mercoledì 14 ottobre 2015

Il Foglio
(Giuliano Ferrara) La risposta fu un rotondo e argomentato "no" all' omologazione del pensiero e della predicazione e dell' azione della chiesa cattolica nelle procedure di vita e nei criteri di etica prevalenti nel mondo con temporaneo. E siamo sempre lì. Francesco ha governato la discussione del Sinodo straordinario dello scorso autunno con sapienza. Ha visto, osservato, considerato con attenzione quel che avevano da dirgli i fedeli, con i questionari diffusi nelle parrocchie, e i padri sinodali. Ha messo sul piatto della bilancia il sensus fidelium, cioè quel deposito di fede e di senso che parte dal popolo o popolo di Dio in cammino, e la funzione di madre e maestra gerarchica della chiesa, che non è un' istituzione repressiva, come pensa la subcultura laicista andante, ma è un soggetto teandrico (per metà trascendente e per metà antropocentrico) della storia del cristianesimo. Per usare termini cari al Giornalismo Collettivo, il Papa ha mediato spinte diverse: quelle che vogliono abbattere il sacramento dell' eucaristia nel suo fondamento matrimoniale (riconoscendone la legittimità per i divorziati risposati civilmente, dunque in situazione di peccato contro il precetto dei precetti contenuto nel vangelo); quelle che si oppongono a questa trasformazione della dottrina di sempre in nome della pastorale di oggi, cioè di una scelta di benevolenza verso un problema sociale diffuso, vista la condizione pietosa della famiglia e del matrimonio tradizionali. Ora si ricomincia, e si conclude, aspettando poi che sia il Papa a decidere. Ma cercando, dicono alcuni, di predeterminare il risultato della discussione; o sforzandosi, dicono altri, di impedire al Papa una decisione di rottura e di riforma. Il cardinale Müller, che è il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede e un sobrio teolo go ratzingeriano, ha detto che su questioni di questa natura si consumò cinquecento anni fa la scissione protestante, con la fatale divisione della cristianità europea, dunque bisogna fare parecchio attenzione. Il cardinale Kasper, capofila teologico dei riformisti, che aveva impostato ab origine il Sinodo sulle sue idee (e il cui rapporto segreto al Concistoro, richiesto dal Papa, fu pubblicato dal Foglio), sostiene invece che bisogna fare il grande salto e che la chiesa non reggerebbe un nuovo stallo, come al tempo della Humanae vitae. Ed è convinto, come dice a Raffaele Luise nel suo fresco e intelligente libro apologetico su Papa Francesco, appena pubblicato, che i ve ri nemici del Papa sono quelli, cioè noi, che dicono che "questo Papa piace troppo". Sulla questione di fondo, vedremo nel decorrere delle generazioni chi avrà avuto ragione. Ma sui nemici del Papa, parola d' onore, Kasper si sbaglia. Qui si è nemici non già del Pontefice ma del piacionismo e del dilettantismo morale che ispira l' agiografia quotidiana del Papa della misericordia: nessuno, come disse Valéry Giscard d' Estaing a François Mitterrand in un famoso dibattito televisivo, ha il "monopolio del cuore". Tantomeno i laici modernisti che chiedono alla chiesa un cristianesimo vuoto, solo del cuore e non della ragione, una fede priva di conseguenze.