martedì 8 novembre 2016

Argentina
A colloquio con Marcelo Figueroa. La sfida ecumenica latinoamericana
L'Osservatore Romano
(Lucetta Scaraffia) Riflettendo sull’incontro di Lund, ho avuto l’impressione che solo un Papa che viene da un mondo lontano dall’Europa — un mondo che non ha memoria dei secolari conflitti fra cattolici e protestanti e che quindi ha un rapporto diverso con le varie denominazioni protestanti — poteva compiere quell’atto coraggioso e profetico che è stato unirsi alla Chiesa luterana per commemorare l’anniversario della Riforma. «Concordo con questa interpretazione dell’incontro, perché il protestantesimo sudamericano, evangelico e luterano, è molto diverso sia da quello europeo che da quello nordamericano, anche se ovviamente ne sente l’influenza. Molto vivace, pone altri problemi, ma offre occasioni anche di collaborazione, alla Chiesa cattolica». A parlare è Marcelo Figueroa, biblista presbiteriano argentino molto vicino a Papa Francesco, che ha partecipato al viaggio del Pontefice in Svezia.
Molto diverso — direi — dal protestantesimo europeo, che sembra andare verso un assorbimento da parte della secolarizzazione in modo ancora più veloce della Chiesa cattolica. Ma proprio questo processo in corso rende meno conflittuali alcune delle questioni teologiche oggetto di contrasto per secoli: come il problema della salvezza, che oggi sembra poco sentito in una società come la nostra, dove si vuole dimenticare la morte, e tutto ciò che ha a che fare con essa, quindi anche l’aldilà.
Per il protestantesimo sudamericano il Vangelo deve servire a risolvere problemi attuali e urgenti della vita quotidiana. Quei gruppi, come i carismatici, che hanno fondato il loro messaggio sulla salvezza eterna si sono quindi scontrati con richieste diverse che venivano dal popolo. Anche da noi la secolarizzazione ha portato a guardare alla morte con un certo relativismo: se la morte c’è, è un problema di Dio, non nostro. Oggi si pensa alla morte non come a sbocco del percorso umano, ma come paura di vivere. Una visione meno profonda, che può portare in alcuni casi a legalizzare l’eutanasia, vista come soluzione possibile per una vita che si presenta come interminabile anche se ha perso molto in qualità. Su questo problema la maggioranza dei protestanti è contraria, ma un settore molto influenzato dal pensiero europeo, pur non usando la parola eutanasia, pensa che la morte porti immediatamente alla salvezza, quindi non accetta nessun tipo di prolungamento artificiale della vita.
Un altro argomento controverso è stato il libero accesso ai testi sacri, divisione che oggi non sussiste più. Anche nel mondo cattolico infatti i fedeli sono abituati a leggere i testi direttamente, nelle traduzioni che preferiscono e spesso a discuterli in gruppi di laici, anche molto vivacemente.
Su questo tema c’è una grande differenza tra i vari gruppi. La lettura protestante classica tiene conto dei padri della Chiesa e della sapienza accumulata da secoli di esegesi, ma soprattutto del contesto: quello in cui sono stati scritti e quello in cui li leggiamo ora. È un antidoto al fondamentalismo, che in sostanza consiste in una lettura senza contesto. Ma nel mondo latinoamericano si sono costituiti dei gruppi che danno alla Parola un valore letterale, soprattutto quando viene proclamata dal pastore. Come se il pastore potesse eliminare ogni mediazione e portare direttamente la parola di Dio. È una tendenza diffusa nell’America del nord, ma anche da noi. E questa è una lettura fondamentalista. All’interno della Riforma è in corso un processo di rilettura della Bibbia, che mette in discussione un passato in cui usavamo più che altro la lente di Paolo, mentre oggi cerchiamo di interpretarla attraverso lo sguardo di Gesù.
Cosa intende quando parla di importanza del contesto?
