lunedì 28 novembre 2016

Cuba
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Luis Badilla - ©copyright) Raúl Castro ha compiuto lo scorso 3 giugno 85 anni e nel 2018, secondo quanto lui stesso ha detto nel corso del raduno del massimo organo del Partito Comunista di Cuba (VII Congresso nazionale - L'Avana, 16-19 aprile 2016) non presenterà la sua candidatura per guidare il Paese per un terzo mandato. Questo sarà il momento chiave nella storia odierna di Cuba e non la scomparsa di Fidel Castro e neanche l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Anche se può apparire curioso, questi due eventi citati, sono del tutto ininfluenti.
Si conosce poco, si minimizza o si legge male, la potente direzione del Partito Comunista di Cuba nella guida dello stato e del Paese e quindi s’immagina scenari senza radici nella realtà. Si ignora o rimuove un fatto fondamentale, corposo e indiscusso: il Partito Comunista a Cuba ha una presa ferrea sulla popolazione, una presa capillare, quotidiana e profonda e a questa si deve aggiungere quella di grande parte dei cittadini che non sono comunisti ma sono castristi. Piaccia o non piaccia è questa la vera realtà cubana e nessuna analisi che prescinda da questa realtà si avvicina alla verità.
I cambiamenti a Cuba, qualsiasi sia la loro natura e indirizzo, arriveranno, e sempre gradualmente, dal momento in cui l’Isola non avrà Raúl Castro come guida; in un momento che si potrebbe chiamare “Cuba senza i fratelli Castro”; leader che hanno pensato, disegnato e guidato la transizione tumultuosa che vive il Paese e che finirà la sua prima grande prima tappa nell’istante in cui la guida sarà consegnata alle nuove generazioni del Partito, fra due anni. E anche in questo passaggio l'esistenza o non dell'embargo USA sarà una condizione desisiva per delineare il futuro del Paese.
Chi si attende cambiamenti a Cuba dal 4 dicembre in poi, giorno dei funerali di Fidel, sbaglia di grosso. A Cuba il governo del Presidente Raúl Castro fino al 2018 continuerà ad applicare il programma deciso nel Congresso e dunque nulla fermerà o stravolgerà il processo, graduale e lento, per introdurre nel sistema cambiamenti, correzioni e aggiustamenti.
Se Donald Trump attua veramente le sue minacce, come per esempio rivedere e cancellare gli Accordi per la normalizzazione dei rapporti bilaterali in atto dal 17 dicembre 2014, a Cuba non cambierà nulla.
Trump dovrebbe, insieme con la maggioranza congressuale repubblicana, bloccare a tempo indeterminato qualsiasi tentativo di derogare l'embargo, e troverà opposizione anche fra le sue file, e poi dovrebbe rompere ancora una volta i rapporti diplomatici con La Habana, espellere l'ambasciatore cubano a Washington, José Ramón Cabañas. Cuba, da parte sua, farebbe chiudere la Rappresentanza statunitense invitando l'ambasciatore Jeffrey DeLaurentis a lasciare l'isola. Nel confuso e contradditorio “pensiero Trump” le annunciate ostilità anti-cubane devono necessariamente attraversare questi passaggi.
Ma Trump potrebbe fare una tale scelta? Certo, la possibilità di una tale follia esiste (con lui tutte le possibilità esistono, anche quelle inimmaginabili e raccapriccianti), ma le probabilità sono piuttosto basse. E' possibile che Trump trovi una scappatoia nel "dire e non fare", metodologia alla quale ci sta abituando. A Trump, e ai suoi consiglieri più equilibrati e seri, i poteri paralleli alla Casa Bianca (che in Stati Uniti contano e come! …), con ogni probabilità lo avvertiranno che Cuba ha resistito alle politiche ostili, a volte complottistiche, di 11 Presidenti statunitensi. E sicuramente aggiungeranno una considerazione non secondaria: una simile decisione non solo riporta indietro le lancette dell'orologio della storia di oltre mezzo secolo nel rapporto con La Habana, ma anche con l'intera America Latina.
