giovedì 28 aprile 2016

Siria
«Basta egoismi, la Siria muore. Il mondo fermi un esodo atroce!»
Avvenire
(Artuto Celletti) «Soffro a vedere la mia gente lasciare la Siria. Soffro per questo drammatico esodo verso l' Europa. Tutti i cristiani andranno via e, in una intera area del mondo, resterà solo Dio con la sua misericordia, la sua provvidenza, la forza del suo perdono». Monsignor Antoine Audo riflette a voce bassa partendo da due numeri: cinque anni fa, prima dell' inizio della guerra, i cristiani ad Aleppo erano 150mila, oggi centomila se ne sono andati.
Ecco il dramma di una Siria sfregiata da una guerra senza fine: 400mila morti, 7 milioni di profughi interni, 4 milioni fuggiti dal Paese. Ci aspettiamo un invito all' Europa all' accoglienza. E, invece, il vescovo caldeo di Aleppo ci sorprende con un messaggio inatteso a quel mondo che decide. «Non è l' accoglienza la vera priorità. La sfida è fermare questa folle guerra che in cinque anni ha messo in ginocchio la Siria». Una pausa leggera accompagnata da un sorriso amaro e da parole forti. Anche contro l' ultimo no di Londra che chiude le porte a tremila piccoli siriani. «Mi addolorano i muri che si alzano in Europa, l' egoismo, le meschine convenienze della politica. Ma questo drammatico esodo, che va avanti in un surreale e atroce silenzio di troppi media, è ancora più terribile. L' obiettivo vero non è accogliere; è fermare l' esodo, è aiutare i siriani a restare nelle loro case». Sfidiamo il vescovo con una domanda netta, diretta: ci crede? Un' altra smorfia. Anche questa volta amara. «Serve una volontà internazionale fortissima, serve un grande patto tra le grandi potenze a cominciare da Stati Uniti e Israele. Serve mettere da parte bassi interessi economici e serve dire no al traffico di armi e al dio denaro. Una sfida complicata, ma non più rinviabile». La testa tra le mani e una nuova riflessione: «C' è un mondo sordo, ma c' è un grande Papa che non si rassegna a tanti orribili silenzi. Francesco ha visione e ha la forza di chi è libero». Siamo a Trastevere nella sede italiana di Aiuto alla Chiesa che soffre. Si parla di Siria. Di immigrazione. Di guerra. Di Daesh. Il vescovo ha lasciato Aleppo tre giorni fa con il ricordo delle bombe cadute nell' ultimo fine settimana. Domani sera racconterà il suo dramma davanti a una Fontana di Trevi illuminata di rosso. Il rosso del sangue di tanti morti innocenti. Di tanti cristiani perseguitati. Venerdì rinnoverà un appello che ora ci ripete sottovoce: «Il mondo aiuti i cristiani a restare in Siria. Fermi la guerra. Fermi le bombe. Lo faccia in fretta perché un Medio Oriente senza cristiani sarà una perdita per l' intera umanità. Ma anche un dramma per l' islam. Saranno da soli nella violenza. Rischieranno solo di uccidersi l' uno con l' altro». Come è cambiata Aleppo in questi cinque anni? Aleppo era una città ricca: c' era lavoro, benessere, c' erano industrie che funzionavano. Oggi c' è solo povertà. Ovunque. A tutti i livelli. Una povertà materiale e anche una povertà morale. Mi piace raccontare quello che successo usando una parola: deteriorata. Sì, Aleppo in cinque anni di guerra si è deteriorata. Giorno dopo giorno. Non c' è sanità. Non c' è sicurezza, Ci sono le bombe, la fame, la morte. Prima della guerra un dollaro americano valeva 50 lire siriane, oggi ne vale 500. Dieci volte di meno. Oggi tutto costa troppo. Non si può andare dal medico. Non esiste elettricità. Non si può fare la spesa. Un chilo di carne costa 5mila lire siriane e lo stipendio mensile di un operaio è appena 5 volte tanto. Capite? Un uomo lavora un mese per