domenica 24 aprile 2016

Sala stampa della Santa Sede
Grazie tante di tutto, adesso farò un’improvvisazione. Lascio questo che ho scritto per dirvi e dirò quello che mi viene….
Sentendo voi parlare, mi sono venute due immagini: il deserto e la foresta. Io ho pensato: questa gente, tutti voi, tutti, prendono il deserto per trasformarlo in foresta. Vanno dove c’è il deserto, dove non c’è speranza, e fanno cose che fanno diventare foresta questo deserto. La foresta è piena di alberi, è piena di verde, ma troppo disordinata… ma così e la vita. E passare dal deserto alla foresta è un bel lavoro che voi fate! Voi trasformate deserti in foreste! (applausi) E poi si vedrà come si può regolare certe cose della foresta… Ma lì c’è vita, qui no: nel deserto c’è morte.
Tanti deserti nelle città, tanti deserti nella vita delle persone che non hanno futuro, perché sempre c’è – e sottolineo una parola detta qui – sempre ci sono i pregiudizi, le paure. E questa gente deve vivere e morire nel deserto nella città. Voi fate il miracolo con il vostro lavoro di cambiare il deserto in foreste: andate avanti così. Ma com’è il vostro piano di lavoro? Non so… Noi ci avviciniamo e vediamo cosa possiamo fare. E questa è vita! Perché la vita la si deve prendere come viene. È come il portiere nel calcio: prendere il pallone da dove lo buttano… viene di qua di là.. Ma non bisogna avere paura della vita, non avere paura dei conflitti…
Una volta qualcuno  mi ha detto - non so se è vero, se qualcuno vuole indagare lo faccia, io non ho indagato se è vero o no - che le parola conflitto nell’idioma cinese è fatta da due segni: un segno che dice “rischio”, e un altro segno che dice “opportunità”. Il conflitto, è vero, è un rischio ma è anche una opportunità.
Il conflitto possiamo prenderlo come una cosa da cui allontanarsi (…). Noi cristiani conosciamo bene cosa ha fatto il Levita, cosa ha fatto il dottore della legge, con il povero uomo caduto nella strada. Hanno fatto un cammino per non vedere e per non avvicinarsi. Chi non rischia, mai si può avvicinare alla realtà: per conoscere la realtà, ma anche per conoscerla col cuore, è necessario avvicinarsi. E avvicinarsi è un rischio, ma anche un’opportunità: per me e per la persona alla quale mi avvicino. Per me e per la comunità alla quale mi avvicino. Penso alle testimonianze che avete dato per esempio nel carcere, con tutto il vostro lavoro.
Il conflitto: mai, mai, mai girarsi per non vedere il conflitto.
I conflitti si debbono assumere, i mali si devono assumere per risolverli.
Il deserto è brutto, sia quello che è nel cuore di tutti noi, sia quello che è nella città, nelle periferie, è una cosa brutta. Anche il deserto che c’è nei quartieri protetti… È brutto, lì anche c’è il deserto. Ma non dobbiamo avere paura di andare nel deserto per trasformarlo in foresta, c’è vita esuberante e andare ad asciugare tante lacrime perché tutti possano sorridere.
Mi fa pensare tanto quel salmo del popolo d’Israele, quando era in prigionia in Babilonia, e dicevano: non possiamo cantare i nostri canti, perché siamo in terra straniera. Avevano gli strumenti, le armi, ma non avevano gioia perché erano ostaggi in terra straniera. Ma quando sono stati liberati, dice il Salmo, “non potevamo credere”, “la nostra bocca si è riempita di sorriso”. E così in questo transito dal deserto alla foresta, alla vita, c’è il sorriso.
Vi dò un compito da fare a casa: guardate un giorno la faccia delle persone quando andate per la strada: sono preoccupati, ognuno è chiuso in se stesso, manca il sorriso, manca la tenerezza in altre parole, l’amicizia sociale… ci manca questa amicizia sociale. Dove non c’è l’amicizia sociale sempre c’è l’odio, la guerra. Noi stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi, dappertutto. Guardate la carta geografica del mondo e vedrete questo. Invece l’amicizia sociale, tante volte l’amicizia sociale si deve fare con il perdono – la prima parola – col perdono… Tante volte si fa con l’avvicinarsi: io mi avvicino a quel problema, a quel conflitto, a quella difficoltà, come abbiamo sentito che fanno questi bravi ragazzi e ragazze nei posti dove si gioca d’azzardo e tanta gente perde tutto lì, tutto, tutto, tutto…
A Buenos Aires ho visto anziane che andavano in banca a prendere la pensione e subito al casinò, subito! Avvicinarsi al posto del conflitto, e questi vanno si avvicinano, avvicinarsi… E anche c’è un’altra cosa che ha a che fare col gioco, con lo sport e anche con l’arte: è la gratuità. L’amicizia sociale si fa nella gratuità e questa saggezza della gratuità si impara, si impara: col gioco, con lo sport per meglio dire, con l’arte, con la gioia di essere insieme, con l’avvicinamento... È una parola da non dimenticare in questo mondo, dove sembra che se tu non paghi non puoi vivere, dove la persona, l’uomo e la donna, che Dio ha creato proprio al centro del mondo, per essere pure al centro dell’economia, sono stati cacciati via e al centro abbiamo un bel dio, il dio denaro. Oggi al centro del mondo c’è il dio denaro e quelli che possono avvicinarsi ad adorare questo dio (applausi), si avvicinano, e quelli che non possono finiscono nella fame, nelle malattie, nello sfruttamento… Pensate allo sfruttamento dei bambini, dei giovani.
“Gratuità”: è la parola chiave. Gratuità che fa che io dia la mia vita così come è, per andare con gli altri e fare che questo deserto divenga foresta: gratuità, questa è una cosa bella!
E “perdono” anche, perdonare, perché col perdono il rammarico, il risentimento si allontana. E poi “costruire” sempre, non distruggere, costruire…
Ecco queste sono le cose che mi vengono in mente. E come si fa questo? Semplicemente nella consapevolezza che tutti abbiamo qualcosa in comune, tutti siamo umani. E in quell’umanità ci avviciniamo per lavorare insieme… “Ma io sono di questa religione, di quella”… non importa! Avanti tutti per lavorare insieme, rispettarsi, rispettarsi! E così vedremo questo miracolo: il miracolo di un deserto che diviene foresta. Grazie tante per tutto quello che voi fate! Grazie.