martedì 19 gennaio 2016

(Hyacinthe Destivelle, Assistente per la sezione orientale del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani) Soltanto cinque Chiese ortodosse sono slave, delle quattordici riconosciute come autocefale dall’ortodossia mondiale: il patriarcato di Mosca (che comprende varie Chiese autonome, in particolare in Ucraina e in Bielorussia), il patriarcato serbo, il patriarcato bulgaro, la Chiesa autocefala di Polonia e la Chiesa autocefala dei Territori Cechi e della Slovacchia. Tuttavia, per il numero dei fedeli, queste Chiese, indubbiamente molto diverse ma legate tra loro da una tradizione comune, hanno un peso considerevole nell’ortodossia mondiale; in effetti, oltre i due terzi dei fedeli ortodossi del mondo sono slavi. Le relazioni tra la Santa Sede e queste Chiese rappresentano dunque una posta in gioco del tutto particolare.
Dalla caduta della cortina di ferro, le relazioni tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse slave sono state segnate da varie difficoltà, di natura non tanto teologica, quanto psicologica: le ferite del passato sono ricomparse, così come i reciproci sospetti, spesso legati a questioni nazionali. Due orientamenti si sono rivelati particolarmente vitali per promuovere le relazioni ecumeniche con queste Chiese; da una parte, il lavoro di “purificazione della memoria” e, dall’altra, la promozione di un “ecumenismo culturale”. Queste sono le due dimensioni che desideriamo evocare nel presentare brevemente le relazioni tra la Santa Sede e alcune Chiese slave per il 2015, in particolare per ciò che concerne il patriarcato serbo e il patriarcato di Mosca.
Le relazioni ecumeniche sono state particolarmente dinamiche nel 2015 con la Chiesa ortodossa serba. Il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, si è recato due volte in Serbia e ha incontrato, in entrambe le occasioni, il patriarca Irinej. La prima visita, il 24 febbraio scorso, aveva come obiettivo quello di trasmettere al primate della Chiesa ortodossa serba la risposta di Papa Francesco circa la lettera inviatagli dal patriarca in merito alla canonizzazione del beato cardinale Alojzije Stepinac. Al riguardo, il cardinale ha reso nota la proposta del Santo Padre di creare un gruppo misto di lavoro incaricato di studiare la storia delle relazioni tra croati e serbi durante la seconda guerra mondiale al fine di contribuire alla «purificazione della memoria». Di fatti, le ferite reciproche nelle relazioni tra cattolici croati e ortodossi serbi rendono necessaria una rilettura comune della storia nel modo più oggettivo possibile. Tale rilettura sembra fondamentale soprattutto per ciò che concerne il ruolo svolto, durante la seconda guerra mondiale, dal beato Stepinac. L’intento di un simile gruppo di lavoro, il cui mandato, sotto il patrocinio della Santa Sede, dovrebbe essere portato a compimento in tempi brevi, non sarebbe dunque quello di interferire in un processo di canonizzazione, che è una questione interna delle Chiese, ma di favorire la purificazione della memoria, necessaria alla riconciliazione tra le Chiese e tra i popoli. È d’altronde grazie a un simile processo di rilettura comune della storia che è stato possibile cancellare le reciproche scomuniche del 1054 con un atto congiunto del beato Papa Paolo VI e del patriarca ecumenico Atenagora, il 7 dicembre 1965, di cui abbiamo celebrato quest’anno il cinquantesimo anniversario. Un altro esempio riuscito di questo processo in Europa centrale ci è fornito dalla commissione ceca Husovkà, che ha riletto, negli anni Novanta del secolo scorso, la storia dolorosa delle relazioni tra cattolici e ussiti.
