mercoledì 28 settembre 2016

L'Osservatore Romano
Henri de Lubac
(Jacques Servais) Fin dall’inizio del suo generalato, Pedro Arrupe diede alla Compagnia di Gesù un impulso determinante. Egli resta presente nella memoria e nel cuore di molti. Lo stesso Papa Francesco, in occasione della sua prima messa nella Chiesa del Gesù, alla fine della celebrazione volle raccogliersi in silenzio sulla sua tomba. Alla morte del suo predecessore, Jean-Baptiste Janssens, nel 1965, la cristianità si identificava ancora fortemente con l’ordine occidentale. Quanto alla Compagnia, in larga misura essa continuava a vivere di punti di riferimento che, dal 1923, le avevano dato la sua coerenza e la sua forza.
Padre Arrupe fu scelto come una personalità capace di adattare il modo di vivere tradizionale all’ordine multipolare dei nuovi tempi, quelli di cui, secondo il Discorso sulle quattro libertà (1941) di Roosevelt, gli uomini avrebbero dovuto poter godere dappertutto nel mondo. Il nuovo eletto godeva in effetti di un’ampia conoscenza, non solo del mondo europeo, ma anche dell’America del Nord e del Sud, e soprattutto dell’Asia.
Pastore ardente, Pedro Arrupe descrisse subito ciò che, a suo avviso, doveva ormai presiedere alle scelte del ministero. Lo spiegò nei seguenti termini nel corso di un’intervista data alla televisione francese: «Se vogliamo lavorare a ciò che è più universale e più urgente, dobbiamo profondamente preoccuparci delle strutture [sociali] in corso di trasformazione». Con ciò si riferiva espressamente all’intuizione centrale del suo confratello Henri de Lubac in Catholicisme: «Il cattolicesimo è essenzialmente sociale. Sociale nel senso più profondo del termine. Non solamente nelle sue applicazioni nei campi delle istituzioni naturali, ma prima di tutto in se stesso, nel suo centro più misterioso, nell’essenza della sua dogmatica». Segnato dall’esperienza di Hiroshima, era prima di tutto preoccupato di venir in aiuto alle popolazioni che soffrivano a causa della povertà e dell’ingiustizia. Per lui la dimensione sociale del cattolicesimo significava la missione che, sotto la sua egida, la trentaduesima congregazione generale definirà come «servizio della fede, di cui la promozione della giustizia costituisce un’esigenza assoluta». Il gesuita, commentava volentieri, è qualcuno che è «totalmente impegnato sotto lo stendardo della Croce nella lotta decisiva del nostro tempo per la fede, e per la giustizia che la fede stessa esige».
Per concepire e realizzare un tale programma, bisognava che egli fosse allo stesso tempo un apostolo e un uomo di preghiera. Nel mio governo — dichiarerà a un confratello poco tempo dopo l’ictus che lo costrinse a dare le dimissioni — fin dall’inizio «ho soprattutto seguito lo Spirito». «Tutti i punti sui quali mi sono, in seguito, appoggiato non venivano da me, ma dallo Spirito che ha animato, durante e dopo il concilio Vaticano II, la vita della Chiesa». Forte delle indicazioni di quest’ultimo concernenti il rinnovamento della vita religiosa, voleva contribuire a «reincarnare il carisma» della Compagnia, «ritrovando sant’Ignazio come fondatore, non come superiore generale». «Se fossimo fedeli a ciò che lo Spirito santo insegna alla Compagnia sui differenti aspetti del carisma ignaziano — spiegò — potremmo essere oggi più ignaziani che al tempo di Ignazio stesso».
Se si sforzò di far uscire l’Ordine dall’impasse in cui l’aveva condotto un certo integrismo pre-conciliare, padre Arrupe non condivideva tuttavia le interpretazioni eccessive dei teologi para- e postconciliari. Era lontano da incoraggiare quelli che, per eccesso di zelo verso gli svantaggiati, oscillavano negli eccessi di una sorta di riduzione antropologica dei principi cristologici fondamentali. Nei suoi interventi, del resto allora molto discussi, al concilio non esiterà a stigmatizzare questa specie di ateismo cristiano tendente a infiltrarsi nei suoi ranghi. L’ateismo, diceva apertamente, la sua mentalità, la sua cultura, «non solo combatte dall’esterno contro la città di Dio, ma anche si diffonde nei recinti della città di Dio, e penetra nell’anima degli stessi credenti (persino religiosi e sacerdoti) e produce con il suo veleno, surrettiziamente, come suo frutto all’interno della Chiesa, il naturalismo, la diffidenza, la ribellione». Noi siamo — avvertiva ancora — davanti a «una profonda crisi della fede e a un profondo pericolo per la fede». Spirituale, persino mistico, si rendeva conto delle pericolose turbolenze che agitavano la Compagnia, specialmente nella persona di certi gesuiti che si esponevano imprudentemente al vuoto di senso caratteristico dei nostri contemporanei e rischiavano di essere loro stessi colpiti dalla mentalità corrente.
