lunedì 18 aprile 2016

Vaticano
Rivista Il Mulino 
(Loris Zanatta) Da non credente, mi impressiona vedere le sberle che volano nella Chiesa; da storico provo disagio al rivedere nelle trincee gli eserciti che si batterono al Concilio: il mondo è così cambiato, da allora! Da studioso ventennale della Chiesa argentina trasecolo vedendo la figura di papa Francesco tirata di qua e di là. Credo perciò utile riflettervi partendo da dove proviene: il cattolicesimo argentino. E farlo da lontano, schivando le dispute che agitano la Chiesa. Senza pretesa di insegnare nulla: solo di segnalare il contesto storico e culturale entro cui si colloca la parabola di Bergoglio. 
Prima, due premesse. Una riguarda la celebre etichetta di papa peronista che dal primo momento Bergoglio si porta addosso.
Molti ci hanno scherzato, pochi si sono sforzati di capirla. Sarà che del peronismo si hanno da noi nozioni vaghe, che si pensa sia fenomeno esotico di luoghi remoti. A torto: poiché il peronismo è il più tipico caso di populismo latinoamericano e il populismo è nostro pane quotidiano, faremmo bene a prenderlo sul serio. Bergoglio è peronista? Assolutamente sì. Ma non perché vi aderì in gioventù. Lo è nel senso che il peronismo è il movimento che sancì il trionfo dell’Argentina cattolica su quella liberale, che salvò i valori cristiani del popolo dal cosmopolitismo delle élite. Il peronismo incarna perciò per Bergoglio la salutare coniugazione tra popolo e nazione a difesa di un ordine temporale basato sui valori cristiani e immune da quelli liberali. Bergoglio, in breve, è figlio di una cattolicità imbevuta di antiliberalismo viscerale, erettasi, attraverso il peronismo, a guida della crociata cattolica contro il liberalismo protestante, il cui ethos si proietta come un’ombra coloniale sull’identità cattolica dell’America Latina. 
Ma allora Bergoglio è populista? Assolutamente sì, purché tale concetto sia inteso a dovere. Che si chiami peronismo o in altro modo, i tratti ideali del populismo antiliberale sono sempre gli stessi. Difatti il populismo del papa non ha nulla di originale, salvo la proiezione globale che la sua carica gli conferisce. Prima però di vederne i contenuti, tocca fare la seconda premessa. Tema? L’universo lessicale del papa: nei suoi grandi viaggi del 2015 – Ecuador, Bolivia, Paraguay; Cuba e Stati Uniti; Kenya, Uganda, Centrafrica – Francesco ha pronunciato 356 volte la parola pueblo. Il populismo del papa è già nelle parole. Meno familiarità ha invece Bergoglio con un altro lessico: democrazia l’ha detta appena 10 volte, individuo 14 volte, per lo più in accezione negativa. La parola libertà l’ha ripetuta più spesso, 73 volte, in più della metà dei casi negli Stati Uniti. A Cuba, per dire, l’ha detta solo due volte, due in più della parola democrazia. 
Sono numeri senza senso? Mica tanto. Ci confermano quel che si intuiva: che la nozione di pueblo è l’architrave del suo immaginario sociale. Non c’è niente di male: pueblo è una bella parola, potente ed evocativa. Ma anche scivolosa e ambigua. Qual è l’idea di pueblo di Francesco? Il suo popolo è buono, virtuoso e la povertà gli conferisce un’innata superiorità morale. È nei quartieri popolari, dice il papa, che si conservano saggezza, solidarietà, valori del Vangelo. Lì sta la società cristiana, il deposito della fede. Di più: quel pueblo non è per lui una somma di individui, ma una comunità che li trascende, un organismo vivente animato da una fede antica, naturale, dove l’individuo si scioglie nel Tutto. Come tale, quel pueblo è il Popolo Eletto che custodisce un’identità in pericolo. Non a caso l’identità è l’altro pilastro del populismo di Bergoglio: un’identità eterna e impermeabile al divenire della storia, di cui il pueblo ha l’esclusiva; un’identità cui ogni istituzione o Costituzione umana deve piegarsi per non perdere la legittimità che le conferisce il pueblo. 
