giovedì 3 marzo 2016

Italia
Non sono pericolosi. Sono in pericolo ... quando emigrare ferisce l'anima. Intervista a Simone Varisco
(a cura redazione Il sismografo)
(Luis Badilla - Francesco Gagliano) Simone Varisco è un giovane storico milanese i cui interessi si estendono fino alla teologia e agli studi sociologici; da tempo anima un suo blog (Caffè storia) in cui propone approfondite riflessioni su eventi ricorrenti nei media, spesso con ottiche inedite dove la prospettiva storica arrichisce la semplice cronaca. Prova ne è la sua ultima opera: La follia del partire, la follia del restare. Il disagio mentale nell’emigrazione italiana in Australia alla fine dell’Ottocento (Tau Editrice, 96 pp., 10 euro), dove l'autore indaga le ripercussioni emotive, sentimentali e mentali diffuse tra i migranti italiani che, dalla seconda metà del XIX secolo, si imbarcarono per l'Australia alla ricerca di una vita migliore.
La ricostruzione di queste esperienze - compiuta tramite le lettere degli immigrati, i registri degli "asili per lunatici" e altri documenti d'archivio in parte inediti - non si limita alla sola analisi storica ma ragiona su un tema quanto mai attuale: gli effetti collaterali che può subire a livello mentale chi ha abbandonato la propria patria per cercare un futuro diverso. Sono storie di fragilità e debolezza che riguardano anche la nostra contemporaneità e che troppo spesso sono amplificate da un certo tipo di cronaca (e di politica) che le strumentalizza, senza tentare di capire la profonda sofferenza che si cela dietro vicende drammatiche come solo la migrazione sa, purtroppo, essere. Un atteggiamento quest' ultimo che, come mette in guardia l'autore, rischia di alimentare un cultura dello scarto che va estendendosi sempre più anche nei rapporti tra uomini, con conseguenze che da drammatiche rischiano allora di diventare tragiche.
Abbiamo intervistato Simone Varisco per provare a capire cosa può insegnare a tutti il passato, in particolare a coloro che oggi devono affrontare la sfida dei flussi dei migranti che, nonostante la caduta di vecchi muri e la costruzione di nuove recinzioni, continuano a cercare una nuova speranza in Europa.
Perché questo libro e questo argomento?

Il libro nasce da una riflessione storica sull'emigrazione italiana, nella consapevolezza che tutta la storia umana è fatta di migrazioni, a volte diverse fra loro, a volte sorprendentemente simili. Rispetto alle destinazioni più celebri, come l'Europa centrale e le Americhe, l'Australia fu per gli italiani una meta poco ricorrente fino al secondo dopoguerra, e per questo ancora oggi poco indagata, sebbene l’Australia stia tornando ad essere un Paese di immigrazione italiana. Di più, il disagio mentale che inevitabilmente accompagna lo sradicamento di vita di chi si mette in viaggio è fra gli aspetti meno indagati del fenomeno migratorio, troppo spesso disumanizzato e ridotto a puro movimento di individui, a politica confinaria, a ricaduta economica. Ecco allora che indagare il migrante nella sua complessità psicologica, emotiva, affettiva, religiosa, può contribuire a restituire dignità e realismo a queste persone in viaggio.
A tuo avviso ci sono situazioni paragonabili tra ciò che racconti nel caso dell'Australia e ciò che vediamo ogni giorno alle porte dell'Europa?

Certamente. Tengo molto all'attualità di questo libro. Non racconta solo storie di persone vecchie di quasi duecento anni, ma può essere una chiave di interpretazione per quanto accade oggi sulla frontiera europea e nelle nostre città. Il pregiudizio, la lotta fra poveri, il rifiuto del difforme esistevano ieri come oggi. Alcuni fatti di cronaca ci ricordano, tragicamente, come la fragilità e la sofferenza non siano solo drammaticamente attuali, ma anche potenzialmente distruttive. Mi riferisco a crimini, spesso violenti e senza apparente ragione, commessi da alcuni migranti e rimbalzati per giorni sui mezzi d'informazione. Non è una giustificazione, naturalmente, ma ignorare le cause di certi comportamenti, come in gran parte è stato fatto sinora, certamente non aiuta ad evitarne di nuovi.
Cosa manca oggi all'Europa per renderla capace di percepire il fenomeno e affrontarlo con saggezza e lungimiranza?

Umanità e realismo. Umanità, per superare un comunitarismo omologante e un rifiuto economicistico e pregiudiziale, entrambi sconfitti dalla storia e dalla realtà, in favore della semplice – e al tempo stesso impegnativa – opzione della comunanza, del con-vivere più che del co-abitare, spesso controvoglia. È, in fondo, quanto distingue un gruppo di persone tenute insieme da elenchi di vincoli burocratici e rivendicazioni di infiniti diritti, da una famiglia, allargata sino all'umanità intera. In secondo luogo realismo, per rendersi conto che sempre più spesso i flussi migratori sono il prodotto di scelte egoistiche e omicide, talvolta accettate con indifferenza. Diviene sempre più evidente l'attualità di Freire, quando affermava che "la metà dell'umanità non dorme perché ha fame e l'altra perché ha paura di coloro che hanno fame". Se ti crolla – o ti viene fatto crollare – il soffitto in testa, è naturale spostarsi.
Quale potrebbe essere il ruolo della Chiesa, dei cristiani, del magistero?

La Chiesa è già una delle poche entità che oggi mantiene un vero legame con la realtà. L’esortazione più volte espressa dai Pontefici ad un impegno responsabile e serio e ad interessarsi in prima persona di quanto sta avvenendo alle soglie delle nostre case, spesso chiuse nell’indifferenza e nell’illusione che tutto stia accadendo un po’ più in là del nostro quotidiano, è fondamentale. Così come lo è il richiamo che fu di Giovanni Paolo II alla salvaguardia del diritto a non emigrare, a poter cioè godere di condizioni di vita pacifica e dignitosa nella propria patria. Nel contesto geopolitico attuale, ciò è dirompente. Al tempo stesso, il diritto ad emigrare è sancito dalla destinazione universale dei beni di questo mondo, come ricordato nella “Mater et Magistra” di Giovanni XXIII. Se alla politica spetta giustamente la regolamentazione dei flussi migratori, questa dovrebbe esser fatta a vantaggio di quanti migrano e di quanti accolgono. Sempre più raramente, però, questo orienta le scelte dei governi. Ai cristiani spettano allora la testimonianza e il coraggio: quelli che si concretizzano nell’accoglienza materiale, ma anche quelli che sanno diventare un «immischiarsi in politica» che sia guidato da una coscienza ben formata, per citare il Catechismo e il Santo Padre.