Gli Stati Uniti di oggi non sono più quelli che erano ai tempi della presidenza di Dwight D. Eisenhower.
Trump con Cuba si gioca l'intero suo rapporto con 32 Nazioni dell'America Latina e dei Caraibi, dal Messico al Cile. 
Cosa può fare o farà la Chiesa cattolica cubana? 
Nulla di particolare o di nuovo. I vescovi, i cattolici, in particolare il laicato, seguiranno con tenacia e pazienza la linea tracciata dai Papi e mai cambiata dal 1996 ad oggi. E questa "linea" ha un punto di partenza poco conosciuto ma pietra miliare di queste relazioni: la richiesta cubana, accettata e soddisfatta pienamente e pubblicamente, di una chiara e precisa condanna dell'embargo statunitense contro l'Isola da parte della Santa Sede, alla quale seguirono condanne più decise dei vescovi cubani, statunitensi e latinoamericani. Questo è stato, anni fa, il punto di svolta che portò i già buoni rapporti bilaterali ad un livello molto alto, consentendo prima la visita di Fidel Castro in Vaticano (1996) e poi quella di s. Giovanni Paolo II a Cuba (1998).
Questa condanna resta al centro di questi rapporti e ha permesso il richiesto, discreto ma efficace intervento di Francesco e della diplomazia vaticana nella fase finale dei negoziati tra Washington e La Habana - iniziata ad Haiti nel 2010 - per normalizzare le relazioni diplomatiche annunciate quasi due anni fa.
E' più che plausibile dunque che l'Episcopato non abbia nessun progetto o intenzione di forzare la dinamica del percorso di cambiamenti che guida il Partito; anzi, asseconderà con sincerità e partecipazione ogni passo che ritenga andare nella direzione giusta e necessaria. Tra l'altro, ora, di questo processo fa parte l'importante negoziato in corso fra i vescovi e il governo per dare a questa Chiesa uno statuto giuridico; negoziato che dovrebbe risolvere fondamentali richieste dell'Episcopato e ritenute essenziali per svolgere la sua missione evangelizzatrice.
Il mondo, i media, l'Occidente, hanno fretta, e molta, ma non i cubani. Loro, nell'esercizio della loro sovranità, della quale sono gelosi, così come la Chiesa cattolica stessa, hanno deciso un percorso, obiettivi, modalità e tempi e nulla cambierà una virgola di questo progetto.
Il 15 settembre 2015, l’Editoriale del Granma, organo ufficiale del Partito Comunista e del Governo ha accolto Papa Francesco con queste parole:
"Dal momento del suo arrivo a La Habana, si legge nell'editoriale, riceverà un cordiale benvenuto da parte del governo e del popolo cubano. Potrà apprezzare il rispetto, l'affetto e l'ospitalità che tutti vogliamo offrirgli durante il suo soggiorno in Patria. Potrà costatare il nostro patriottismo così come l'intenso e fruttifero sforzo della Nazione per nobilitare l'essere umano, in favore della giustizia e della cultura" e ciò perché convinti "che un mondo migliore non solo è possibile, bensì indispensabile". (...) "Ascolteremo la parola di Sua Santità con rispetto e attenzione mostrando che siamo un popolo educato e nobile, che siamo un buon anfitrione" e presenteremo al Pontefice "la nostra storia, le nostra cultura e le nostre tradizioni".
L'editoriale ricordava inoltre, ed è un passaggio rilevante, che il popolo di Cuba attualmente "è immerso in un processo di aggiornamento del suo modello socioeconomico, sempre impegnato nella difesa della sovranità nazionale" per "preservare le sue conquiste sociali e raggiungere un superiore benessere per tutti, senza esclusioni". Infine, la nota concludeva: a Santiago di Cuba ci congederemo da Papa Francesco "dopo aver offerto alla sua persona precise dimostrazioni della nostra unità, della nostra solidarietà e del nostro impegno con l'umanità".
Sono parole da tenere presenti anche oggi.