Va da sé che tale nozione romantica di pueblo sia discutibile e che altrettanto lo sia la superiorità morale del povero. Non ci vuole un antropologo per sapere che le comunità popolari hanno, come ogni comunità, vizi e virtù. E lo riconosce, contraddicendosi, lo stesso Pontefice, quando stabilisce un nesso di causa ed effetto tra povertà e terrorismo fondamentalista; un nesso peraltro improbabile. Ma idealizzare il pueblo aiuta a semplificare la complessità del mondo, cosa in cui i populismi non hanno rivali. Il confine tra Bene e Male apparirà allora così diafano, da sprigionare l’enorme forza insita in ogni cosmologia manichea. Ecco così il papa contrapporre il pueblo buono e solidale a una oligarchia predatrice ed egoista. Un’oligarchia trasfigurata, priva di volto e nome, essenza del Male come cultrice pagana del Dio denaro: il consumo è consumismo, l’individuo egoista, l’attenzione al denaro adorazione senz’anima. Tale è il nemico del pueblo per Bergoglio; sì, nemico, come un tempo definiva la «razionalità illuminista», la «pretesa liberale» di omogeneizzare il creato. 
Qual è il peggior danno arrecato da tale oligarchia? La corruzione del pueblo. L’oligarchia ne mina le virtù, l’omogeneità, la spontanea religiosità, come un Diavolo tentatore. Viste così, le crociate di Bergoglio contro di essa, per quanto emulino il linguaggio della critica postcoloniale, sono eredi della crociata antiliberale che i cattolici integralisti conducono da un paio di secoli in qua. Cosa per nulla strana: l’antiliberalismo cattolico che sul piano secolare simpatizzò per le ideologie antiliberali di turno, fascismo e comunismo in primis, è naturale abbracci oggi con ardore la vulgata no global. Certo, v’è nella storia del cattolicesimo una robusta tradizione cattolico-liberale, votata alla laicità politica, ai diritti dell’individuo, alla libertà economica e civile. Ma non è tale la famiglia che vide crescere Francesco. Se il Sacro Collegio avesse eletto un papa cileno, chissà, forse avrebbe pescato in quell’universo culturale. Ma la Chiesa argentina è la tomba dei cattolici liberali, uccisi dall’onda nazionalpopolare. È fondata la visione populista del mondo di Bergoglio? Sarà efficace per ridare alla Chiesa e al suo messaggio la rilevanza perduta? Per resistere alla progressiva secolarizzazione del mondo? Non è detto. Se è vero che il mondo soffre croniche disuguaglianze, non è certo che le cause siano proprio quelle contro cui il papa punta il dito. Né è così polarizzato come il suo schema manicheo vorrebbe. Negli ultimi quindici anni, in particolare, è cresciuta in molti Paesi sviluppati la forbice tra ricchi e poveri, ma è anche avvenuta una discreta distribuzione delle ricchezze tra Nord e Sud del mondo. In Asia e in America Latina decine di milioni di persone hanno fatto ingresso nel ceto medio: sono più scolarizzate e secolarizzate del pueblo caro a Bergoglio. Una cronista ha chiesto al papa: perché non parla mai del ceto medio? Già: che ruolo avrà nel mondo bipolare del populismo papale? Francesco, gentile, ha ringraziato del suggerimento e si è ripromesso di dire qualcosa.
 Poi il papa ha ricordato di averne detto qualcosa in passato. Ed è vero: il ceto medio, disse e pensa, è una classe coloniale che contagia il pueblo con l’ethos individualista. Perciò non ha mai nascosto di prediligere i movimenti politici e sociali nazionalpopolari e di detestare quelli del ceto medio: a Cristina Kirchner ha concesso cinque udienze in un paio d’anni; non perché l’amasse, ma perché era peronista, il partito del pueblo. Con Mauricio Macri non s’è nemmeno felicitato, quando ha vinto le elezioni: così vuole il protocollo, ha spiegato, lui che della forma suole farsi un baffo. Ovvio: Macri incarna il ceto medio porteño, laico e cosmopolita, e ha avuto la sfrontatezza di avallare per primo in Argentina il matrimonio gay: bisognerà imparare a vivere in libertà, disse, guadagnandosi una turbolenta udienza con Bergoglio; per il quale, leggi simili violano la cattolicità del pueblo, la sua identità, il suo senso morale. Anche se poi il popolo, quello sovrano che vota, ha eletto Macri. 
