lunedì 14 novembre 2016

Emirati Arabi Uniti
La tragedia dei migranti nepalesi. Nient’altro che schiavi
L'Osservatore Romano
(Cristian Martini Grimaldi) Se ci fosse una classifica delle città più trendy al mondo Dubai rientrerebbe a buon diritto tra le prime cinque della lista. Il suo aeroporto è già l’hub con il maggior numero di voli internazionali giornalieri, 2000 al giorno, 75 milioni di passeggeri passano qui ogni anno. La maggior parte del personale impiegato nei cantieri dell’aeroporto la cui costruzione, come la Sagrada Familia a Barcellona, sembra non terminare mai — anche in previsione dell’Esposizione universale che si terrà qui nel 2020 — sono stranieri.
La cosa non dovrebbe sorprendere nessuno, visto che viviamo in un mondo che si dice globalizzato a partire da qualche decennio, ma che tale era nei fatti già all’inizio del secolo scorso: chi non ricorda la famosa foto «Pranzo sul grattacielo» scattata a Manhattan nel 1932 che vede 11 uomini pranzare seduti su una trave d’acciaio a centinaia di metri di altezza. Lavoratori per lo più provenienti dall’allora poverissima Irlanda. Se oggi scattassimo la stessa foto in uno dei tanti cantieri dell’aeroporto di Dubai troveremmo ugualmente lavoratori stranieri: indiani, nepalesi in primis. Tutti lavoratori con contratti a tempo determinato. Chi li aveva preceduti negli anni passati nella costruzione del nuovo terminal era più volte sceso in sciopero per via della pessime condizioni di lavoro: gli straordinari non pagati, il lavoro senza pause sotto un caldo micidiale, la mancanza di sistemi di sicurezza adeguati. L’ultimo sciopero di massa risale al 2007 e ha visto 4000 scioperanti arrestati. La maggior parte fu rilasciata dopo qualche giorno, eccetto gli stranieri: loro, indiani e nepalesi soprattutto, furono immediatamente deportati. Dopo quell’esperienza, all’aeroporto di Dubai nessuno pensa più di ribellarsi. Hanno imparato la lezione: meglio pochi maledetti e subito che il rischio di tornare a casa a mani vuote.
Ci sono duemila nepalesi che ogni giorno lasciano il loro paese in cerca di lavoro. Da dieci anni a questa parte circa 2,5 milioni hanno varcato il confine nazionale per trovare un’occupazione. Stiamo parlando di un decimo della popolazione. Se la maggior parte di questi sono diretti in India, che è certamente il paese a loro culturalmente e geograficamente più congeniale, molti decidono di partire per gli Emirati Arabi. In cambio, moltissime famiglie del Nepal ricevono rimesse dai loro familiari all’estero, una fetta di denaro che rappresenta quasi il trenta per cento del prodotto interno lordo del paese.
Quei soldi sembrano un’ottima contropartita a prima vista, ma tutto ciò ha un costo elevatissimo sia per i lavoratori stessi che per la società nepalese.
Mentre il Nepal ha registrato infatti una crescita fenomenale di migranti all’estero negli ultimi dieci anni, gli sforzi per proteggere i diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie non hanno visto una simile drastica progressione. Ogni giorno ormai, in media, i corpi senza vita di due o tre lavoratori migranti tornano a Kathmandu dagli stati del Golfo e dalla Malesia.
Spesso le mogli analfabete non riescono neppure a leggere il certificato che accompagna il ritorno della salma a casa. Serve qualcuno per spiegare quello che viene scritto su quei documenti di morte, e molto spesso si tratta di mariti giovanissimi la cui causa di decesso rimane sconosciuta, così come il nome dei datori di lavoro. Il che significa che non potrà mai esserci una causa legale contro colui che, come spesso accade per il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza sul lavoro, è il responsabile di quei corpi senza vita.
Ma non sono solo i nepalesi maschi a emigrare.
Cosiddette “agenzie di consulenza” si fanno pagare delle altissime tariffe per i loro servizi e quasi mai mantengono quello che promettono.   Uno degli inganni più frequenti è l’inadempimento dei contratti: moltissime sono le donne che vengono ingaggiate per un lavoro specifico e poi una volta giunte sul posto di lavoro viene loro data tutt’altra mansione da svolgere, ovviamente molto meno attraente di quella promessa.   Sono tantissimi i casi di donne che vengono così ingannate con l’esca di lavori ben remunerati in grosse catene alberghiere, ma  finiscono poi per diventare migranti prive di documenti in balia dei loro datori di lavoro.
Nei primi mesi del 2015, il quotidiano «Times of India» ha riferito che le ragazze nepalesi vittime di traffico verso gli Emirati Arabi Uniti erano migliaia.
La migrazione di cui sono vittime i nepalesi oggi è per molti versi solo una forma moderna di schiavitù. Le cause di questo salasso di esseri umani da una delle zone più povere del mondo verso una delle più ricche è dovuto a una serie di ragioni: se è vero che i migranti, inesperti e spesso analfabeti, non prendono tutte le dovute precauzioni prima di accingersi a firmare dei contratti capestro, i maggiori responsabili sono forse proprio quelle agenzie nepalesi senza scrupoli che carpiscono la fiducia con false promesse di importanti e veloci guadagni.
In Nepal gli effetti di questa migrazione di massa sono evidenti. Le famiglie sono divise.  Frequenti sono i casi dove il coniuge che resta a casa preferisce scappare con un altro partner lasciando dietro di sé bambini e familiari. Ma sono molti anche i casi dei lavoratori migranti all’estero che scelgono di non tornare più e, quand’anche lo fanno, spesso portano con sé, non di rado a loro insaputa, malattie contagiose come l’HIV.
Un’ulteriore conseguenza sul paese di questa migrazione “allo sbaraglio” è che le zone rurali del Nepal si stanno pian piano trasformando in terre desolate abitate da anziani soli, con figli e nipoti lontani, dunque non più in grado fisicamente di applicarsi alla coltivazione di quei terreni agricoli che si tramandavano da generazioni.  E questo tipo di scenario è purtroppo in aumento.
L'Osservatore Romano, 14-15 novembre 2016