mercoledì 25 maggio 2016

Vaticano
Filippo Neri con gli occhi di Rosmini. Né scrupoli né malinconia
L'Osservatore Romano
(Edoardo Aldo Cerrato, Vescovo di Ivrea) Si chiude giovedì 26 con la solenne celebrazione presieduta dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, nella chiesa romana di Santa Maria in Vallicella, il quinto centenario della nascita dell’apostolo di Roma, il fiorentino Filippo Neri, diventato romano senza perdere le caratteristiche della sua fiorentinità. Il santo che, scrisse Giovanni Papini, «deve la sua originalità, e quasi unicità, la sua fisionomia riconoscibile fra tutte quelle di tutti i santi del mondo all’impronta incancellabile della sua nascita fiorentina» e che «per l’intervento soprannaturale d’un amore immoderato per Cristo, s’è innalzato fino ai vertici della santità, rimanendo in parte quel che era, cioè fanciullo, faceto e oltrarnino». 

Lo ricordiamo oggi con lo sguardo di stima e di affettuosa venerazione che ebbe per lui il beato Antonio Rosmini. «O amabil Filippo, se a te mi rivolgo, sì basso e da nulla come io sono, in te ritrovo nulla di meno che me stesso», scrisse in un’opera giovanile — Lo spirito di san Filippo Neri — composta nel 1818, ma che l’autore continuò a rimaneggiare fino all’edizione definitiva del 1843. «Tra il Neri e il Rosmini — afferma Fulvio De Giorgi nell’ampio commento al testo — esiste uno stretto legame. Il filosofo roveretano ebbe, infatti, una grande devozione per san Filippo e la sua vita spirituale fu intimamente permeata dallo spirito filippino. Si può anzi affermare che proprio in questo incontro tra il Rosmini e il Neri si decanti e si definisca il fondamento spirituale profondo dell’indirizzo pedagogico rosminiano e della proposta educativa che a esso si collega. 
Rosmini assumeva la lezione oratoriana: l’esperienza rosminiana maturava all’interno dell’esperienza filippina. Lo “spirito” di Rosmini si modellava sullo spirito di san Filippo Neri. E non faceva un’opera di archeologia filippina, non si limitava a un’antiquaria spirituale o a una ripetitiva e piatta ripresa di luoghi tradizionali. Era attento al clima culturale del suo tempo, ai suoi grandi indirizzi di fondo, alla ricerca intellettuale più aggiornata ed era, al contempo, sensibile a quelli che gli apparivano come i nuovi e autentici bisogni spirituali. La rinascita filippina che egli promuoveva si iscriveva dunque in un disegno consapevolmente perseguito e si fondava sulla convinzione che la spiritualità filippina fosse la base più idonea, più adeguata ai tempi, per una rinnovata azione educativa, catechetica e pastorale». Sulla scia della Vita di san Filippo di Pietro Giacomo Bacci, l’opera del Rosmini mette in evidenza le fondamentali caratteristiche del Neri: l’ascetica personale e lo spirito di orazione, l’atteggiamento contemplativo e l’attivo esercizio della carità, l’umiltà e il sapiente distacco dai beni materiali, con una speciale sottolineatura ovvero la dolcezza che dal cuore infiammato di Filippo si espandeva, la “spiritualità della dolcezza”, rilevata dal letterato oratoriano Antonio Cesari, amico del Rosmini. 
«Filippo — scrive il giovane Rosmini — ama l’età nostra, la giovialità e il sollazzo, ama le amicizie, le strette unioni degli animi, ci santifica queste nostre amicizie, ce le rende costanti e perfette»: per «una religione che tiri dietro a sé gli uomini», che sia «di viso leggiadro e amabile alla natura umana». Anche il rosminiano Della educazione cristiana — che riecheggia fin nel titolo l’opera di Silvio Antoniano, figlio spirituale di Filippo — è intriso di spirito filippino. «L’esperienza oratoriana — scrive il De Giorgi — veniva a informare i principi pedagogici di fondo, quale che fosse poi il metodo che si intendeva adottare. Questa struttura pedagogica che innervava ogni azione educativa può essere sintetizzata in tre principi fondamentali: l’educatore deve aprire il suo cuore alla legge divina; deve parlare al cuore dei suoi discepoli; deve calare il suo insegnamento nelle situazioni concrete e specifiche dei discepoli quasi ponendo il suo cuore nel loro». «Il fine di tutta l’educazione è la formazione del cuore umano», dirà Rosmini anche nel suo Saggio sull’unità dell’educazione. 
In vari altri scritti — lettere ad amici e a discepoli nell’Istituto della carità — abbondano i riferimenti ai principi pedagogici che hanno in Filippo Neri una forte sottolineatura. Particolarmente insistito, per esempio, quello della fuga dalla malinconia, che è la condizione per impostare una sana vita spirituale: «Sopra ogni cosa vi prego di non lasciarvi cogliere dalla malinconia, nemica al corpo e allo spirito; ma di studiarvi di procurarvi quella ilarità d’animo tanto raccomandata da san Filippo di cui anche lì troverete la scuola nei filippini», scriveva a Giulio Franchi. «La prego caldamente — sottolineava a un sacerdote — di farsi coraggio e di non lasciarsi pigliare dalla malinconia. Ella conosce bene che cosa diceva il buon san Filippo: “Scrupoli e malinconia non voglio in casa mia”»: una massima filippina considerata dal Rosmini una giaculatoria di cui consigliava la recita. In tutti i membri dell’Istituto della carità voleva «un cuor gioviale e dolcissimo» e in alcuni Avvisi spirituali scriveva: «Studiate l’ilarità e la piacevolezza di san Filippo Neri, procurando d’imitarla col trattare famigliarmente e alla buona, evitando la troppa serietà e il fare solenne e maestoso. Con questo studio della carissima virtù della mansuetudine acquisterete tutte le altre: l’ubbidienza, l’umiltà, la rassegnazione e la pazienza, come pure quella che san Filippo Neri chiamava la mortificazione razionale». Nel 1839 al promotore di un nuovo istituto religioso scriveva: «Si dia uno sguardo alla Congregazione dell’Oratorio fondata dall’amabilissimo nostro san Filippo».
L'Osservatore Romano, 26 maggio 2016.