venerdì 11 marzo 2016

Italia
Tre anni con Francesco. Intervista a Luigi Accattoli
L'Azione, della Diocesi di Fabriano-Matelica
(a cura di Francesco Iacobini) Il 13 marzo si compiono i primi tre anni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio.Un periodo ancora abbastanza breve e però già ricco di avvenimenti e novità, che il Papa venuto dalla fine del mondo, chiamatosi Francesco, ha promosso e incarnato dal vertice della Chiesa universale. L’Azione ne ha parlato col decano dei vaticanisti italiani, Luigi Accattoli.
Una parola che riassuma ciascuno di questi tre anni. Quale sceglieresti?
Per il 2013 direi la parola “uscire”: è l’anno dell’esortazione “La gioia del Vangelo”, dov’è formulato il programma del Pontificato: “La riforma della Chiesa in uscita missionaria” (n. 17).
Per il 2014, “parresìa”: è l’anno del primo Sinodo sulla famiglia, che Francesco vuole come occasione di libera e piena discussione in vista di “scelte pastorali coraggiose”.
Per il 2015, “misericordia”: è l’anno dell’annuncio e dell’avvio del “Giubileo straordinario della Misericordia”.
Con Bergoglio la preoccupazione pastorale sembra diventata preminente rispetto ai problemi dogmatici. Questo incide su tante cose, no?
Sì, è così. E’ un primato poco percepito ma essenziale. Credo che apparirà più chiaro domani, con l’esortazione successiva al Sinodo sulla famiglia e con la riforma della Curia romana. Da cardinale, Bergoglio aveva affermato con audacia il convincimento che “pastorale non si oppone a dottrinale ma lo comprende” e che “il titolo di pastore include quello di maestro”. Prevedo che il Papa arriverà presto a formulare in termini magisteriali questo criterio, che guida sotto traccia la sua tenace opera di sganciamento dalla dominante dottrinale che eredita dai predecessori. L’incidenza è verificabile in termini di caduta di pregiudiziali con chi vive all’esterno dell’ufficialità ecclesiastica. La caduta delle pregiudiziali rende possibile l’annuncio. Ovvero: mira a renderlo possibile. Che poi questo si realizzi, è altra storia.
Francesco è spesso presentato da media e osservatori come un Papa di sinistra, ma queste definizioni hanno senso nelle cose di Chiesa?
Non trovo nulla di male se qualcuno lo considera di sinistra, nel senso di più attento alla dimensione sociale dell’annuncio cristiano, o più riformatore, poniamo rispetto a Papa Benedetto, purché non si utilizzi tale categoria con riferimento agli schieramenti parlamentari. Uscendo dalla diatriba sulle formule, direi che è il Papa più innovatore degli ultimi cento anni, anche più di Giovanni XXIII e di Paolo VI, al cui programma riformatore si richiama dichiaratamente.
La riforma della Chiesa sta producendo qualche frutto, o ciò che prevale è la buona stampa di cui il Papa gode?
E’ presto per vedere i frutti, sia per la madre di tutte le riforme che è quella dell’uscita missionaria, sia per il cantiere delle riforme istituzionali. Le riforme curiali e canoniche sono necessariamente lente e che procedano lentamente anche sotto Francesco è un segno di serietà. Una sola è già completa: quella del processo matrimoniale. Ed è stata di forte segno. Quelle di struttura sono solo abbozzate, ma arriveranno e immagino che saranno altrettanto forti.
C’è chi sottolinea che in Francesco l’uomo venga prima del prete e del vescovo. E’ un aspetto rilevante?
Sì, perché relativizza l’importanza delle figure ecclesiastiche e valorizza il ruolo dei cristiani comuni. Inoltre, Bergoglio ha interesse per l’incontro da uomo a uomo, anche quando non c’è in gioco l’elemento cristiano. La considero una buona intuizione, in ambedue le direzioni. In ciò il Papa è favorito dalla formazione gesuitica: i gesuiti non si pensano come gerarchia e da sempre guardano più fuori che dentro all’orto della Chiesa.
In questo guardare fuori dall’orto può esserci il rischio di qualche strumentalizzazione da parte di un certo mondo culturale e politico? 
Direi che al Papa interessa interloquire con chi ha un ruolo dominante nella comunicazione di massa e nel dibattito culturale. Non si identifica con Scalfari, Pannella, Bonino, o con gli operatori dei media con i quali dialoga in aereo. Ma vuole mostrare alla comunità cattolica che è possibile parlare con loro. Anzi, che è necessario. Le interviste di Scalfari a Martini, la Cattedra dei non credenti, il dialogo di Benedetto con Pera o con Odifreddi, il Cortile dei Gentili avevano in fondo lo stesso segno.
E sul rapporto tra Francesco e le vicende italiane? Che idea ti sei fatto?
Francesco ha un legame di spontanea familiarità con i “pellegrini provenienti dall’Italia”, o con le folle che incontra nelle città italiane. Ma ha un rapporto difficile con l’episcopato e con il clero del nostro Paese, perché vede nell’ecclesiastico nostrano il portatore principe della tradizione clericale che vuole smantellare.
E il futuro meno vicino come lo vedi?
Vedo il procedere dell’opera di riforma, che sarà portata avanti da Francesco e da chi verrà dopo, tenendo conto che il papato è uscito dall’Europa e non ha avuto paura di decentrarsi nelle latitudini più lontane e insieme più giovani e vivaci della Terra.