giovedì 17 novembre 2016

Francia
A volte sembra essere pericolosa e ingiusta. Il costo della misericordia
L'Osservatore Romano
(Fratel Richard, Comunità di Taizé) La misericordia di Dio, che la Chiesa è chiamata a comunicare, è senza limiti. «Noi chiamiamo “cattolica” la Chiesa — scrive san Cirillo di Gerusalemme nelle sue Catechesi — non solo perché è diffusa su tutta la terra, da un estremo all’altro, ma […] perché essa cura e guarisce ogni sorta di peccato, sia esso dell’anima o del corpo». Nel iv secolo la conversione di Costantino preoccupa gli ambienti colti dell’impero. Lo storico Zosimo scrive nella sua Storia nuova: «Costantino fu accusato di aver commesso un crimine così grave che nessun sacerdote pagano aveva voluto scioglierlo da esso; tra i cristiani, invece, gli viene promesso il perdono di tutti i suoi peccati». La misericordia mette in pericolo i valori che garantiscono l’ordine e la pace?
Per l’anno che sta volgendo al termine, Papa Francesco ci ha invitati a mettere la misericordia al centro delle nostre preghiere e della nostra vita. Nel corso di questo stesso anno, si sono levate voci, anche di certi cristiani, che hanno chiesto di dare la priorità alla sicurezza, di irrigidire regole e controlli, di agire senza pietà. A meno che non la si releghi alla sola vita spirituale ed ecclesiale dichiarandola incompetente nelle questioni politiche e sociali, la misericordia, realtà tanto centrale e tanto bella del Vangelo, diviene problematica. La misericordia appare problematica da molto tempo prima del nostro. Il libro di Giona ne parla come di un pericolo mortale. La pietà di Dio per Ninive ha spinto il profeta alla disperazione: «Meglio è per me morire che vivere!» (Giona, 4, 3). Il libro non è un racconto storico, ma una novella che mette in scena personaggi del passato. È stato scritto nel iv secolo prima della nostra era, quattro secoli dopo l’epoca di Giona. Il profeta storico è vissuto sotto Geroboamo ii. Nella prima metà dell’VIII secolo prima dell’era cristiana, Giona profetizza la salvezza del regno d’Israele (2 Re, 14, 25). Ma ecco che nel racconto immaginario del libro, Giona non viene inviato al re d’Israele, ma alla città di Ninive, la capitale dell’Assiria. Lì lui non deve annunciare la salvezza, ma il giudizio: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta» (Giona, 3, 4). Giona avrebbe potuto rallegrarsi di andare ad annunciare una triste fine a Ninive, la grande nemica d’Israele. Invece è partito nella direzione opposta. Perché non voleva andare a Ninive? La ragione rimane oscura al lettore fino a quando si capisce che la distruzione annunciata di Ninive non avrà luogo. Allora Giona «pregò il Signore: “Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese? Per ciò mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male”» (Giona, 4, 2). Giona diffidava della misericordia di Dio. Conoscendo il suo Dio — «so che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore» – intuisce però subito l’esito del suo ministero profetico a Ninive: la salvezza di tutti i suoi abitanti, piccoli e grandi, uomini e animali. Ma perché questa salvezza di Ninive, conseguenza della misericordia del Dio d’Israele, fa disperare Giona al punto che vuole morire? Va ricordato che con il profeta Giona storico, menzionato nel secondo libro dei Re, siamo nella prima metà dell’VIII secolo. Ebbene, nel 722, mezzo secolo dopo la missione immaginaria di Giona a Ninive, gli assiri iniziano una campagna contro Israele. Il loro pentimento non è durato a lungo. Fanno la guerra a Israele e distruggono Samaria, la sua capitale. Avendo salvato Ninive dal disastro attraverso il suo ministero di profeta, Giona non è un complice involontario della sventura che colpisce ora il suo stesso paese d’Israele?
Non bisogna lasciarsi ingannare dai tratti comici del libro di Giona, come il famoso grande pesce che inghiotte e risputa il profeta. La comicità della storia è il mezzo che l’autore ha scelto per trasmettere la grandezza del messaggio: la misericordia del Dio d’Israele supera le frontiere d’Israele, anche quando ciò mette in pericolo il popolo prediletto da Dio. Gesù prova una stima particolare per il profeta Giona. Si identifica con lui piuttosto che con Mosè. Si rifiuta di dare un «segno dal cielo» destinato ad annunciare e avviare una nuova liberazione d’Israele alla stregua della fuga dall’Egitto, e promette «il segno di Giona» (Matteo, 16, 1-4), l’opposto di un annuncio di vittoria in cui Israele trionferebbe sui suoi nemici. In diverse parabole di Gesù si ritrova il tema del pericolo o dell’ingiustizia che possono accompagnare la misericordia. La storia del figliol prodigo (Luca, 15, 11-32) celebra la misericordia in maniera indimenticabile. Vedendo suo figlio tornare da lontano, l’anziano padre è mosso a compassione. Gli perdona subito tutto. Il figlio che pensava di rientrare per essere solo un servitore, viene accolto come figlio. Ma Gesù dà altrettanta attenzione al fratello maggiore. Lui non rientra da lontano, ma soltanto dal lavoro nei campi. Si rifiuta di partecipare al banchetto organizzato per il ritorno del fratello. Ha infatti capito subito ciò che è in gioco: l’esplosione di misericordia di suo padre ha fatto perdere alla famiglia, in un batter d’occhio, la metà dei beni.