Volendo dare un seguito a questa prima visita, il cardinale Koch è tornato in Serbia dal 25 al 29 maggio scorsi. Un’altra udienza con il patriarca Irinej, in presenza del metropolita Amfilohije del Montenegro e del vescovo Irinej di Novi Sad e di Bačka, ha permesso di approfondire la riflessione avviata nel mese di febbraio e di prendere atto dell’approvazione data dall’assemblea episcopale della Chiesa ortodossa serba alla proposta del Santo Padre. Ma questa seconda visita del cardinale Koch aveva come scopo anche quello di conoscere meglio la realtà ecumenica della Serbia. Accompagnato dal nunzio apostolico Orlando Antonini, il cardinale ha potuto incontrare l’insieme dei vescovi cattolici del Paese, così come il clero e i catechisti delle diocesi di Belgrado e di Subotica, e parlare insieme a loro della situazione ecumenica locale. Nel quadro di un convegno ecumenico organizzato nella Facoltà di teologia ortodossa di Belgrado in collaborazione con l’arcidiocesi cattolica della città, il cardinale ha tenuto una conferenza intitolata «Le prospettive del dialogo ecumenico con le Chiese ortodosse». Il porporato ha incontrato anche il presidente della Repubblica serba, Tomislav Nikolić, e il ministro degli Affari esteri, Ivica Dačić. La visita ha dato modo di parlare anche di alcuni aspetti dell’ecumenismo culturale con la Chiesa ortodossa serba, e in particolare degli scambi realizzati tra la Facoltà di teologia di Belgrado e quella della Pontificia Università Lateranense nel quadro di una convenzione firmata nel 2004 tra i due istituti, come pure dei progetti di collaborazione con la Biblioteca Apostolica Vaticana, lanciati durante la visita dell’arcivescovo Jean-Louis Bruguès, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, nel settembre 2014.
Nel luglio 2015, i membri del Consiglio permanente della Conferenza episcopale croata si sono recati a Roma per incontrare il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e il cardinale Koch, al fine di discutere il compito e le possibilità di concretizzazione del gruppo misto di lavoro storico.
In risposta alle visite del cardinale Koch in Serbia, una delegazione del santo sinodo della Chiesa ortodossa serba è venuta a Roma il 16 gennaio 2016 per presentare alcune proposte relative alla futura composizione del gruppo misto di lavoro. La delegazione, composta dal metropolita Amfilohije del Montenegro, dal vescovo Irinej di Novi Sad e di Bačka, e da Darko Tanasković, già ambasciatore di Serbia presso la Santa Sede, è stata ricevuta in udienza privata dal Santo Padre e ha incontrato anche il cardinale Koch. È auspicabile che il gruppo possa iniziare nel 2016, nella speranza che esso contribuirà alla più ampia riconciliazione tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse a livello mondiale.
Ci auguriamo altresì che questo processo di rilettura comune della storia possa servire da modello ad altre situazioni in cui la memoria è tuttora lacerata dalle ferite del passato. È il caso, senza dubbio, dell’Ucraina, segnata da una dolorosa storia di relazioni interconfessionali, in particolare tra la Chiesa greco-cattolica ucraina e la Chiesa ortodossa ucraina del patriarcato di Mosca: la storia dell’“uniatismo”, ma anche i fatti della seconda guerra mondiale e il “concilio di Lviv” del 1946 continuano a gravare sulle relazioni ecumeniche. La questione della memoria e della riconciliazione è stata giustamente al centro della quindicesima edizione del simposio internazionale Assumption Readings, intitolato «Verità, memoria, riconciliazione», organizzato dal 22 al 25 settembre 2015 a Kiev dal Centro San Clemente “Comunione e dialogo delle culture” con il patrocinio del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.
Anche le relazioni tra la Santa Sede e il patriarcato di Mosca si sono considerevolmente intensificate durante il 2015. Gli scambi di delegazioni si sono moltiplicati. Basti menzionare che il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento delle relazioni esterne del patriarcato di Mosca, è venuto quattro volte a Roma durante lo scorso anno e ha incontrato Papa Francesco in udienza privata due volte (il 15 giugno e il 21 ottobre), come pure il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato (il 26 giugno) e il cardinale Koch in varie occasioni. Due di queste visite avevano come scopo la partecipazione ai lavori del Gruppo di redazione (24-26 giugno) e del Comitato di coordinamento della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa (14-18 settembre), in seguito all’ultima assemblea plenaria riunitasi nel settembre 2014 ad Amman, Giordania. L’ultima visita del metropolita (19-21 ottobre) prevedeva la sua partecipazione, come delegato fraterno, alla quattordicesima assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi.
