della vita di chi deve fare i conti ogni giorno con quei richiami. Sembrerebbe, a primo impatto, una questione di disturbo della quiete pubblica. Il volume di quelle emissioni sonore è così alto da disturbare il riposo di chi vive nelle proprie case e allora si rende necessario un provvedimento legislativo per regolarne l’esercizio. Insomma la questione assomiglia tanto alle proteste di alcuni nostri concittadini che, negli anni e con modi a volte coloriti, sono ricorsi al giudice ordinario affinché ordinasse ai parroci di limitare o addirittura cessare ogni rintocco di campana ritenuto lesivo del proprio diritto di riposo. Ma così non è affatto. Purtroppo ci sono altre implicazioni che rendono spinoso e problematico un tale semplicistico approccio. Infatti, se per gli israeliani questo provvedimento, oltre che essere idoneo a tutelare la salute pubblica di tutti i cittadini, è anche un provvedimento che favorisce il pieno rispetto della fede di ognuno perché chi non è mussulmano non deve essere disturbato da un rito che non gli appartiene, così non è affatto per i palestinesi che invece vedono nel provvedimento solo l’intento degli “occupanti” di voler minare persino la libertà di culto a loro riservata e esercitata per secoli.
La reazione da parte palestinese, di fatto, non si è fatta attendere. Sheikh Ikrima Sabri, leader del consiglio supremo degli imam della Moschea di Al Aqsa di Gerusalemme, è prontamente intervenuto in maniera preventiva per avvisare che gli israeliani non hanno alcun diritto di intervenire sul modo con il quale i muezzin chiamano a raccolta i fedeli perché questo è contrario alla libertà di fede che ognuno deve poter avere. Ma non solo. Nel suo messaggio la guida spirituale ha voluto precisare che chiunque fosse disturbato dal canto del muezzin farebbe bene ad andarsene dalla città di Gerusalemme (ingiustamente occupata) e che gli Ebrei non potranno mai e poi mai pregare sulla spianata del Tempio. Tra le strade della Gerusalemme vecchia c’è già chi è pronto ad alzare le barricate e chi dice che se anche passasse una tal legge l’unico modo per gli israeliani di applicarla sarebbe quella di usurpare ogni moschea, a partire da quella di Al Aqsa. Insomma si risentono i tamburi di guerra e, ancora una volta, si usa la religione per dare fuoco alle polveri.
Ecco, in tutto questo, ritornare prepotentemente alla ribalta la questione dello status quo della Spianata delle Moschee. Di qualsiasi cosa si argomenti alla fine si arriva a questo annoso problema. Nessuna delle due parti fa un passo indietro per svelenire il clima e per cercare di tenere fuori la religione da un conflitto che non ha nulla di religioso. Ormai le posizioni tendono sempre più a radicalizzarsi. I palestinesi sono convinti che gli israeliani vogliano a tutti i costi cambiare lo status quo per poter poi occupare definitivamente la spianata delle moschee e iniziare a metterci le radici con la pretesa di avere non solo il diritto di pregarvi ma di edificarvi un nuovo terzo Tempio. Gli israeliani sono certi che i palestinesi vogliano in ogni modo negare ogni loro legame con ciò che resta del Tempio che fu con l’unico obiettivo di costringere la comunità internazionale a imporre agli israeliani di ripristinare i confini vigenti prima dell’invasione del 1967, ossia andarsene da Gerusalemme Est.
