lunedì 29 agosto 2016

(Intervista di Lucia Capuzzi) «Spero di vedere i miei sequestratori seduti nell’Aula del Congresso, pronti a difendere le loro idee non con i fucili ma con le parole. Non è masochismo. Voglio credere che la Colombia sia capace di uscire da decenni di oscurità, gettandosi il passato alle spalle. Che siamo finalmente in grado di scrivere la parola fine a questa interminabile storia di sangue».
Per sei anni e quattro mesi, Ingrid Betancourt è stata l’emblema della violenza fratricida che, per oltre mezzo secolo, ha dilaniato il Paese. E che, dopo l’annuncio dell’accordo di pace definitivo di mercoledì sera, potrebbe finalmente avere termine.Nel volto sofferente della coraggiosa senatrice trasformata in “prigioniera numero uno” delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc), si è riflesso il dolore dei milioni e milioni di vittime di 52 anni di guerra civile. Per questo, sorprende sentire la stessa donna pronunciare tali parole senza il minimo indugio. Da quel 2 luglio 2008, quando fu liberata dal governo nel corso della spettacolare “Operació Jaque” (Operazione scacco), Ingrid ha riflettuto a lungo sul proprio passato da prigioniera. E sul futuro. Suo e della Colombia. «Desidero poter contribuire alla pace. Perché la firma dell’accordo ne è soloil principio», afferma.
In che modo pensa di contribuire? Lascerebbe Oxford e gli studi di Teologia per rientrare in Colombia e riprendere l’attivitàpolitica?
Non lo escludo. Penso, però, di poter essere utile anche in altri modi. In particolare, aiutando la Colombia a riflettere: siamo un Paese passionale, spesso facciamofatica a ragionare…
Perché l’accordo è solo il principio della pace?
La pace nasce da un patto dell’intera società. È un impegno, al contempo, individuale e collettivo. Ed è soprattutto una «sfida spirituale». Non implica solo la capacità di perdonare, un percorso intimo e soggettivo, va oltre. Richiede la riconciliazione, ovvero che si riacquisti fiducia nell’altro. Senza, non vi può essere comunità. Per questo, l’artefice della pace è il popolo. Riuscirà nel delicato compito? È difficile dirlo ora. Una parte non è pronta, è ancora troppo immatura. So, però, che la Colombia è un Paese generoso, capace di sorprendere. Il sostegno internazionale è importante per la riuscita del processo. Come pure le preziose parole di papa Francesco e il contributo dellaChiesa locale.
Alcuni, in particolare le forze politiche legate all’ex presidente Álvaro Uribe, hanno fortemente criticato il patto raggiunto.
Credo, al contrario, che l’accordo di pace siglato in Colombia sia estremamente innovativo e, per questo, sia un esempio per il mondo. L’intesa non è frutto di un’imposizione di una parte, vincitrice, sull’altra, sconfitta. È il risultato di un equilibrio. Faticoso ma importante. Si vede che gli stessi negoziatori, nel corso delle trattative, hanno vissuto quella «sfida spirituale» di cui parlavo prima. Il vero capolavoro èla parte relativa alla giustizia per i responsabili di crimini contro l’umanità.
Uno dei punti che ha suscitato maggiori polemiche...
Il patto va oltre il concetto di giustizia classico, di tipo punitivo, e apre alla giustizia transizionale, che presume la riparazione del danno e la possibilità per il condannato di trasformarsi e cambiare la propria condotta in modo da poter essere reintegrato nella società. L’intero processo sarà, inoltre, monitorato dalla comunità internazionale, a garanzia di trasparenzaed equità.
Alcuni hanno detto che così si concede l’impunità.
Impunità è ciò che c’è ora in Colombia dove, a causa degli alti livelli di corruzione, il 99 per cento dei delitti resta senza colpevole. La “giustizia transizionale” poggia sul pilastro della verità. Quanti, fra i colpevoli di delitti orribili, continueranno a farsi scudo della menzogna e a rifiutare le proprie responsabilità andranno in carcere. Chi, invece, le accetta e se ne fa carico, confessando e chiedendo perdono alle vittime, avrà una pena ridotta. La pace non può che essere magnanima. E giusta, nei confronti di quei soldati entrati nei gruppi armati poiché privi di alternative. Per questi ultimi, la giustizia giuridica deve scontare l’ingiustizia sociale e agiredi conseguenza.
Che cosa intende?
Condivido la scelta di concedere l’amnistia a chi non ha commesso gravi crimini. Ma questa da sola non è sufficiente. È necessario garantire a quanti lasceranno le armi la possibilità reale di integrarsi nella società, attraverso posti di lavoro degni e accesso agli studi. Dobbiamo dare a questi giovani una nuova opportunità di essere colombiani. O «pace» sarà solo una parola. Bella ma vuota.
Pace vuol dire anche permettere agli ex guerriglieri di costituire un partito polito e competere in regolari elezioni?
Certo. Auspico fortemente che questo accada. Sarà il segno che abbiamo compiuto il primo passo verso un futuro più umano. La guerra interminabile ci ha disumanizzato. Siamo tutti vittime di tale disumanizzazione: quanti hanno sofferto e quanti hanno fatto soffrire. Ora, abbiamo l’opportunità di “re-imparare” ad essere umani.
Che messaggio vorrebbe dare alla sua Colombia finalmente in pace dopo 52 anni?
In momenti come questi, ogni parola rischia di suonare tremendamente retorica. Troppo è stato detto in questo decenni di conflitto. Voglio prendermi un momento di silenzio per assaporare queste prime albedi pace possibile.