comprare cinque chili di carne. Lei è vescovo, gesuita e presidente della Caritas siriana. Cosa prova a vedere la Siria piegarsi travolta dalla miseria? Dolore e, parallelamente, il dovere di senza luce, le bombe che cadevano, i frigoriferi vuoti. In quelle due notti la mia preghiera poteva essere solo una: pace, pace, pace. Un obbligo perché l' esodo pare inarrestabile. Vi racconto un episodio con la speranza che vi aiuti a capire. A Natale una famiglia di amici è venuta a farmi visita. Ricordo la loro emozione. «Vescovo abbiamo il visto per andare in Svezia. Partiamo presto». Loro erano felici, io no. Restai in silenzio a riflettere. Ogni mattina c' è qualcuno che viene a trovarmi per chiedermi il certificato di matrimonio o di battesimo. Documenti per lasciare la Siria. Per integrarsi in un Paese nuovo e per cominciare una nuova vita. Loro vogliono andare via, ma così la Siria muore. Tanti fuggono, lei però resta. Perché non prova a frenarli? Qualcuno capisce la mia sofferenza, il mio disagio. Che però restano miei, soltanto miei. Sì, io resto, ma non posso chiedere alla mia gente una stessa scelta. Resto fino alla fine perché voglio servire nella terra dove mi ha messo Dio. Sono nato qui, sono vescovo qui, metto tutto nella mani della Provvidenza. E poi l' Occidente tempio della modernità nasconde insidie. Essere moderno spesso rischia di voler dire essere senza fede, senza valori, senza punti di riferimento. Non mi piace l' idea di vivere in Occidente: conosco le opportunità, ma conosco anche l' egoismo, l' aridità. Non mi dice nulla la vita di New York o di Parigi, la Siria ha tutto. È solo la guerra ad aver trasformato un sogno in incubo. Com' è il rapporto con l' islam? Ho amici musulmani. Ho storie di solidarietà che legano cristiani a musulmani. Storie di incontro, di amicizia, di perdono. C' è un islam che prova a far leva sul fanatismo e che fa notizia. Ma c' è anche un altro islam che ha imparato a conoscere la forza della carità. Un giorno uscivo dalla mia Chiesa e un vecchio povero musulmano era seduto a terra. Mi vide e si alzò in piedi di scatto: «Adesso sappiamo chi sono i cristiani. Sono figli di un dio vero. Non sono falsi». Sentivo quel vecchio gridare e pensavo allo Spirito Santo e alla forza di quelle parole quasi profetiche. In Siria non c' è solo fanatismo, solo odio, solo violenza. C' è anche quello, forse c' è soprattutto quello; ma la sfida è quella del dialogo e dell' incontro. Però il fanatismo spesso ha la meglio? È vero. Fanno una facile equazione cristiani-Occidente-modernità. E cercano di ostacolare con la violenza proprio una modernità che da una parte attira e dall' altra fa paura. La modernità è vista come un insidia, una minaccia; qualcosa da non accettare e da respingere. Una modernità e un Occidente a cui Daesh ha dichiarato guerra Daesh si sta ritirando, sta perdendo forza, non ha avvenire. È solo un mezzo per distruggere nelle mani di forze fondamentaliste. È solo uno strumento al servizio di un' agenda politica di distruzione. Sono solo burattini. Le faccio una previsione: quando il business delle armi sarà finito finirà anche Daesh. Il male più grande è quel fondamentalismo "largo" che si innerva nella società. Che vuole distruggere e dividere. Che, scientificamente, punta a spazzare via i cristiani dalla Siria. Che lavora a una folle vittoria dell' islam sulla cristianità. Che vuole indebolire la Chiesa, che è mosso solo da una logica di dominio, che non accetta il concetto di libertà. Io però resto qui. Con la forza della carità e della misericordia. Resto e aspetto che Aleppo torni a respirare.