Su tale idea di pueblo poggiano gli altri pezzi del populismo di Francesco. L’idea, in primo luogo, che la democrazia sia un concetto sociale, solamente sociale. E che democratico sia perciò l’ordine che rispetti il Vangelo realizzando la Giustizia Sociale: ammesso che esista. In tal caso, la forma del regime politico è secondaria: un’autocrazia popolare che distribuisca la ricchezza e sia rispettosa della religiosità del pueblo sarà senz’altro una democrazia; quand’anche dovesse esagerare nel porre sotto controllo media, tribunali, Parlamento, finanze pubbliche e così via. La dimensione politica e istituzionale della democrazia, il delicato equilibrio di poteri dello Stato di diritto, la tutela giuridica delle libertà individuali non sono temi cui Bergoglio Bergoglio sia mai stato molto sensibile. Le rare volte che ne tratta, suole riproporre l’antico distinguo tra democrazia formale e sostanziale. Eppure proprio la violenta storia latinoamericana dovrebbe avere insegnato che la forma, in democrazia, è sostanza. In quanto alle «democrazie partecipative» latinoamericane dei nostri tempi, sono ennesime riedizioni del più retrivo patrimonialismo di Stato, con corollario di abusi clientelari, autoritarismo politico, disastro economico. Il dramma venezuelano sta lì a ricordarlo. 
Pochi aneddoti, tratti dai momenti in cui il papa si discosta dai testi scritti, illustrano quanto scritto finora. In Paraguay, si sa, Bergoglio fece una gaffe. Capita anche ai papi: amen. Ma una gaffe che si presta a considerazioni. In breve: qualcuno chiese a Francesco di fare appello per la liberazione di un prigioniero, lui dette per scontato che si trattasse di un abuso dello Stato e fece una lavata di capo pubblica al presidente del Paraguay, salvo scoprire che il prigioniero in questione era nelle mani di un gruppo terrorista e che lo Stato paraguayano, per malconcio che sia, non c’entrava nulla. La sua reazione, spontanea e in buona fede, lascia interdetti. Intanto rivela le predilezioni del papa: bello o brutto che sia, il governo paraguayano non ricade nel novero dei governi del pueblo cari a Bergoglio; al contrario di quelli di Ecuador e Bolivia, dov’era stato assai abbottonato con le autorità locali, che non si può certo dire siano senza macchia. L’episodio dimostra poi che il silenzio sui diritti umani, mantenuto in seguito da Francesco a Cuba o in Uganda, non si deve a una precisa volontà di evitare tensioni con le autorità politiche. Quando lo ritiene opportuno, Bergoglio non teme di richiamarle all’ordine: come in Paraguay e in Centrafrica. La convinzione che taluni regimi tutelino l’essenza religiosa del pueblo meglio di altri, si direbbe la sua bussola. 
Ma a proposito di Cuba, un viaggio che meriterebbe un capitolo a sé, taluni passaggi spiccano. Il primo è il discorso di Bergoglio ai giovani cubani. Non solo non vi è cenno a libertà e democrazia, ma il papa li ha allertati: attenti al consumismo, ha detto a chi a malapena sa che cos’è il consumo; guardatevi dall’individualismo, ha ammonito dove l’individuo è costretto a pregare ciò che impone lo Stato, pena la galera. Parrebbero scherzi da prete, se non rispondessero alla sua idea di pueblo: sa bene che il castrismo è figlio legittimo della tradizione populista; che il comunismo di Castro è una deviazione secolare dal messaggio evangelico, fenomeno diffuso in tutta la cattolicità latina. Difatti, ciò che dice il papa ricorda i lunghi discorsi in cui Fidel Castro illustrò la trasformazione di Cuba in riduzione gesuitica dei nostri tempi. Ciò che preme a Bergoglio è tenere Cuba nell’ovile populista, evitando che il pueblo perda la religiosità che quel regime così austero ha preservato, benché sotto altro nome. L’imperativo non è liberarlo, ma salvarlo dalle sirene capitaliste, dal contagio liberale.