All’epoca il patrimonio familiare era gestito dal padre, ma era proprietà di tutti gli uomini della famiglia. Perciò il padre può dire al figlio maggiore: «Tutto ciò che è mio è tuo» (Luca, 15, 31). Ed è per questo che il figlio minore ha potuto chiedere la parte che gli spettava quando il padre era ancora in vita. Prendendo la sua parte, il figlio minore pensa che non tornerà mai più, sa di non avere più diritto al patrimonio familiare. Ma al suo ritorno, il padre lo reintegra come erede, l’anello che gli mette al dito ne è il segno. Il fratello maggiore deve allora ridividere tutto con il minore. Non è giusto. La partenza del figlio cadetto aveva dimezzato il patrimonio familiare. Ora l’esplosione di misericordia del padre divide ancora una volta in due quel che resta. Si capisce che il fratello maggiore si senta leso, tanto più che, come fa notare al padre, il patrimonio si è mantenuto proprio grazie al suo lavoro assiduo.
Nella parabola degli operai dell’undicesima ora (Matteo, 20, 1-16), la misericordia del padrone della vigna non fa torto a nessuno. Ma si prova comunque una sensazione di ingiustizia. Con gli operai che prende a giornata la mattina presto il padrone si accorda per un denaro al giorno. Poi assicura gli altri, che assume nel corso della giornata, che darà loro «quello che è giusto». La sera gli ultimi che hanno lavorato solo un’ora sono i primi a ricevere la paga: un denaro, una paga più che generosa per un’ora di lavoro. Quelli che hanno lavorato tutta la giornata si sfregano le mani vedendo che il padrone paga bene. La loro delusione è perciò ancor più grande quando ricevono un solo denaro come gli altri. Per quanto il padrone cerchi di ricordare loro che l’accordo è stato onorato, la sua generosità è ingiusta. La poetessa borgognona Marie Noël, che era una donna di una spiritualità profonda ma con i piedi per terra, non ha potuto non immaginare il seguito della storia: il giorno seguente, di mattina presto, il padrone esce alla ricerca degli operai ma non si presenta nessuno. E neppure alle 9. E neanche a mezzogiorno. La misericordia può mettere a rischio l’economia.
Gesù fa della misericordia di Dio la chiave del suo insegnamento dei comandamenti: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Luca, 6, 36). Il Discorso della montagna contiene questo stesso appello alla misericordia sotto una forma un po’ diversa: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Matteo, 5, 48). Perfezione è qui sinonimo di misericordia. Nel suo insegnamento nuovo degli antichi comandamenti, Gesù apre i comandamenti della legge alla pienezza della giustizia che è misericordia. Ma per cominciare, Gesù conferma formalmente l’esigenza di giustizia: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento» (Matteo, 5, 17). Alcuni suoi atti o parole potevano far credere che avrebbe abolito le esigenze della legge. Lui smentisce. Gesù non abolisce la legge, non si allontana dalla giustizia in direzione dell’ingiustizia. Si allontana in effetti dalla giustizia ma nell’altro senso. «Dare compimento alla legge e ai profeti» è allontanarsi da una rigida giustizia in direzione di ciò che non è meno che giusto, ma di ciò che è più che giusto. «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo, 5, 20). La giustizia a cui mirano la legge e i profeti può abbondare di più o di meno: Gesù insegna il cammino di una giustizia sovrabbondante. Trascina in una dinamica che allarga la «logica dell’equivalenza» della regola di giustizia fino a giungere a una «logica della sovrabbondanza» (Paul Ricœur). Secondo il capitolo 5 di Matteo, Gesù ha ripreso sei comandamenti della legge per fare emergere la promessa di giustizia sovrabbondante in essi contenuta e così «dare compimento» alla legge.