Ma eccoci al secondo sintomatico episodio di ieri. Durante la stessa riunione del comitato ministeriale per la legislazione, che ha dato il suo nulla osta alla proposta di legge per vietare l’uso degli altoparlanti dei minareti, si è consumato un evidente strappo politico tra i ministri e il premier Netanyahu. Per tutta la mattina il primo ministro ha sentito il bisogno di invitare i suoi membri del governo a non esprimersi sulla politica futura degli Stati Uniti e di aspettare l’insediamento del nuovo presidente statunitense eletto prima di prendere posizione e di fare dichiarazioni alla stampa. A tutti è parsa una strana dichiarazione e un modo inusuale di dialogare con i propri ministri. Ma era solo il preludio della tempesta che stava per arrivare. Infatti, durante il comitato ministeriale, alcuni membri del consiglio hanno preteso che venisse messo ai voti l’immediato passaggio di una proposta di legge mirante a regolarizzare l’insediamento abusivo di Amona in Cisgiordania. Amona è un insediamento illegale, costruito senza autorizzazione da famiglie israeliane nel 1995 su terreno privato dei palestinesi e tollerato per quasi tre lustri dalle autorità israeliane. Solo dopo anni e anni di interminabili cause giudiziarie la Corte Suprema israeliana ha ordinato al governo israeliano di evacuare e smantellare l’insediamento di Amona entro il 15 dicembre prossimo. Sia Netanyahu che il procuratore generale di stato hanno cercato in ogni modo di spiegare ai ministri che non si poteva andare contro la sentenza esecutiva della Corte Suprema perché l’insediamento era stato costruito in modo abusivo e sul suolo privato dei palestinesi, pertanto si proponeva di aspettare la pronuncia della stessa Corte suprema su un rinvio del temine ultimo per l’evacuazione chiesto per poter trovare un’adeguata sistemazione alle famiglie interessate dal provvedimento stesso. Inoltre, una regolarizzazione a posteriore di un insediamento così realizzato sarebbe andata contro il diritto internazionalmente riconosciuto e potrebbe condurre Israele dinnanzi alla Corte di Giustizia internazionale. Non c’è stato verso, i ministri, compresi quelli dello stesso partito politico del premier, il Likud, hanno votato per approvare la proposta di legge e inviarla subito al parlamento perché la esiti entro due settimane legalizzando così a posteriore l’insediamento realizzato sul territorio palestinese. Questo non sarebbe stato possibile fino a qualche giorno fa. L’opposizione degli Stati Uniti d’America alla legalizzazione di insediamenti abusivi, così come alla costruzione di nuovi outposts, era categorico e insormontabile. Ma nel frattempo qualcosa deve essere cambiato perché uno strappo così evidente all’interno dello stesso governo israeliano suggerisce che la percezione dei problemi e delle soluzioni sta mutando. Non per niente proprie ieri, in una intervista radiofonica, il ministro israeliano per l’educazione Naftali Bennet ha dichiarato che occorre accelerare i tempi per superare la soluzione politica dei “due stati per due popoli” sponsorizzata finora dagli Stati Uniti, dall’Onu e dall’intera comunità internazionale per la definitiva risoluzione del conflitto israelo palestinese. Per Bennet, fiancheggiatore tra l’altro della stessa proposta di legge per la regolarizzazione a posteriori dell’insediamento di Amona, è giunto il momento per Israele di abbandonare una strada senza uscita e annettere i territori palestinesi della Giudea e della Samaria con presenza preponderante di insediamenti israeliani e così garantire a quelle persone lo stesso trattamento riservato agli altri cittadini di Israele.
Proprio questo ci permette di introdurre il terzo importante fatto di ieri. Un portavoce ufficiale di Hamas, intervistato da una emittente tv libanese, ha dichiarato che la sua organizzazione, che ricordiamo gestisce interamente la Striscia di Gaza con oltre 2 milioni di persone, ritiene oramai morto e sepolto ogni accordo siglato ad Oslo nel 1993. Questo, leggendo tra le righe, significa che anche per Hamas la soluzione a due stati non è più quella perseguibile, ma non solo. Dimostra anche che ogni riconoscimento all’esistenza dello Stato di Israele, che peraltro Hamas non ha mai ufficializzato, dovrebbe venir meno per tutti i palestinesi. Purtroppo però non è ancora tutto. Veniamo al quarto e ultimo fatto. Sempre ieri il rappresentante dello Stato Palestinese presso le Nazioni Unite ha minacciato pesanti ritorsioni in caso di spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme. Poco più tardi l’autorità nazionale palestinese ha dal canto suo definito “miserable” (spregevole) la sola idea di spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme e una potenziale “catastrofe” le proposte di legge esitate dal comitato dei ministri. Evidentemente la promessa del nuovo presidente statunitense di spostare in modo ufficiale e definitivo l’ambasciata degli Stati Uniti d’America da Tel Aviv a Gerusalemme non solo non è passata inosservata ma in casa palestinese si crede possa avvenire molto presto. È vero al momento non c’è niente di definitivo e l’idea resta ancora solo una delle tante proposte elettorali avanzate da un candidato in cerca di consensi soprattutto tra la parte dell’elettorato americano di fede ebraica. Altrettanto evidente è come anche le proposte di legge sul divieto di diffondere le preghiere e sulla regolarizzazione dell’insediamento abusivo di Amona siano imprescindibilmente legate al cambiamento di clima generale ormai diffusosi. Certo, sono ancora solo proposte, ma tanto è bastato per scatenare gli animi già in ebollizione in un territorio che è in perenne guerra da oltre mezzo secolo. Lo spostamento di una ambasciata sembrerebbe, agli occhi di un profano, una proposta del tutto innocua soprattutto se per Israele la capitale dello Stato è proprio Gerusalemme. Ma purtroppo non lo è affatto. Tutto in Terra Santa è complicato, difficile, ambiguo e potenzialmente esplosivo. Spostare la sede dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme non significherebbe solo rimettere in discussione le stesse risoluzioni dell’Onu, che sono tuttora l’unico punto fermo di tutta la storia di questo lungo conflitto, ma sancirebbe la fine di una linea politica che ha sostenuto e appoggiato finora con convinzione la soluzione dei “due stati per due popoli”.
