martedì 15 novembre 2016

Europa
Ridare un’anima all’Europa. Con l’umanesimo della misericordia
L'Osservatore Romano
A Bologna. «Umanizzare l’Europa. Il sapere teologico, ponte tra le culture» è il titolo della prolusione che il cardinale arcivescovo emerito di Barcellona terrà nel pomeriggio di mercoledì 16, presso l’aula magna del seminario arcivescovile di Bologna, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico della facoltà teologica dell’Emilia-Romagna. Anticipiamo stralci delle conclusioni. 
(Lluís Martínez Sistach) In cosa si sostanzia quel nuovo umanesimo che può ridare un’anima all’Europa? E qual è il ruolo che possono avere istituzioni culturali come le facoltà teologiche, in cui viene custodito e rielaborato il sapere che nasce dalla fede? Per rispondere può essere utile far riferimento a due recenti fatti ecclesiali che, ritengo, siano legati da una stretta relazione: le celebrazioni per i cinquant'anni dal termine del concilio Vaticano II e il giubileo della misericordia che si conclude tra pochi giorni.
Dom Bernabé Dalmau, monaco di Montserrat e “missionario della misericordia” nel corso di questo anno santo, in una sua recente pubblicazione — intitolata in catalano Dietari d’un missioner de la Misericordia — propone questa tesi: con il giubileo, e dunque con il pontificato di Papa Francesco, si è iniziata una nuova fase nell’applicazione del Vaticano II. Infatti, ciò che caratterizza sia il concilio che il giubileo è uno spirito profondamente umano: la solidarietà verso l’uomo e la sua situazione esistenziale concreta.
Già Paolo VI fu autore di interventi molto lucidi sull’umanesimo del concilio, che riassunse nella parabola del “buon samaritano”. Il concilio si avvicinò all’uomo contemporaneo con l’intenzione di curarne le ferite. Non ebbe parole di condanna ma di compassione e solidarietà. E Giovanni XXIII, nella memorabile omelia di inaugurazione del concilio, disse che la Chiesa preferiva la medicina della misericordia e non quella della severità o della condanna.
Così Papa Francesco, nella bolla di indizione dell’anno santo, ha lasciato scritta questa frase piena di conseguenze: «La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo» (Misericordiae vultus, 12). Gli stessi due sinodi dei vescovi sulla famiglia, nel 2014 e nel 2015, a cui ho avuto la fortuna di partecipare così come le esortazioni apostoliche Evangelii gaudium e Amoris laetitia devono essere inseriti, credo, in questa stessa linea interpretativa.
La Chiesa, infatti, non ha e non può avere altro umanesimo che quello di Cristo e del Vangelo, che il Vaticano II contemplò come «l’uomo nuovo» (Gaudium et spes, 22 e 41), concetto teologico che troviamo già in san Paolo.
In Cristo è Dio stesso che trascende l’antica alleanza e si fa vicino. Si fa umano, giacché nella persona di Cristo confluiscono, senza separazione né confusione, la natura umana e quella divina. Lo studio della cristologia e la meditazione del Vangelo e dei misteri della vita di Gesù sono quindi la fonte di quell’umanesimo che la Chiesa è chiamata a offrire al mondo di oggi. Gesù Cristo ci mostra con la sua vita terrena questo umanesimo factis et verbis, con fatti e parole, e per questo si rivolge essenzialmente non solo all’ambito della contemplazione intellettuale ma anche ai comportamenti pratici. E tale prassi assurge a criterio di verifica della matrice cristiana di questo umanesimo.
La “tabella di marcia” della Chiesa nel suo terzo millennio, come disse Giovanni Paolo II, continua quindi a essere il concilio Vaticano II. Forse, in una prima e lunga fase della sua receptio, lo abbiamo letto soprattutto attraverso concetti quale la comunione e come un’esigenza di riforma delle strutture. Questa nuova fase della stessa receptio è invece incentrata di più sull’uomo attuale e sulle sue ferite. Del resto, ricordiamo che proprio Giovanni Paolo II nel 1980 ha pubblicato l’enciclica Dives in misericordia per sottolineare l’importanza di una virtù che era finita nel dimenticatoio. Questa rivalutazione, negli ultimi anni, è stata così grande che Benedetto XVI, con la Caritas in veritate (2009), pubblica un’enciclica sociale non partendo dalla virtù della giustizia ma dall’amore. E Papa Francesco ha spiegato che nei giorni del conclave in cui fu eletto aveva in mano il libro regalatogli dal cardinale Walter Kasper, pubblicato nel mio paese con il titolo La misericordia, clave del Evangelio y de la vida cristiana.
Nella conclusione del suo libro Bernabé Dalmau si chiede: cosa resterà di quest’anno santo? E risponde dicendo: «Ho scritto che con Papa Francesco e tutto ciò che suppone l’anno della misericordia inizia una seconda e nuova tappa nella ricezione del concilio nei nostri tempi. Forse sarebbe più giusto dire che inizia un impulso promotore riformista a partire dalla virtù centrale della misericordia. Questo potrebbe plasmare una nuova configurazione del posto della Chiesa nel mondo, del modo di situarvisi e della maniera di vivere essa stessa la perpetua missione evangelizzatrice». 
Potremo inoltre auspicare che non si riduca a una nuova “moda verbale” e diventi un nuovo umanesimo che, anche con l’aiuto della teologia, sia in grado di scoprire quei «semi del Verbo» che come ben espresso dal filosofo e martire san Giustino nel secondo secolo, sono già presenti in tutte le culture. Una delle missioni della teologia attuale è infatti quella di identificare e illuminare i «segni del nostro tempo» con lo spirito della misericordia.
L'Osservatore Romano, 15-16 novembre 2016