I due ultimi insegnamenti riguardano più specificatamente il tema della misericordia. «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda, e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle» (Matteo, 5, 38-42). “Occhio per occhio e dente per dente” è la legge, l’esigenza di equivalenza. La legge del taglione segna un progresso rispetto all’ingiustizia, sia a quella che consiste nel lasciare il crimine impunito sia a quella che consiste nel rompere due denti a chi ne ha rotto uno. Gesù non è venuto ad abolire l’esigenza di giustizia. Ci sono situazioni in cui, prima di potersi allontanare dalla giustizia in direzione della misericordia, occorre innanzitutto allontanarsi dall’ingiustizia per avvicinarsi alla giustizia. Gesù però invita ad andare oltre: «Ma io vi dico di non opporvi al malvagio». Questo insegnamento non è una nuova legge. Se lo fosse stata, quanti pensavano che Gesù fosse venuto per abolire la legge avrebbero avuto ragione. Gesù non promulga leggi ma il suo insegnamento crea brecce attraverso le quali far irrompere il regno di Dio e la sua giustizia sovrabbondante. Con tre esempi, illustra ciò che intende con «non opporsi al malvagio». Prima di tutto lo schiaffo: se uno ti percuote la guancia destra, la legge — “occhio per occhio, dente per dente, schiaffo per schiaffo” — permette di ridare lo schiaffo, ma proibisce di colpire due volte o più forte. Quando uno schiaffo viene ridato per un solo schiaffo con la stessa intensità, la cosa migliore che può accadere alle parti in conflitto è di essere pari. Ma è un equilibrio così difficile da raggiungere che in generale le cose non si fermano lì, e la reazione, sebbene giusta, è seguita da un nuovo atto di violenza, e così di seguito. La proposta di Gesù di porgere l’altra guancia può avere due esiti. Il primo è che, invece di uno schiaffo, la vittima ne riceve due. Il secondo è che questo gesto inverosimile sconcerta l’aggressore a un punto tale da farlo esitare. Il normale corso degli eventi, la catena della violenza, viene per un istante interrotto. Nella breccia così aperta può accadere qualcosa di inatteso. La stravagante proposta di porgere l’altra guancia, non è un vero e proprio comandamento, ma un invito alla creatività.
Gli altri due esempi sono dello stesso tipo: non comandamenti, ma proposte. Quale legge potrebbe esigere che un debitore, a chi gli chiede la sua tunica per saldare un debito, doni anche il suo mantello? Il gesto che Gesù immagina è un modo rischioso e creativo di sovvertire la regola della giustizia. Rischioso perché il creditore potrebbe accettare l’offerta e prendere la tunica e il mantello. Ma potrebbe anche accadere che, vedendo il suo debitore spogliato di tutti i suoi abiti, capisca la crudeltà della sua inflessibilità e cancelli il debito. Ed ecco l’insegnamento principale di Gesù riguardo alla giustizia sovrabbondante. «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Matteo, 5, 43-44). Si è spesso osservato che il comandamento dice soltanto «amerai il tuo prossimo». Perché Gesù aggiunge «odierai il tuo nemico»? Nella lingua biblica “odiare” spesso significa semplicemente “non amare”. «Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico» vuole allora dire: «Saprai distinguere tra il tuo popolo e i nemici che lo minacciano». Gesù non abolisce neanche questo comandamento. L’amore per il prossimo implica a volte il rifiuto di fare del bene al nemico. È per lealtà verso il suo popolo di Israele che il profeta Giona si rifiuta di andare a predicare a Ninive. Eppure Gesù dice: «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori». In altre parole: fate come Giona quando non agisce in base al proprio giudizio ma in base a ciò che Dio gli dice di fare. Per giustificare la sua proposta di amare i nemici Gesù non ha argomentazioni umane; non può che fare riferimento a Dio: «Perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Matteo, 5, 45).
Questo insegnamento di Gesù è al tempo stesso luminoso e scandaloso. Che cosa c’è di più bello della generosità di Dio che non esclude nessuno dai suoi benefici? Ma la sua bontà è anche uno scandalo. Perché non pone fine ai maneggi dei malvagi e degli ingiusti? Fedele alla sua misericordia senza limiti, preferisce correre rischi come quelli che Gesù ha invitato i suoi discepoli a correre. E Dio paga cara la sua misericordia. Risparmiando i nemici d’Israele, come nella storia di Giona, piange sul suo popolo prediletto vinto e in esilio. Concedendo i suoi benefici sia ai malvagi sia ai buoni, come Gesù ha rivelato, non interviene neppure per fermare quanti lo uccidono. La sua misericordia ha un suo prezzo e a Dio è costata la morte del Figlio. La misericordia causa ingiustizie reali o apparenti. Ma Dio osa la misericordia pericolosa, perché ha in mente la salvezza di tutti gli uomini. La misericordia di Dio, che gli è costata cara, ha ottenuto la salvezza del mondo. E capita che la misericordia dei suoi figli, che li espone al rischio e talvolta comporta ingiustizie, ottiene ciò che è giusto là dove la giustizia da sola fallirebbe.
L'Osservatore Romano, 17-18 novembre 2016