Nelle strade di Gerusalemme la gente parla di tutto questo. Lo fa in fretta, malvolentieri, con una preoccupazione e una rassegnazione crescente. Starla a sentire è il modo più semplice e diretto per comprendere come ciò che viene deciso dall’esterno non tenga conto dell’effettiva realtà delle cose e del vero quotidiano bisogno di chi vive il dramma di quel conflitto. La gente ha un tremendo bisogno di pace, di tranquillità, di serenità. Continuare a parteggiare per una o l’altra parte senza avere chiara quale sofferenza stanno subendo entrambi i popoli in causa è solo perseverare negli errori che si sono fatti in tutti questi anni. La scellerata politica delle decisioni a compartimento stagno e quella di alzare sempre più la posta in gioco servono solo a perpetuare lo scontro e a esasperare gli animi già esacerbati di persone costrette, da un lato, a vivere nella paura di sanguinosi attentati e, dall’altro, nel terrore di essere sempre più relegati in ghetti senza possibilità di movimento e di futuro.
È lapalissiano che il nuovo quadro politico mondiale, instauratosi dopo l’esito delle elezioni statunitensi dell’otto novembre scorso, stia spingendo le fazioni più estremiste a premere con forza perché la soluzione a due stati venga accantonata se non addirittura scartata . L’intento di voler affrettare i tempi e di voler mettere le mani avanti è evidente. Purtroppo il rischio che ciò abbia successo, vista la concomitanza di eventi nell’arco di pochissimi giorni, è molto alto soprattutto se la comunità internazionale continua solo a guardare o, peggio, fomenta sottobanco. Ma vi è di più. La soluzione a due stati, quella che è uscita dagli accordi di Oslo e che trova il giusto riconoscimento internazionale e l’appoggio dell’intera comunità degli Stati, sta perdendo giorno dopo giorno la sua forza attrattiva soprattutto in loco. Questo sta dando ulteriore vigore agli estremismi di parte. Da un lato i Palestinesi sono esasperati da oltre 23 anni di attesa per una soluzione che ancora non si intravede. Le condizioni di vita degli abitanti di Gaza sono terribili, ma anche quelle in Cisgiordania non sono granché migliori. L’autorità nazionale palestinese in oltre due decenni, nonostante ogni tentativo in tal senso, non è ricucita a darsi sembianza di stato. La mobilità dei palestinesi è limitata, a volte preclusa del tutto. Le possibilità di lavoro e le aspettative per il futuro sono sempre più ridotte e, comunque, legate alle concessioni israeliane. Dall’altro lato gli israeliani sono sfiniti dalla paura degli attentati e dal non poter condurre una vita tranquilla. Pur beneficiando di elevate condizioni economiche la società israeliana inizia a soffrire troppo delle limitazioni dovute all’esigenza di garantire sicurezza, della mancanza di normalità e si sta sempre più dividendo in movimenti e organizzazioni particolaristiche. Inoltre la pressione dei coloni e di chi risiede negli insediamenti si fa sempre più alta. L’attesa decennale di una soluzione, data sempre per imminente ma mai giunta al traguardo, inizia a generare sfiducia diffusa, quasi rassegnazione. Persino la stessa idea che si possa pervenire ad una intesa sulla soluzione “due stati per due popoli” sembra oggi inarrivabile. Insomma, pur sapendo che sarebbe la soluzione migliore ormai ci si sta arrendendo al fatto che è stato e sarà sempre solo un sogno.
Ecco che in questo clima torna prepotentemente in scena la cattiva abitudine di giustificare ogni cosa attraverso l’accentuazione spasmodica delle differenze religiose. Più si complica la partita a livello diplomatico e politico e più si cerca di utilizzare la religione per mischiare le carte in tavola e generare confusione. Proprio per questo occorre, da parte di tutti, moderazione, prudenza e fermezza. Moderazione nei toni e nei comportamenti. Ponderazione delle scelte e delle decisioni. Fermezza nel ribadire che la religione non deve entrare nelle diatribe politiche e nei termini di un conflitto. Non è, infatti, cercando in ogni modo di coinvolgere nella disputa la religione e la fede di ogni comunità che si arriverà alla pace e alla convivenza. Bisogna essere più responsabili, a partire dalla comunità internazionale e da quei paesi che ancora oggi hanno il privilegio di esercitare un diritto di veto in sede ONU che, seppur non abbia più alcun senso, continua ad essere usato più per destabilizzare che per tutelare chi vive situazioni di guerra e di difficoltà oggettiva. Solo pensare che la linea politica mondiale su un conflitto che dilania da oltre mezzo secolo due popoli possa mutare per via del naturale avvicendarsi di due presidenti di uno stato estero che ha il diritto di veto all’Onu è incettabile. Bisogna affermare con forza che la religione non è, e non deve mai essere, terreno di scontro ma di incontro. Su questo le parole di Papa Francesco sono magistrali nella loro semplicità e accuratezza. Occorre valorizzare le radici comuni e isolare chi, da una parte e dall’altra, cerca di usare le differenze religiose, che esistono e non possiamo nascondere, per far entrare a forza la fede dentro questo conflitto in modo da complicare ogni cosa e di alimentare sempre più l’odio. Per questo è necessario che anche i cristiani di tutto il mondo difendano la libertà religiosa e sostengano in ogni modo, e non solo a parole, lo sforzo della locale comunità cristiana, specialmente quella cattolica e ortodossa, da decenni impegnata nel perseguire una vera libertà che faccia del rispetto e del dialogo reciproco lo strumento per ridare speranza e per superare ogni diffidenza.
