lunedì 4 luglio 2016

L'Osservatore Romano
Dalla «Civiltà Cattolica» del 9 luglio prossimo anticipiamo ampi stralci dell’articolo dedicato al ritiro spirituale che il 2 giugno scorso, in occasione del giubileo dei sacerdoti, Papa Francesco ha guidato pronunciando tre meditazioni, ciascuna in una grande basilica romana.
(Diego Fares) Quando sant’Ignazio, da generale della Compagnia di Gesù, dava esercizi a varie persone, si recava egli stesso in ogni luogo per proporre le meditazioni agli esercitanti, che si trovavano in diverse parti di Roma. Questo uscire e camminare di Francesco è stato un modo di combinare saggiamente la dimensione della presenza e quella virtuale, e di far sentire uno stesso spirito di comunione a coloro che sono vicini e a coloro che sono lontani, nella stessa città o in altre parti del mondo.
Il Papa lo ha detto chiaramente all’inizio: «Credo che ci farà bene pregare gli uni per gli altri, in comunione. Un ritiro, ma in comunione, tutti».
Possiamo trovare una chiave di lettura di questo evento nella concezione che sant’Ignazio aveva degli esercizi spirituali. In una lettera a Emmanuele Miona, in cui gli raccomandava di fare gli esercizi, egli scriveva: «Gli esercizi sono tutto il meglio che io in questa vita possa pensare, sentire e comprendere sia per il progresso spirituale di un uomo sia per il frutto, l’aiuto e il progresso rispetto a molti altri». In questo spirito di condividere il meglio che si ha e di offrirlo come un regalo, il gesto del Papa di proporre personalmente questi esercizi manifesta la sua predilezione pastorale per i sacerdoti, in quanto persone e in quanto pastori del popolo fedele di Dio.
Le meditazioni di Francesco non sono state lezioni: sono state contemplazioni ad alta voce, che hanno fatto sentire a tutti questa vicinanza e questo affetto del Papa verso i suoi sacerdoti. Si è creato così quell’ambiente «materno-ecclesiale» di cui parla l’Evangelii gaudium e che si ottiene «mediante la vicinanza cordiale del predicatore, il calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti» (140).
Nel cuore del ritiro c’è stata questa beatitudine formulata da Gesù: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Matteo, 5, 7). Il Papa ha invitato a declinarla, forzando il linguaggio: «Misericordiare per essere misericordiati». Per questa meditazione egli ha scelto il passo centrale della parabola del padre misericordioso (Luca, 15, 1-31), il momento in cui il figlio prodigo si sente sporco e rivestito con l’abito festivo, e ha invitato a immaginarcelo recitando con lui il Salmo 50.
Nella seconda meditazione, un breve testo — quello dell’otre nuovo (Luca, 5, 37) come ricettacolo della misericordia — è servito al Papa per una variegata contemplazione di santi antichi e attuali (e persino di personaggi letterari, come quello del Diario di un curato di campagna), per giungere infine a pregare con la Madonna — ricettacolo privilegiato della misericordia — attraverso il Magnificat (Luca, 1, 46-55).
Il terzo testo scelto è stato quello della peccatrice perdonata (Giovanni, 8, 3-11), a cui Francesco ha aggiunto i passi conclusivi dei quattro vangeli, letti nella chiave di un Vangelo che si concentra sul praticare le opere di misericordia, nello spirito di Matteo, 25.
La relazione tra misericordia e libertà è stata forse l’idea più suggestiva espressa da Papa Francesco. Egli sottrae la misericordia a quell’ambiente di sentimentalismo in cui di solito viene racchiusa e la pone a un livello più alto. La misericordia comporta un giudizio acutamente razionale, capace di discernere la miseria morale, e implica anche la libera decisione di aiutare oltre quanto è giusto. Questo atteggiamento ci fa somigliare al Padre misericordioso nella sua suprema e saggia libertà.
Tra le immagini più forti usate dal Santo Padre ci sono quelle del figlio prodigo, sporco e vestito a festa; della spina di Paolo, quella che il Signore non gli ha tolto, e che per lui era il ricettacolo della misericordia; la commovente immagine dei piedi di Pietro, che non volle morire con la testa all’insù — come se dicesse: «Ho imparato la lezione» — e chiese che gli mettessero in alto i piedi lavati dal Signore, come ricettacoli della misericordia; l’immagine simpatica di padre Cullen, che nel confessionale, per non sembrare «occupato», aggiustava vecchi palloni di cuoio, con cui attirava l’attenzione di quelli che lo vedevano «senza avere niente da fare» e, conversando, finiva per confessarli; l’immagine esemplare del confessore benedettino di Buenos Aires che chiedeva perdono al Signore per avere «perdonato molto» e diceva a Gesù che però era colpa sua, perché gli aveva dato l’esempio.
E le famose “bastonate” di Papa Francesco? Alla fine degli esercizi, egli ha detto: «Ho sentito qualche volta commenti dei sacerdoti che dicono: “Ma questo Papa ci bastona troppo, ci rimprovera”. E qualche bastonata, qualche rimprovero c’è. Ma devo dire che sono rimasto edificato da tanti sacerdoti, tanti preti bravi!». E ha portato subito un esempio: «Da quelli — ne ho conosciuti — che, quando non c’era la segreteria telefonica, dormivano con il telefono sul comodino, e nessuno moriva senza i sacramenti; chiamavano a qualsiasi ora, e loro si alzavano e andavano. Bravi sacerdoti!».
Francesco elogia i sacerdoti per la loro disponibilità a farsi svegliare, per la loro disponibilità a uscire per occuparsi di chi chiama. Il criterio sono gli altri, ciò che mi aiuta a uscire da me stesso per andare verso gli altri. Ciò che combatte la comodità, la vanità e la mondanità spirituale non è un ascetismo autoreferenziale, ma il riferimento ai «bambini che muoiono di fame», al malato che chiama. E il Papa vede questo uscire da sé come fonte di vera gioia.
Le sue “bastonate” e i suoi elogi vanno nella stessa direzione: far uscire i pastori verso la vita vera che il buon pastore dà loro affinché la comunichino al suo gregge. È importante questa prospettiva della Chiesa in uscita. Essa fa comprendere le parole del Papa in maniera diversa: se un rimprovero mi spinge a uscire, se mi inquieta per il bene, non per difendermi o per cercare di giustificarmi, ma per risvegliarmi dal sonno della comodità e per andare a pascolare il mio gregge, sia benedetto. Dire: «Questo Papa bastona i preti», senza aggiungere altro, è una «mezza verità». Infatti ci sono bastonate che paralizzano, che sottopongono a maltrattamenti e schiacciano la persona sotto la colpa; e ci sono, invece, bastonate che mettono in moto, che spingono a uscire, a svegliarsi, a non restare comodi.
L'Osservatore Romano, 5 luglio 2016.