lunedì 12 settembre 2016

Vaticano
L'Osservatore Romano
È la carità pastorale che spinge a «uscire per incontrare i lontani e, una volta incontrati, a iniziare un cammino di accoglienza, accompagnamento, discernimento e integrazione nella comunità ecclesiale». Ruota intorno a questa premessa la lettera che Papa Francesco ha inviato ai vescovi della regione pastorale Buenos Aires — indirizzandola al loro delegato, monsignor Sergío Alfredo Fenoy — in risposta al documento «Criterios básicos para la aplicación del capítulo VIII de Amoris laetitia» (“Criteri fondamentali per l’applicazione del capitolo VIII di Amoris laetitia”).
Esprimendo il suo apprezzamento per il testo elaborato dai presuli, il Pontefice ha sottolineato come esso manifesti nella sua pienezza il senso del capitolo VIII dell’esortazione apostolica — quello che tratta di «accompagnare, discernere e integrare la fragilità» — chiarendo che «non ci sono altre interpretazioni». Il documento dei vescovi, ha assicurato il Papa, «farà molto bene», soprattutto per quella «carità pastorale» che lo attraversa interamente.
Il testo elaborato dai pastori della Chiesa argentina è «un vero esempio di accompagnamento ai sacerdoti», ha spiegato il Pontefice, rimarcando quanto sia necessaria la vicinanza «del vescovo al suo clero e del clero al vescovo». Infatti, ha scritto, il «prossimo “più prossimo” del vescovo è il sacerdote e il comandamento di amare il prossimo come se stesso comincia per noi vescovi precisamente con i nostri preti». Naturalmente, la carità pastorale intesa come tensione continua alla ricerca dei lontani è faticosa. Si tratta di una pastorale «corpo a corpo» che non può ridursi a «mediazioni programmatiche, organizzative o legali, sebbene necessarie». Delle quattro «attitudini pastorali» indicate — «accogliere, accompagnare, discernere e integrare» — la meno e praticata, secondo Francesco, è il discernimento.
«Considero urgente — ha affermato — la formazione nel discernimento, personale e comunitario, nei nostri seminari e presbiteri». Infine, il Pontefice ha ricordato che l’Amoris laetitia è stata il «frutto del lavoro e della preghiera di tutta la Chiesa, con la mediazione di due Sinodi e del Papa». Pertanto, ha raccomandato una catechesi completa sull’esortazione, che «certamente aiuterà la crescita, il consolidamento e la santità della famiglia».
Il documento dei vescovi argentini, focalizzandosi appunto sull’VIII capitolo dell’esortazione apostolica, ricorda che non «conviene parlare di “permesso” per accedere ai sacramenti, ma di un processo di discernimento accompagnato da un pastore». Questo processo deve essere «personale e pastorale». L’accompagnamento è infatti un esercizio della via caritatis, un invito a seguire il cammino di Gesù.
Si tratta di un itinerario, scrivono i vescovi, che richiede la carità pastorale del sacerdote, il quale «accoglie il penitente, lo ascolta attentamente e gli mostra il volto materno della Chiesa, mentre accetta la sua retta intenzione e il suo buon proposito di collocare la vita intera alla luce del Vangelo e di praticare la carità». Questo cammino, avvertono i presuli, non termina necessariamente nei sacramenti, ma può orientarsi in altre forme di maggiore integrazione nella vita della Chiesa: una maggiore presenza nella comunità, la partecipazione a gruppi di preghiera o riflessione, l’impegno in diversi servizi ecclesiali.
«Quando le circostanze concrete di una coppia lo rendano fattibile, specialmente quando entrambi siano cristiani con un cammino di fede — si legge nel documento — si può proporre l’impegno di vivere in continenza». L’Amoris laetitia «non ignora le difficoltà di questa opzione e lascia aperta la possibilità di accedere al sacramento della riconciliazione quando si manchi a questo proposito». In altre circostanze più complesse, e quando non si è potuto «ottenere una dichiarazione di nullità — sottolinea il testo — l’opzione menzionata può non essere di fatto praticabile». È possibile, tuttavia, compiere ugualmente «un cammino di discernimento». E «se si giunge a riconoscere che, in un caso concreto, ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza, particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in una ulteriore mancanza provocando danno ai figli della nuova unione, Amoris laetitia apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della riconciliazione e dell’Eucaristia». Questo, a sua volta, dispone la persona a continuare a maturare e a crescere con la forza della grazia.
Il documento sottolinea come occorra evitare di intendere questa possibilità come un «accesso illimitato ai sacramenti, o come se qualsiasi situazione lo giustificasse». Ciò che si propone è piuttosto un discernimento che «distingua adeguatamente ogni caso». Speciale attenzione richiedono alcune situazioni, come quella di una nuova unione che viene da un recente divorzio, oppure quella di chi è più volte venuto meno agli impegni familiari, o ancora di chi attua «una sorta di apologia o di ostentazione della propria situazione, come se fosse parte dell’ideale cristiano». In questi casi più difficili, i sacerdoti devono accompagnare con pazienza cercando qualche cammino di integrazione. È importante, si legge nel testo, «orientare le persone a mettersi con la propria coscienza davanti a Dio, e perciò è utile l’esame di coscienza» che propone l’esortazione apostolica, specialmente in ciò che fa riferimento al comportamento verso i figli o verso il coniuge abbandonato. In ogni caso, quando ci sono «ingiustizie non risolte, l’accesso ai sacramenti è particolarmente scandaloso».
Per questo il documento afferma che «può essere conveniente che un eventuale accesso ai sacramenti si realizzi in maniera riservata, soprattutto quando si prevedono situazioni di conflitto». Allo stesso tempo, però, non si deve tralasciare di accompagnare la comunità perché «cresca in uno spirito di comprensione e di accoglienza, senza che ciò implichi creare confusioni nell’insegnamento della Chiesa riguardo al matrimonio indissolubile». A questo proposito i presuli ricordano che «la comunità è strumento della misericordia che è “immeritata, incondizionata e gratuita”». Soprattutto, ribadiscono che il discernimento «non si chiude, perché è dinamico e deve rimanere sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in maniera più piena».
L'Osservatore Romano, 12-13 settembre 2016.