giovedì 12 novembre 2015

Corea del Sud
Un convegno sul martirio nella Chiesa coreana. Quando l’unico missionario è un libro
L'Osservatore Romano
(Silvia Guidi) Una riflessione sul miracolo della fede in Corea, diffusa “per contagio” grazie alla lettura di libri scritti in cinese in cui si parlava di una religione esotica ma affascinante e integralmente corrispondente al profondo desiderio di bene, di salvezza e di amore che ogni essere umano ha dentro di sé, il cristianesimo.
A un anno dal viaggio del Papa nella penisola che chiude il Mar del Giappone, il convegno «Ricordo e Speranza. Un punto di vista sul martirio» — organizzato l’11 novembre scorso dalla Pontificia università Gregoriana in collaborazione con l’ambasciatore di Corea presso la Santa Sede Kyung-surk Kim — ha ricordato il “caso Joseon”.
Un caso unico al mondo, ha ribadito monsignor Lazzaro You Heung-Sik, vescovo di Daejeon, nel suo intervento introduttivo, in cui la grazia divina ha agito, per così dire, senza intermediari, e la Chiesa locale è fiorita senza l’aiuto immediato di missionari, ma grazie a un gruppo di studiosi alla ricerca di una verità religiosa in cui credere. Un piccolo gruppo di pionieri dello Spirito, mosso in un primo momento solo dalla curiosità intellettuale, che con il passare del tempo avrebbe cercato di conoscere sempre di più e di vivere sempre più concretamente il cristianesimo, fino ad accettare il martirio pur di non rinnegare la fede in Gesù.
In questo senso, in modo particolare — ha spiegato ancora monsignor Lazzaro You Heung-Sik — la storia della Chiesa in Corea è molto simile a quella della Chiesa nei primi secoli, nel suo impatto con la cultura greco-romana. Il martirio mostra come la fede che affida tutto a Dio rende possibile la trasformazione integrale di chi la sperimenta e un coraggio altrimenti incomprensibile.
«La vita dei martiri coreani — ha proseguito Lazzaro You Heung-Sik — ha stupito e commosso i missionari arrivati ormai dopo che la fede era diffusa. Ciò che li ha impressionati è stata la vita coraggiosa dei cristiani che condividevano i beni e liberavano gli schiavi per testimoniare la fede in mezzo a una società rigorosamente aristocratica che arrivava a togliere lo stato di nobile a chi faceva una cosa del genere».
Una scelta, ci tiene a precisare il vescovo di Daejeon, non motivata da un’ideologia sociale riformatrice né dalla speranza nel regno di Dio imminente, ma nata «facendo l’esperienza che la vita veniva trasformata dall’amore di Dio, all’origine di tutte le cose». La nuova fede non ha cancellato l’eredità della cultura tradizionale, ma l’ha valorizzata e purificata portandola a compimento: i valori della fedeltà (chung) e del rispetto filiale (hyo) hanno costituito il fondamento della fedeltà e del rispetto filiale a Dio.
Il martirio, hanno ribadito con argomentazioni i relatori — oltre al vescovo di Daejeon, sono intervenuti anche Juliana Seon Hye Choi (Università Cattolica di Corea) e Ignazio Kwang Cho (Korea University), introdotti dai saluti del cardinale Francesco Monterisi, arciprete emerito della basilica di San Paolo fuori le Mura, già nunzio apostolico in Corea negli anni Ottanta, e di monsignor Savio Hon Tai-Fai, segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli — rivela il mistero dell’esistenza di Dio.
E la storia unica della Chiesa in Corea mostra il mistero del dialogo di Dio con ogni singola persona, capace di oltrepassare ogni distanza culturale e ogni processo filosofico e scientifico umano. Il mistero di Dio, ha ribadito il vescovo di Daejeon, arriva per primo e si dona al cuore dell’uomo, aprendolo a una conoscenza nuova.
«Da quando ho sperimentato l’amore di Gesù, il mio unico desiderio è amare il Signore» scrive John Park Who-jae nella lettera di addio ai familiari prima di affrontare il martirio, nel 1839, una delle tante testimonianze citate nella relazione di Juliana Seon Hye Choi. Testi intensi, semplici e toccanti, ma utili anche come suggerimento di metodo per chi li legge a secoli di distanza.
Il rischio è considerare il martire come un fossile, prezioso ma inerte, un oggetto da museo, un ricordo poetico relegato al passato, quando invece, come ripete spesso Papa Francesco, la persecuzione che minaccia oggi la libertà della fede cristiana è più violenta di quella che tentò di spazzare via il cristianesimo antico. Ogni movimento contro la parola e l’opera dello Spirito Santo è persecuzione, ha ribadito monsignor Lazzaro You Heung-Sik, e di conseguenza «dobbiamo prendere la mano di Dio che ci incoraggia al martirio contro il successo a ogni costo, nelle sfide quotidiane apparentemente piccole ma decisive, e far risplendere la luce di un martirio pratico, non meno eroico di quello dei nostri predecessori».
L'Osservatore Romano, 13 novembre 2015.