Le relazioni si sono rafforzate soprattutto nel campo di ciò che può essere definito “ecumenismo culturale”. Questo tipo di ecumenismo, parallelamente ad altre forme di ecumenismo — teologico, spirituale, pratico e pastorale — sembra particolarmente promettente nelle relazioni tra la Santa Sede e il patriarcato di Mosca. Un gruppo misto di coordinamento dei progetti culturali tra la Santa Sede e il patriarcato di Mosca, creato dietro iniziativa del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e del Dipartimento delle relazioni esterne del patriarcato, si è riunito per la prima volta a Mosca il 20 febbraio scorso. La delegazione della Santa Sede comprendeva rappresentanti di vari dicasteri: il vescovo Carlos Alberto de Pinho Moreira Azevedo, delegato del Pontificio Consiglio della cultura, don Andrea Ciucci, del Pontificio Consiglio della famiglia, e il sottoscritto come rappresentante del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Da parte della Chiesa ortodossa russa, erano presenti, con il coordinamento del Dipartimento delle relazioni esterne, rappresentanti di diverse strutture del patriarcato. Questa prima riunione del gruppo di coordinamento ha permesso di lanciare tre progetti, che sono stati poi realizzati nel corso del 2015.
Il primo progetto riguardava un corso estivo a Mosca per sacerdoti cattolici. Per la prima volta, il patriarcato di Mosca, in collaborazione con il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha invitato in Russia, dal 30 agosto al 13 settembre, dieci giovani sacerdoti e seminaristi cattolici di varie nazionalità, iscritti in diverse università pontificie romane. Ispirandosi al modello del soggiorno offerto da anni dall’Apostolikìa Diakonìa del Santo sinodo della Chiesa di Grecia, il corso estivo ha come scopo l’apprendimento della lingua russa, ma anche e soprattutto la scoperta della cultura e della spiritualità russe. Sono state organizzate varie visite ai luoghi santi dell’ortodossia russa, in particolare alla laura della Trinità di San Sergio, nei pressi di Mosca, e al monastero di Diveevo, celebre per la presenza di san Serafim di Sarov. Durante il loro soggiorno in Russia, gli studenti cattolici hanno avuto anche numerosi incontri con vescovi, sacerdoti e religiosi russi, tra cui il metropolita Hilarion, il vescovo Savva di Voskresensk e il metropolita Georgij di Nijni Novgorod. Il gruppo ha unanimemente apprezzato questa esperienza di iniziazione all’ortodossia russa, che dovrebbe ripetersi nel 2016.
Due altri progetti, in campo artistico, sono stati organizzati congiuntamente dal dipartimento delle relazioni esterne del patriarcato di Mosca e dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani nel dicembre 2015. Presso il Palazzo della Cancelleria è stata allestita una mostra di opere del pittore russo contemporaneo Vasily Nesterenko, autore dei grandiosi affreschi della cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca, dal titolo «La luce del Cristo illumina ogni uomo». E nella basilica papale di San Giovanni in Laterano, il 17 dicembre 2015, si è tenuto un concerto ecumenico congiunto, intitolato «Ut unum sint», in cui la Cappella musicale pontificia “Sistina” e il Coro sinodale del patriarcato di Mosca hanno eseguito brani di musica sacra dell’Oriente e dell’Occidente.
In occasione di questo concerto, il cardinale Koch ha definito l’ecumenismo culturale con le seguenti parole: «Questo tipo di ecumenismo si basa sulla constatazione che le differenze culturali, purtroppo, hanno a volte generato incomprensioni tra cristiani di tradizioni diverse. Conoscere la cultura degli altri cristiani è dunque indispensabile per comprendere meglio il modo in cui essi percepiscono il messaggio evangelico e per capire che, al di là delle legittime differenze culturali, condividiamo una stessa fede cristiana espressa diversamente a seconda del genio specifico di ogni popolo e di ogni tradizione. Quando si tratta di arte sacra, questo approccio ci permette addirittura di pregustare già una certa comunione, che acuisce in noi il desiderio della piena unità». Possiamo solo augurarci che l’anno in corso ci conceda la grazia di accrescere in noi questo desiderio di unità, «perché il mondo creda» (Giovanni, 17, 21).
L'Osservatore Romano, 19 gennaio 2016.