Per spiegarmi meglio farò l’esempio di un’esperienza che ha influito molto sulla nostra esegesi, e cioè la traduzione delle sacre Scritture nelle lingue indigene, alla quale ho collaborato. È stato un lavoro che ci ha fatto scoprire una interazione più ampia e più profonda fra l’essere umano e la natura, presente nelle culture indigene. E ci ha spinti a rinnovare concetti come giustizia e pace. Abbiamo così scoperto una differenza che ci arricchisce, e che ci ha fatto ripensare la nostra tradizione. Particolare importanza ha avuto per noi la traduzione del termine comunità, della quale abbiamo riscoperto la forza e la ricchezza che ci ha portati a una comprensione più profonda dei testi, soprattutto degli Atti degli apostoli. E anche a una revisione della più tradizionale interpretazione protestante, che aveva sviluppato soprattutto l’aspetto spirituale individuale. Ora invece abbiamo riscoperto la ricchezza della comunità, che la Chiesa cattolica ha maggiormente valorizzato.
Francesco sembra avere tratto ispirazione da queste vostre esperienze quando, primo fra tutti i Papi, ha scritto un’enciclica dedicata al rapporto con la natura.
Questo interesse per la natura gli viene dal suo essere gesuita, cioè dal rapporto intenso che la Compagnia ha sempre avuto con le missioni e dalla grande attenzione per la cultura indigena, per la concezione della natura che li caratterizza. L’attenzione all’ecologia quindi è diventata oggi un atteggiamento condiviso da protestanti e cattolici.
Rimane invece aperto un fronte di conflitto che è quello dei sacramenti.
I protestanti sono divisi in due settori: coloro che non accettano il battesimo cattolico perché ricevuto in età troppo precoce e quindi privo di vera intenzione. Pertanto, a chi si converte, chiedono un secondo battesimo. Ma la maggioranza delle Chiese protestanti riformate (non di quelle evangeliche e pentecostali) non ha problemi, e accetta il battesimo cattolico. Questo è un punto molto importante, perché significa riconoscerci tutti cristiani. Molto più complessa è la situazione dell’eucaristia. Per noi rappresenta il mistero, ma non arriva alla transustanziazione. Non potersi comunicare insieme costituisce una vera tragedia. Secondo me è una ferita aperta nel cuore di Gesù. Nella mia Chiesa presbiteriana il pane e il vino vengono offerti a tutti, senza distinzione. Per risolvere questa questione è necessario molto lavoro teologico, penso che dobbiamo tornare a capire bene cosa sia stata l’eucaristia per la Chiesa primitiva, e ripartire da lì per chiarire le differenze. Ci troviamo però sempre d’accordo su un punto, che è un punto fondamentale: ecclesia sempre reformanda.
Un altro problema di difficile soluzione è quello del clero, del sacramento dell’ordine, cioè della consacrazione sacerdotale, dal quale discende anche il nodo della gerarchia ecclesiastica e del papato.
Al sacerdozio noi rispondiamo accentuando l’importanza della persona rispetto a quella del ruolo, e richiamandoci al sacerdozio universale di tutti i cristiani. Certo, questo costituisce comunque un problema di difficile soluzione: secondo me, quindi, possiamo convivere accanto, collaborare, ma non unificarci. La presenza di un Papa come Francesco ha aperto molte prospettive nuove. Alcuni protestanti hanno mostrato un’apertura generosa nei confronti del suo modo di vivere la pastorale, del suo modo di concepire lo spirito di Cristo. Si riconoscono nelle sue parole: così è possibile camminare insieme. Anche Benedetto XVI aveva aperto ai protestanti, ma Francesco oggi propone proprio un modo di camminare insieme, una pratica attiva piena di allegrezza. L’ecumenismo vuol dire ammettere che tutti ci riconosciamo in Cristo, ma poi bisogna trovare la maniera per trasformare questa evidenza astratta in un tema attuale, urgente. Oggi la vediamo concretizzarsi nell’ecumenismo del sangue, nell’ecumenismo della misericordia. Su questi temi si può e si deve camminare insieme.
Un altro problema sembra dividere cattolici e protestanti, ed è il ruolo delle donne. Penso che qui la situazione è più complessa da quanto appare a prima vista. A Lund un clero tutto maschile, quello cattolico, è stato accolto da una donna vescovo. Sembra che la Chiesa cattolica ignori le donne, mentre i protestanti assegnano loro un posto paritario. Ma, se guardiamo alla storia, vediamo che la questione non è così semplice: nella tradizione protestante, a parte i momenti iniziali, le donne sono state escluse dalla sfera religiosa, mentre la Chiesa cattolica, con la presenza degli ordini femminili e delle sante, ha offerto loro la possibilità di contribuire alla costruzione della tradizione comune. Ai protestanti, infatti, mancano donne come Teresa d’Ávila o Edith Stein, ma manca anche quel gran numero di missionarie che, nel mondo, assistono le donne sfortunate e sottoposte a violenza, offrendo loro una via di riscatto.