Ma dove il modo in cui il papa guarda a Cuba è emerso con candore è stato quando un giornalista gli ha chiesto: perché non ha ricevuto i dissidenti? Lo sa che molti sono stati arrestati perché non la incontrassero? Non ne so nulla, ha risposto Francesco, e comunque non ho concesso udienze private a nessuno, «non solo a dissidenti, ma perfino a un capo di Stato». Così, ponendo sullo stesso piano la foto che un dignitario sperava di portare a casa insieme al papa e i familiari dei prigionieri politici in cerca di conforto. Com’è possibile? Lui stesso ci aiuta a capirlo: i diritti umani, aveva detto poco prima, non si rispettano in molti Paesi del mondo. Per poi aggiungere: vi sono Paesi europei che per vari motivi non ti permettono nemmeno di portare segni religiosi. Le leggi laiche francesi, dunque, perché era a quelle che alludeva Bergoglio, violerebbero i diritti umani non meno della sistematica negazione cubana di ogni diritto civile e politico. Un’enormità? Eccome. Ma così è per il papa: la misura della legittimità dell’ordine sociale è la sua fedeltà o meno all’identità religiosa del pueblo, inteso come il populismo l’intende. Di laicità, nemmeno il retrogusto. 
Non sorprende, a questo punto, che Francesco ripeta spesso uno dei suoi mantra più cari: il Tutto è superiore alla Parte. È un modo di dire che il pueblo, entità mitica e divina, trascende l’individuo. Ancor meno sorprende che tale condanna dell’individualismo sia storicamente servita a legittimare numerose tirannie esercitate in nome del pueblo, dedite a sacrificare i diritti individuali sull’altare di una giustizia sociale di cui non s’è mai vista traccia: peronismi, castrismi, chavismi e compagnia. È un altro passaggio dei viaggi pontifici a illustrare tale punto: in Africa, almeno due volte il papa ha avallato la subordinazione della parte al tutto, dell’individuo al pueblo, dei diritti di una minoranza alla supposta identità del popolo. Il primo in Uganda, dove Francesco non ha dato voce né udienza ai gay, minacciati di ergastolo per il «delitto» di omosessualità; misura per fortuna abrogata dalla Corte costituzionale. In ottica populista, il riconoscimento dei diritti omosessuali è tipico esempio di colonialismo ideologico, di contagio della sana religiosità del pueblo africano con le ubbie immorali del decadente occidente. In termini simili Bergoglio aveva accolto il matrimonio gay in Argentina. 
Ci sono poi le stupefacenti considerazioni di Francesco sull’Aids. A un giornalista tedesco, che gli chiedeva se non varrebbe la pena che la Chiesa cambiasse posizione sul profilattico, Bergoglio ha risposto: «Il problema è più grande. La malnutrizione, lo sfruttamento delle persone, il lavoro schiavo, la mancanza di acqua potabile: questi sono i problemi. Non chiediamoci se si può usare tale o talaltro cerotto per una piccola ferita. La grande ferita è l’ingiustizia sociale». Benché l’Aids interessi milioni di individui, non è che una «piccola ferita» rispetto al titanico compito di restaurare l’impero della giustizia nel mondo. C’è un’umanità da salvare: come perdersi dietro a individui che probabilmente hanno peccato? 
