martedì 27 ottobre 2015

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Francesco Gagliano) Sono passati 50 anni dalla pubblicazione della Nostra aetate, una delle Dichiarazioni più significative di un evento epocale per la Chiesa Cattolica: il Concilio Vaticano II; evento che nella parte finale del Sinodo - che si è chiuso domenica scorsa - è tornato prepotentemente, aleggiando come un soffio sui padri sinodali a tal punto che sono in molti a pensare che le allocuzioni commemorative del 17 ottobre scorso - del Papa e del cardinale austriaco Christoph Schönborn - non sono estranee alla riuscita dell'assemblea sinodale, che nelle prime due settimane sembrava intrappolata nella palude.
La Dichiarazione conciliare sarà ricordata domani, giorno della ricorrenza, con una singolare e mai vista Udienza generale interreligiosa presieduta da Papa Francesco in Piazza San Pietro. Il Santo Padre, ricorda l'Osservatore Romano, mercoledì 28  "incontrerà fratelli e sorelle di diverse religioni e i partecipanti al convegno internazionale organizzato per la circostanza dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, assieme alla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo (del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani) e alla Pontificia università Gregoriana". (Alcuni interventi)
Giovedì 28 ottobre 1965
50 anni fa, giovedì 28 ottobre 1965, il Concilio approvò la Dichiarazione Nostra aetate con 2221 voti favorevoli, 88 contrari e uno nullo. (1) Quando Papa Montini promulgò questo e altri documenti conciliari esclamò:"La Chiesa parla, la Chiesa prega, la Chiesa cresce, la Chiesa si costruisce». La Nostra aetate,  Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le Religioni non Cristiane, conobbe - ricordò poi il cardinale Francis Arinze- un iter arduo e spesso difficile. Qualcuno dice che dopo un anno di lavoro preparatorio il testo si componeva di poche pagine. Nel 1963 il testo, lungo poco più di una facciata, venne distribuito in aula come IV capitolo dello Schema sull’Ecumenismo. "Nostra Aetate - osseva il porporato africano - fonda le sue radici nel capitolo 4 dello Schema originale del Concilio Vaticano Secondo sull’Ecumenismo. All’inizio era stato concepito per eseguire il desiderio di Papa Giovanni XXIII di una dichiarazione sugli Ebrei. Poiché questo non sarebbe però ricaduto in senso stretto sotto il tema dell’ecumenismo, prevalse presto l’idea di fare un documento a parte. Anche i contenuti vennero estesi. Mentre i Padri conciliari dell’Europa e degli Stati Uniti pensavano alle relazioni con gli Ebrei, quelli del mondo arabo avvertivano una diversa reazione dai Musulmani, per cui difesero l’idea che almeno si discutessero nello stesso documento le relazioni tanto con gli Ebrei che con i Musulmani. Per di più i Padri del Concilio, specie dall’Asia e dall’Africa, pensavano alle altre religioni del mondo."

Riflessi di verità
Per la prima volta nella sua storia bi-millenaria, la Chiesa - con la Nostra aetate - apriva un fraterno dialogo con le altre religioni riconoscendo “riflessi di verità” in alcune di esse (induismo, buddismo) e inaugurando una nuova stagione di dialogo con le altri due grandi fedi monoteiste e abramitiche: l’Islam e l’Ebraismo. (2) Una sfida non facile. La religione musulmana era stata l’eterna rivale di quella cristiana per buona parte della storia e non erano poi passati molti secoli da quando musulmano e cristiano erano sinonimi di “infedele”. Nella Dichiarazione tuttavia si sottolineavano le numerose affinità tra le fedi  monoteiste e abramitiche (3) e non si esitava a sottolineare che “se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”.

Il popolo ebraico
Lo stesso spirito di reciproca comprensione e la stessa volontà di superare il passato permeano i nuovi rapporti con l’ebraismo. Il popolo ebraico è quello con cui Dio ha stretto la prima Alleanza e la Chiesa stessa “si nutre dalla radice dell'ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico che sono i gentili. La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso”. Una metafora potente, i gentili si sono innestati sul tronco dell’ulivo buono del popolo ebraico, che per primo beneficiò della misericordia di Dio. Ma il documento conciliare non si esaurisce così; erano passati solo 20 anni dagli orrori dell’Olocausto ed era vitale per la Chiesa condannare apertamente una pagina così oscura di un passato così prossimo. Si agì su due fronti: condannando le persecuzioni e superando l’antico pregiudizio nei confronti del popolo cosiddetto "deicida": “la Chiesa, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque”. Premessa a questo passaggio fondamentale è un’altra breve ma decisiva dichiarazione: “se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo”. È con queste poche righe che ogni riferimento negativo al popolo ebraico, già abolito da Giovanni XXIII nel 1959 nel corso di una celebrazione eucaristica, venne eliminato una volta per tutte con l’introduzione della nuova liturgia in lingua volgare voluta da Paolo VI nel 1970.
L’ eredità della Nostra aetate è quindi preziosa e quanto mai attuale e su questo si riflette in questi giorni. Oltre al Simposio presso l’Università Pontificia Università Gregoriana dal 26 al 28 ottobre il 29 ottobre si terrà inoltre un forum sul tema «L’importanza del continuo impegno interreligioso nella lotta contro l’intolleranza» organizzato dall’Ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede e dalla John Cabot University, in cui prenderanno parola rappresentanti cattolici, ebrei e musulmani. Infine, si terrà a Castel Gandolfo dal 28 ottobre all’1 novembre l’assemblea europea  di «Religioni per la Pace» dal titolo «Accogliere l’altro: dalla paura alla fiducia». Perché l’accoglienza è l’unico strumento che, in armonia con il Concilio, possa scongiurare “qualsiasi discriminazione tra gli uomini e persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione”. E così la Chiesa “seguendo le tracce dei santi apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i cristiani che, « mantenendo tra le genti una condotta impeccabile » (1 Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini affinché siano realmente figli del Padre che è nei Cieli”.
Note
(1) Nella stessa data fuono approvati i decreti Optatam totius, Perfectae caritatis, Christus Dominus e la dichiarazione Gravissimum educationis.

(2) Quello che ne risultò alla fine fu un breve documento articolato in cinque paragrafi. I paragrafi 1 e 5 si applicano a tutte le religioni. Il paragrafo 2 è sull’Induismo, il Buddismo e altre religioni. I musulmani sono ricordati nel paragrafo 3 e gli Ebrei nel paragrafo 4. 
(3) Il testo non usa l'espressione "abramitiche". Parla di Abramo.