giovedì 10 novembre 2016

Filippine
Così torna a parlare la Chiesa dei poveri. Una profezia rinnegata
La Repubblica
(Alberto Melloni) La profezia, nella tradizione biblica, non è applicare la vista al futuro, nel tentativo di indovinarne la cifra. La profezia è tutt’altro: è un gesto verbale o non verbale, che mostra il collocarsi di Dio nel  dilemma della storia fra oppresso e oppressore. Era profetica in questo senso una frase pronunciata  da papa Giovanni l’11 settembre 1962, a un mese dall’inizio del Vaticano II: diceva che la chiesa  vuole essere «la chiesa di tutti, ma soprattutto la chiesa dei poveri». Non la chiesa povera, non la  chiesa che si occupa di poveri: ma la chiesa «dei poveri», quella che viene adunata dal collocarsi di  Dio nel mistero della storia. Quel gesto profetico appariva l’eco di una ricerca spirituale molto  marginale: quella dei teologi francesi della “Chiesa serva e povera” o quella dell’immedesimazione  con i “minimi” di don Milani. Non appariva come un programma ecclesiale.
Tant’è che quando, in concilio, l’arcivescovo Giacomo Lercaro propose di dare come cardine ai  lavori e alla riscrittura del Vaticano II il mistero del Cristo povero, la cosa cadde nel vuoto: quel  discorso era un gesto profetico in una chiesa immatura. 
Poi il silenzio. L’episcopato latinoamericano e la teologia della liberazione posero la questione della chiesa nei poveri. Ma il tema sparì dal magistero, dalla teologia, dalla predicazione. Al posto della  chiesa dei poveri ci fu una “mobilitazione” che, con una singolare torsione del linguaggio, anche la  chiesa accettò di chiamare “volontariato”: come se l’immedesimazione della chiesa nel destino del  povero non fosse il solo modo per collocarsi sull’asse teologico della storia, ma una cosa che si può  fare o no; un irritante “civismo religioso” analogo a quello di raccoglie le cartacce. Poi papa  Francesco. E il prepotente ritorno della chiesa dei poveri e della povertà della chiesa dopo mezzo  secolo di rimozione. Ritorno lessicale fatto con una (gesuitica) circospezione. Ritorno di governo  fatto con la scelta di vescovi capaci di interpretare questa dimensione nelle chiese locali, quelle  nelle quali e dalle quali origina la chiesa universale. Una decisione che non solo ha irritato e  spaventato alcuni ambienti ecclesiastici, che vedevano frantumarsi strategie per insediare sodali e  debitori di cordate “nelle quali e dalle quali” nasce quel nulla in formato spray che trasforma la vita  cristiana in una inconsapevole ostentazione superba della propria mediocrità. 
La scelta di vescovi capaci di esprimere la chiesa come “chiesa dei poveri” ha spiazzato anche  osservatori distanti: dai quali è venuta l’espressione sui “preti di strada”. Dire che uno studioso  provato come Corrado Lorefice a Palermo o che un uomo dell’esperienza internazionale di Matteo  Zuppi a Bologna siano preti “di strada”, è paradossale. In questo tentativo di ridurre le scelte di  Francesco ad un casting spicca la figura del cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila,  definito anche lui come un “prete di strada”, ignorandone il profilo e lo spessore. Che adesso sono  più accessibili grazie al libro-intervista  Ho imparato dagli ultimi. La mia vita, le mie speranze curato da Lorenzo e Gerolamo Fazzini (Emi). Nel racconto della sua vita Tagle non fa particolari  rivelazioni: l’esempio di un prete santo, un seminario reso fervoroso da un vescovo audace, che lo  fa rettore a 25 anni; alcune esperienze impreviste come la partecipazione alla  Storia del concilio  Vaticano II  diretta da Giuseppe Alberigo e poi soprattutto la chiamata nella Commissione teologica  internazionale presieduta da Ratzinger che gli apre le porte di una carriera apparentemente senza  ostacoli (e da ecclesiastico di razza, Tagle non racconta di essere stato chiamato all’ex sant’Ufficio a discolparsi dall’accusa di aver collaborato con Alberigo, che qualche sitarello conservatore agitava  come fosse una colpa). 
Ma la “rivelazione” è l’intero racconto: quello di un uomo che in un lavoro di studio e con  responsabilità importanti non smette di avere un rapporto immediato e costante con la povera gente. Nella diocesi dove cresce e anche adesso da cardinale arcivescovo, in una semplicità di relazione  che lo porta ad essere non un “volontario” che “si occupa” di povericristi, ma un discepolo che nel  poverocristo incontra il Cristo povero. La profezia della chiesa dei poveri era questa: la “forma” di  santa romana chiesa tutto questo se lo rimangerà. Ma la profezia non cessa, perché l’asse della  storia rimane quella e qualcuno che lo dice o c’è o tornerà. 

IL LIBRO "Luis Antonio Tagle, Ho imparato dagli ultimi. La mia vita, le mie speranze" ( a cura di  Gerolamo e Lorenzo Fazzini, Emi, pagg. 160, euro 15)