Ma tutto ciò non basta più. Occorre finalmente produrre risultati tangibili per chi soffre ogni giorno quel conflitto. È giunto per tutti il momento di capire che il futuro della Terra Santa non è nelle sole mani dei governanti delle parti in causa o della sola comunità internazionale intesa come consesso mutevole e, a volte, capriccioso dei capi di stato o di governo. È giunto il momento di chiedersi se non sia il caso di togliere ogni facile alibi che ci siamo costruiti in questi decenni nel caricare le colpe di ogni insuccesso solo sulle spalle di chi doveva rappresentarci. Proviamo per un momento a pensare in modo diverso. Chiediamoci se non sia realmente venuto il momento di scendere tutti in campo affinché sia posta con forza l’attenzione sulla concreta sofferenza di entrambi quei popoli. Spingiamo assieme affinché chi ha la responsabilità non continui a perseguire solo obiettivi nazionalistici di politica interna, non insegua solo interessi economici e non rincorra soluzioni per improvvisate equazioni di geopolitica regionale o mondiale.
È indubbio nasconderlo, il conflitto tra israeliani e palestinesi influenza ciò che succede nel resto dell’area e ciò che succede nel resto del Medi Oriente influisce sul conflitto israelo palestinese. Proviamo per una volta a esigere che i nostri rappresentanti, quelli che abbiamo eletto, cerchino in primo luogo di disinnescare ogni tentativo di strumentalizzazione di un conflitto territoriale attraverso motivazioni religiose che non esistono. Ciò a partire dall’utilizzo in sede internazionale dell’astensione come strumento per far passare a fasi alterne una o l’altra posizione senza doversi mai schierare apertamente ma perpetuando il noto gesto di lavarsi le mani col quale Pilato, davanti alla condanna di Gesù, cercò di mondarsi da ogni colpa. Una volta ci si astiene sulla proposta palestinese e una volta su quella israeliana così all’infinito senza mai arrivare a qualcosa di concreto. Questo genera solo ritardi, incomprensioni, odio e conduce alla disperazione chi, palestinese o israeliano che sia, deve sopportare quotidianamente sulla propria pelle gli effetti di un conflitto permanente.
Ma cosa si può fare subito ? Cominciamo innanzitutto a chiedere che nei progetti di cooperazione internazionale con quei paesi si parli finalmente di risorse per la crescita, per il dialogo, per la conoscenza reciproca e il rispetto. Cominciamo a pretendere dai governanti che il denaro che l’Europa e altri paesi, come gli Stati Uniti d’America, stanziano ogni anno dai propri bilanci non si possa più spendere in approvvigionamenti militari o in campagne d’odio reciproco ma sia esclusivamente vincolato alla tutela delle minoranze, alla valorizzazione del dialogo, allo sviluppo del rispetto e delle condizioni di vita, al superamento delle difficoltà oggettive, alla collaborazione reciproca e al rispetto delle libertà fondamentali dell’uomo, a partire da quella religiosa. Cominciamo a far capire ai palestinesi e agli israeliani che anche noi crediamo davvero nella soluzione a due stati e che ci impegniamo concretamente, con le nostre risorse, perché si inizi un percorso tangibile a partire dalle esigenze quotidiane di quei popoli. Sarebbe un segnale positivo e, soprattutto, si inizierebbe quel percorso di disinnesco di quell’odio che nasce dalla mancanza di giustizia, equità, speranza e conoscenza degli aspetti comuni che possono unire. Occorre ridare speranza, ma questa volta non solo a parole. Occorrono fatti concreti che possano finalmente convincere palestinesi e israeliani che una futuro di pace reciproco è possibile nel rispetto e nella vicendevole convivenza civile. I governanti palestinesi e israeliani non arriveranno mai ad una pace sicura se i loro popoli sono i primi a non crederci. Ricordiamoci di questo.
Damiano Serpi 
damiano.serpi@gmail.com