Se tale è il prisma ideale attraverso cui il papa interpreta il mondo, ha buon gioco chi ne fa notare la vena apocalittica, la cui altra, inevitabile faccia è la vena redentiva. È uno snodo chiave, poiché il binomio apocalissi / redenzione è l’anima della visione manichea del mondo tipica del populismo; una visione ostile agli approcci pragmatici ai problemi del mondo, in cui Francesco vede in agguato l’impero «tecnocratico» che tutti ci domina. Che dire della vena apocalittica del papa? Francesco ha ragione da vendere quando denuncia le disuguaglianze, le ingiustizie, le nuove marginalità, gli abusi contro i migranti, le guerre, la bomba ambientale. Al tempo stesso, non ricordo epoche esenti dallo spettro dell’apocalissi. Forse viviamo un tempo più tragico, decadente, malato di altri? Chissà, boh, non credo. Molto dipende dal metro usato per giudicare. Se il metro è il Regno dei Cieli, non v’è epoca che si salvi dall’ira di Dio. Ma se il metro è laico e disincantato, quest’epoca è come le altre: un bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Sennonché l’analisi apocalittica del mondo induce il papa a evocare un moto redentore: «fate rumore», dice ai giovani; seguite valori grandi, emulate i martiri, lottate per l’utopia evangelica. È il suo mestiere, si dirà: è vero. Ma il terreno delle utopie redentive è tra i più delicati. Checché ne dica la vulgata, infatti, gli uomini tendono a legittimare la violenza e a muoversi guerre in nome di tali utopie più che di banali interessi economici. Quanto ai tremendi effetti delle utopie redentive, così care ai movimenti sociali cui il papa tiene infiammati discorsi, la storia argentina torna in soccorso: pochi Paesi come l’Argentina ne hanno patito gli effetti. Militari, peronisti, Chiesa, guerriglieri si sono scannati in nome della nazione cattolica e della cattolicità del pueblo, con sprezzo per la democrazia borghese e lo Stato di diritto. Il risultato è noto al mondo. 
Prendiamo un episodio, citato da un vaticanista italiano. Bergoglio, scrive, ricorda commosso padre Vernazza, del cui apostolato rimane vivo il segno nelle villas miserias di Buenos Aires. Vero: come altri sacerdoti, Vernazza aveva dedicato la sua vita ai poveri. Ma tale dedizione aveva altri aspetti. Vernazza sedeva sull’aereo che nel 1972 riportò Perón in patria, tra politici, sindacalisti, guerriglieri e religiosi peronisti. C’era perfino Licio Gelli, su quell’aereo. Tutti pensavano che l’Argentina fosse una nazione cattolica immune dal virus liberale, che il peronismo incarnasse la cattolicità del pueblo e che Perón avrebbe restaurato l’ordine cristiano; ordine sul quale non c’era intesa, per cui finirono a spararsi tra loro. Al bagno di sangue su cui in seguito i militari misero un’orribile pietra tombale parteciparono anche gli amici di sacerdoti colmi di buone intenzioni come Vernazza. I montoneros, gruppo armato peronista che nel socialismo vedeva riflesso il vangelo e in suo nome uccideva senza remore, s’erano formati in parrocchia. Erano giovani che avevano «fatto rumore». 
Questo capita dove s’impone il populismo: la difesa dell’identità del pueblo, questa specie di Araba Fenice, oscura lo Stato di diritto, i cui principi sono anzi additati come indebiti strumenti delle classi coloniali contro la virtù del popolo. Il populismo riversa così il suo impulso manicheo sull’arena politica. Risultato: la dialettica politica si trasforma in guerra tra pueblo e antipueblo; l’apocalissi è una profezia che si autoavvera; la redenzione rimane un sogno inappagato. Ciò non impedisce però a Francesco, afflitto dall’idea che la globalizzazione contagi e uccida le identità del pueblo, diverse tra loro ma tutte intrise di religiosità, di invocarne la difesa a oltranza. È ciò cui mira quando si scaglia contro l’uniformità che il capitale imporrebbe al mondo; quando chiede pluralismo, concetto che Bergoglio declina a suo modo: come pluralità di pueblos, una volta ancora, non di individui; benché molti pueblos non ammettano pluralismo al loro interno. Eppure è ovvio che le identità non sono immuni al cambiamento, che sono di per sé soggette ad ibridarsi tra loro. E lo è ancor più che l’imputazione di colonizzare tali identità che il papa rivolge oggi alla globalizzazione, fu un tempo rivolta alla cristianità, quando plasmò le identità popolari che Francesco ora difende come fossero eterne e statiche. 
