venerdì 8 luglio 2016

Grecia
«Non muri ma piazze e ospedali da campo»
Avvenire
(Ilaria De Bonis) La Grecia oggi appare come un purgatorio «dal quale si affacciano migliaia di occhi che guardano con speranza a un paradiso cieco e sordo chiamato Europa». La storia è però anche frutto delle tante piccole «responsabilità collettive» di uomini e donne chiamati «a collaborare al progetto di Dio». Con queste parole il cardinale Francesco Montenegro, presidente di Caritas Italiana, è intervenuto al Seminario internazionale di Atene 'Grecia, paradosso europeo, tra crisi e profughi', in corso dal 7 al 9 luglio nella capitale ellenica. L' iniziativa è organizzata da Caritas Italiana, Missio e Focsiv, sostenitori della Campagna Cei 'Il diritto di rimanere nella propria terra', congiuntamente agli aderenti di 'Una sola fa- miglia umana, cibo per tutti: è compito nostro'.
«Questa Europa - ha aggiunto l' arcivescovo di Agrigento contrando i rappresentanti della Chiesa greca - sembra frantumarsi tra nazionalismi e spinte di fuga, tra muri e interessi particolari, anteposti a tutto e a tutti, che svaniscono così nel nulla, fino all' oblio». L' indifferenza, ha ripetuto, «è uno dei più grandi mali» di oggi, tanto più se si manifesta nei confronti di persone che «hanno già passato un inferno, fatto di fuoco, violenze e vite spezzate». Ed allora si deve far strada una Chiesa che «allarga se stessa per diventare abbraccio». Come auspica il presidente della Conferenza episcopale greca, monsignor Francesco Papamanolis: «fortunatamente - ha detto - Caritas Hellas ha trovato collaboratori generosissimi nelle Caritas dei Paesi europei. Perciò ringrazio di cuore tutti voi». Il cardinale Montenegro, citando il Vangelo di Matteo, ha parlato di una Chiesa viva e attiva, pienamente responsabile della direzione che potrà assumere in futuro l' Europa: «dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo». E ancora: «i passi del Vangelo di Matteo richiamano con forza una nostra responsabilità nel mondo, che può essere riassunta parafrasando Hetty Hillesum: 'Dio, non sono io a essere nelle tue mani, sei tu che sei nelle mie'». Questa responsabilità la Chiesa la sente fortissima: «senza l' amore dei cristiani tra loro e con tutti gli altri uomini l' annunzio della parola di Dio perde il suo senso e il culto non viene accettato», ha aggiunto Papamanolis. 
La tre-giorni di Atene intende portare non solo solidarietà al popolo greco ma offrire un vero contributo. «Schiacciato da una crisi economica che dura da oltre sei anni il popolo greco ha bisogno di sentire la presenza di una Chiesa davvero in uscita», ha aggiunto Montenegro. Come sale della terra «nostro è il compito di rendere il pane della comunione ancora più fragrante, perché portato nelle strade del mondo e condiviso con le persone incontrate». I flussi dei profughi ed immigrati nel 2015, ha spiegato monsignor Sebastianos Rossolatos, arcivescovo di Atene, «sono stati ingabbiati in Grecia. Non erano venuti per restare. E non sanno se potranno un giorno avere una vita integrata in Grecia. Inoltre, lo Stato greco con le sue tasse continua a succhiare in modo drammatico le provviste di lavoratori e pensionati». Più di 57mila profughi, bloccati sul territorio nazionale, la Grecia è alle prese con un' economia che sconta ancora le politiche di austerità lacrime e sangue imposte dalla Troika. Una impasse che non trova durature vie di uscita, se non facendo ricorso al principio di responsabilità che ci riguarda tutti. Concretamente, le «reti di relazioni» che si sono intessute, grazie ai gemellaggi solidali tra le Chiese, attente ai bisogni dei fratelli, hanno gettato le basi di una collaborazione che si realizza per esempio nei programmi estivi di scambio e volontariato tra le diocesi italiane e quelle greche. «Sono stati prodotti frutti abbondanti», ha concluso Montenegro. Da qui si va avanti.