È vero, da noi ci sono pastori e vescovi, ma mancano le missionarie. È quasi un paradosso: proprio i protestanti, che danno testimonianza di parità, poi sono molto meno organizzati per quanto riguarda la presenza femminile nel territorio. Non sempre le cariche più elevate potenziano la presenza e il contributo femminili, o comunque non sono sufficienti. Anche in America latina mancano queste strutture femminili religiose che aiutano le donne. Se guardiamo la questione della donna da questo punto di vista, vediamo che la nomina di donne a pastore o sacerdote non ci allontana solamente, ma ci fa riflettere in un confronto costruttivo.
Vorrei che ci spiegasse meglio il protestantesimo sudamericano.
L’America latina rimane un continente cattolico, la percentuale dei protestanti varia da paese a paese: in Argentina sono il dieci per cento, in Colombia il trenta, in Cile il venti, in Costarica e in Guatemala il quaranta. Ma si tratta di una percentuale molto più significativa di quella europea: per esempio, la Svezia risulta un paese a prevalenza protestante, ma poi i fedeli veri sono pochi. Invece da noi sono fedeli molto attivi, e quindi la loro presenza si nota di più. Anche per questo il peso del protestantesimo sudamericano su quello mondiale è molto alto. In un paese come il Brasile, poi, i movimenti carismatici ed evangelici sono impegnati in politica attiva, siedono in parlamento e hanno comprato grandi agenzie che controllano la diffusione delle notizie. Per loro la politica è una missione divina, si sentono ispirati da Dio più che da un programma concreto, per loro la Bibbia è al di sopra della legge, e propugnano un’idea teocratica della politica, che muove molto denaro e gode di una grande influenza. In questo modo, però, rompono con la tradizionale linea politica tenuta dai protestanti, che è sempre stata quella della difesa dello stato laico e del sistema democratico. In passato, si criticava la Chiesa cattolica perché era riconosciuta come religione di stato — una condizione che in paesi come l’Argentina aveva creato dei problemi per le scuole e per i cimiteri protestanti — mentre adesso molti protestanti propugnano uno stato teocratico. Una parte dei movimenti carismatici sono diffusi nelle classi popolari, ma sostengono che il Vangelo deve indicare una via materiale per uscire dalla povertà: a differenza dei cattolici, la povertà da loro non è per nulla accettata. Rispetto ai temi bioetici, il protestantesimo dell’America latina non si differenzia in modo significativo dalle posizioni della Chiesa. Diverso è il problema dei matrimoni omosessuali, perché per i protestanti il matrimonio non è un sacramento, e quindi si tratta solo di una questione politica. Nei confronti degli omosessuali la differenza fra i vari settori è notevole: ci sono quelli che li accettano, e quelli che al contrario arrivano addirittura a escluderli da ogni sacramento. Ma questi atteggiamenti e queste situazioni finiscono per rendere più conflittuale il loro rapporto con il protestantesimo europeo.
L’ultima domanda riguarda il problema del proselitismo, più volte deplorato da Papa Francesco con le parole di Benedetto XVI.
La tentazione di “rubare le pecore altrui” per i protestanti può essere molto forte, e vediamo che gli evangelici di settori più conservatori — che sono la maggioranza per numero e per capacità di comunicazione e che per gran parte subiscono l’influenza di gruppi nordamericani — sono in forte competizione con i cattolici. Invece penso che dovremmo andare insieme a diffondere il Vangelo, e poi lasciare che ciascuno scelga. Perché le persone hanno bisogno di Cristo, non di una appartenenza. Questo sarebbe vero ecumenismo, ma siamo ancora lontani da una simile collaborazione. Ma qui sta proprio la sfida ecumenica più importante in America del sud, ancora più importante che risolvere il problema dell’eucaristia: portare alla gente il Cristo vivo di cui ha estremo e urgente bisogno.
L'Osservatore Romano, 8-9 novembre 2016