Ma quante chiacchiere astruse, dirà qualcuno: la sostanza è che il papa difende i poveri e denuncia i potenti. Il resto è artificio intellettuale, attività che Francesco ama così poco da ripetere spesso che la Realtà è superiore alle Idee. La tradizione populista è d’altronde anti-intellettuale per definizione. L’argomento è così forte, così definitivo nel porre chi l’espone dal lato della superiorità morale, che non lascia molto margine alle obiezioni. Al laico malato di dubbi, però, cui lo studio della storia ha insegnato che spesso le migliori intenzioni fanno più danni della grandine e allontanano l’obiettivo che ambivano raggiungere, qualche domanda sorge spontanea. La prima è se le vaghe idee che il papa espone sull’economia siano le più adeguate per ridurre le disuguaglianze sociali e la povertà. Ne dubito. E so che ne dubitano in molti. Il papa non è un economista e non è tenuto a dare ricette! Giusto. Ma dato che, com’è sacrosanto, si esprime in proposito, altrettanto lecito sarà esprimersi su quanto le sue diagnosi e le terapie cui allude siano fondate: molto meno mercato, molto più Stato, in breve; l’economia dovrebbe basarsi su principi morali invece che sulla logica del profitto. Il che non è una gran novità, diciamolo. Il fatto è che i modelli economici populisti cui in tal modo Francesco allude non hanno mai dato buona prova: né in termini di creazione della ricchezza da distribuire, né di riduzione strutturale delle disuguaglianze. Le economie populiste fabbricano povertà in nome del povero e la loro eredità suole gravare sulle generazioni future. Non sarà eccessiva l’ostilità del papa per il mercato? 
Il più intrigante nodo del pensiero sociale di Francesco ci riporta però alla sua riflessione sui poveri, intesi come categoria sociologica, e sul Povero, inteso in senso spirituale. Il dilemma è presto detto: da un lato, il papa lancia strali contro l’ingiusto sistema economico, causa della diffusa povertà nel mondo; dall’altro lato, però, indica nel Povero la quintessenza delle virtù da preservare. Francesco sottoscriverebbe la famosa frase di Olof Palme: il nostro nemico non è la ricchezza, ma la povertà? O dinanzi al rischio che con la povertà svaniscano le virtù cristiane del Povero, prediligerebbe un mondo di poveri? Così farebbe pensare la sua esplicita vena pauperistica. Non è chiaro: Bergoglio si esprime ora contro la povertà, ora in difesa del Povero. Forse pensa, come Fidel Castro, che quando la ricchezza «comincia a corrompere, a contaminare» il popolo, allora c’è qualcosa di «più potente del denaro» da preservare, «e si chiama coscienza». Peccato che ciò presupponga l’esistenza di uno Stato etico che si arroghi il diritto di plasmare la «coscienza» del popolo e di stabilire ciò che è bene e ciò che male per esso: uno Stato totalitario, erede dell’antico ideale dello Stato confessionale, per il quale escludo che Francesco provi nostalgia. 
Sullo sfondo, intanto, tante cose accadono e sollevano enormi interrogativi sulla fondatezza della visione del mondo di Francesco e sulla nozione di pueblo che l’ispira; e quindi sulla sua efficacia nel restituire alla Chiesa la rilevanza perduta. Le società moderne, anche quelle del Sud del mondo, sono sempre più articolate e plurali: parlarvi di un pueblo che vi custodisce identità pure e intrise di religiosità è spesso un mito cui non corrisponde alcuna realtà. Continuare a considerare i ceti medi, cresciuti a milioni e ansiosi di più consumi e migliori opportunità, ceti coloniali nemici del pueblo, non ha senso: tanti poveri di ieri sono ceto medio oggi. Il mercato religioso è in rapida evoluzione e la secolarizzazione incalza a passi da gigante. Perfino sul piano politico, i populismi con cui il papa condivide tante affinità hanno subito duri colpi, specie in America Latina, tanto da fare sospettare che stiano rimanendo orfani del pueblo che invocano. Non a caso Bergoglio è apparso disorientato quando un giornalista gli ha chiesto un parere sull’elezione di Mauricio Macri e sul nuovo corso antipopulista che taluni pensano si stia aprendo in America Latina. «Ho sentito qualche opinione, ha farfugliato il papa, ma di questa geopolitica, in questo momento non so cosa dire. Ci sono parecchi Paesi latinoamericani in questa situazione un po’ di cambiamento, è vero, ma non so spiegarlo». A occhio, non ne è entusiasta, considerando il profilo assai più secolare e cosmopolita delle forze che si propongono di soppiantare i populismi in crisi. Ma è con esse che dovrà misurarsi il Santo Padre. Adorato dai fedeli ma anch’egli orfano, almeno un po’, del pueblo.