I suoi interventi conciliari, il primo in particolare, provocarono una serie di controversie all’interno della Compagnia di Gesù, dove lo si rimproverava per il suo “papalismo”. Non mancava però il supporto tra i suoi. Sapeva di poter contare anche e soprattutto sull’appoggio degli esperti gesuiti del concilio, in particolare di padre de Lubac che ricevette in udienza l’8 ottobre 1965. Questi, in seguito, annoterà nei suoi Quaderni: «Il padre generale è accogliente, modesto, al tempo stesso vivace e dolce; possiede un grande ardore apostolico»; poi aggiunge: «Sembra comprendere la gravità della crisi spirituale che stiamo attraversando». Incoraggiato dall’accoglienza che aveva trovato in lui, de Lubac gli farà pervenire, qualche tempo dopo, una copia della sua «risposta del tutto privata» al progetto di dichiarazione da parte del comitato di «Concilium» sulla libertà del teologo. «La ringrazio molto», gli scrisse subito dopo padre Arrupe. «Non le nascondo il sollievo e anche la gioia che ho provato davanti all’atteggiamento tanto netto quanto leale da lei assunto a proposito della dichiarazione; ci voleva del coraggio per farlo. Lei ha agito da vero figlio di sant’Ignazio. Sa bene, penso, che altri teologi della Compagnia hanno risposto allo stesso modo». Aveva presente, forse tra gli altri, il padre Jean Daniélou che era stato molto impegnato nella redazione di quello che allora si chiamava lo schema 13. Lo stesso anno, il 1969, de Lubac aveva dato una conferenza all’università dei gesuiti di Saint-Louis (Missouri), negli Stati Uniti. Il testo ampliato era apparso in un opuscolo intitolato L’Église dans la crise actuelle. Si trattava di una specie di manifesto con il quale l’autore reagiva vigorosamente a uno stato d’animo che si insinuava in diversi settori del pensiero, particolarmente all’interno della Compagnia di Gesù. Vi denunciava soprattutto una propensione a rimettere tutto e sempre in questione, per principio e a ogni livello, senza che niente fosse veramente studiato e discusso. Padre Arrupe, che era venuto a conoscenza del testo, gli inviò di nuovo una lettera di incoraggiamento: «Non deve temere di essere sconfessato dalla Compagnia, caro padre de Lubac. Certo, il fermento di idee e di problematiche che oggi sconvolgono la Chiesa comporta anche aspetti positivi ed è normale che alcuni, nella Compagnia come altrove, vedano soprattutto questi aspetti; ma le deviazioni e i pericoli — soprattutto per la fede, ed è per questo che sono estremamente gravi e richiedono una vigilanza attenta — sono, ahimé, troppo reali, ed è un’opera molto opportuna quella che lei ha fatto scrivendo queste pagine. Un’opera anche molto bella: lei ha scritto qui, in particolare sull’amore di Gesù Cristo e sull’amore e la preoccupazione per l’unità della Chiesa, pagine che rimarranno. Avanti, caro padre. La Chiesa si aspetta molto dalla sua scienza teologica».
Lo «stato critico» — sono parole di padre Jean-Yves Calvez, l’assistente generale molto ascoltato da Arrupe — nel quale si trovò la Compagnia negli anni 1971-1973, forniva una conferma della crisi che la scuoteva in ragione della falsa interpretazione che certi suoi membri davano dell’apertura al mondo voluta dal concilio. Nessuno sapeva come arginare il flusso e riflusso delle controversie che agitavano molte province. Soltanto un piccolo numero fra i gesuiti delle nostre parti, sottolineava de Lubac, si rendeva conto, tra l’euforia generale, del pericolo di una nuova forma di scissione tra natura e grazia: aprirsi al mondo «come se Dio non esistesse», sulla base di un’idea (astratta) di “natura umana” che convenga a tutti, relegando la fede — in accordo con i teorici dell’ateismo — nel campo delle “opzioni personali”. E tuttavia la Gaudium et spes, a cui molti si rifacevano, aveva chiaramente messo in guardia contro il “divorzio” tra la fede e le attività terrene. Bisognerà attendere il magistero di Giovanni Paolo II perché la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo venisse intesa nel suo vero significato. E ancora qui, il padre de Lubac giocò un ruolo decisivo. L’autonomia relativa del mondo non può essere rettamente compresa se non all’interno della fede che concepisce l’incorporazione all’essere teandrico come ciò che sola permette all’uomo di realizzare la sua vocazione, che è soprannaturale; è — egli affermava già chiaramente alla fine degli anni trenta — Cristo, verbum caro factum, che rivela l’uomo a se stesso come immagine del Creatore.
Proprio perché ha contemplato Cristo nella sua figura unica, il gesuita — l’uomo di Chiesa (homo ecclesiasticus) — è capace di riconoscerlo e di servirlo nei fratelli e nel povero che è la sua carne, il suo quasi sacramento. Nella sua famosa lettera del 1977 sulla disponibilità apostolica, il padre Arrupe — che del resto confermò in più di una circostanza la sua unione personale con il Papa, «superiore supremo della Compagnia» — esortava a una reale integrazione della vita spirituale e del ministero, sottolineando in particolare «la necessità di realizzare ancora oggi, in maniera concreta, il motto in actione contemplativus, in modo che non sia solamente uno slogan, ma una realtà vissuta». Per lui, lo zelo apostolico unito a una vera pietas era estraneo a ogni dicotomia tra giustizia (nell’ordine della natura) e fede (nell’ordine della carità). La sua vita e in particolare gli ultimi anni che ha passato sul suo letto di sofferenze ne sono la testimonianza: ai veri oranti è concesso lo Spirito santo che dona di cercare e trovare Dio nelle miserie più crude del nostro tempo e di servire i poveri senza mai cessare di fissare lo sguardo su Cristo, cammino verso il Padre di misericordia. Tale è il prezioso testamento che egli ci ha lasciato.
L'Osservatore Romano, 28-29 settembre 2016.