mercoledì 14 ottobre 2015

Francia
Seminaristi di tutto il mondo a Lourdes. Laboratorio di vocazioni
L'Osservatore Romano
(Roberto Villa, Cappellano del servizio giovani del santuario di Lourdes) Ho vissuto la gioia e la responsabilità dell’accoglienza e dell’accompagnamento dei seminaristi in servizio a Lourdes, durante i pellegrinaggi svoltisi nei mesi di luglio, agosto e nella prima metà di settembre di quest’anno.
Il tema pastorale annuale: «Lourdes, la gioia della missione», ha fatto da sfondo a questa iniziativa — promossa e incoraggiata dalla Congregazione per il clero — in continuità con le precedenti. Mi sembra di poter affermare che la questione vocazionale non è isolata dall’esperienza degli innumerevoli pellegrini e tra questi anche dei molteplici giovani (oltre sessantamila) che ogni estate, durante la stagione dei pellegrinaggi, approdano al santuario mariano. A Lourdes esiste un laboratorio permanente di ricerca e di animazione proposto dalla Chiesa francese: il “padiglione vocazioni”. La stessa Chiesa in Francia ha celebrato recentemente un convegno che ha visto la partecipazione gioiosa e attiva di ben settecento seminaristi accompagnati dai loro formatori e rispettivi vescovi diocesani, per rilanciare la presenza dei giovani seminaristi in aperto dialogo con il servizio di pastorale giovanile e quello vocazionale.
La conversione cui Maria ci richiama qui, a Lourdes, è anzitutto una chiamata per la vita, a vivere, non a «vivacchiare», come testimoniava il beato Piergiorgio Frassati. La vita, è la prima autentica chiamata. Si potrebbe confondere la vocazione specifica al sacerdozio o alla vita consacrata vivendola come grande generosità personale, ma questo assomiglia più al volontariato, e dopo alcuni anni decidere di uscire, perché non è la risposta a una chiamata che viene dall’alto. Diffondere, dunque, una cultura della vocazione come risposta all’amore del Signore, che si trasformi gradualmente in quell’«amare senza misura», come insegna santa Bernardetta a Lourdes, è la sfida sempre aperta in cui ognuno impara a riconoscere il proprio percorso cui essere fedele per sempre.
Ben 130 sono stati i seminaristi che hanno partecipato all’iniziativa, proveniente da diverse diocesi di Francia, Italia, Spagna, Germania, Inghilterra, Svizzera, Belgio e Olanda, e tra questi alcuni di nazionalità extraeuropea: Stati Uniti d’America, Cina, Vietnam, India, Argentina, Colombia, Giamaica, Congo, Togo, Libano, residenti per lo più nei seminari di Francia. A essi si sono aggiunti una dozzina di giovani sacerdoti francesi, di recente ordinazione, che si sono alternati per fare esperienza presso la cappella della riconciliazione.
Tutti sono stati ospitati nella Casa Marta e Maria, dove mi è stata affidata la responsabilità di accoglierli e di accompagnarli. In un clima di fraternità, abbiamo potuto vivere la gioia della vocazione e della missione. Non si è trattato di duplicare il seminario, quanto piuttosto di vivere in un clima di accoglienza reciproca alla luce del comandamento di Gesù, riconoscendoci suoi discepoli dalla preghiera comune a inizio e a conclusione della giornata, preghiera scandita in tutte le lingue di provenienza, e dal canto, all’ascolto della Parola. Ciò ha permesso a ognuno di scoprire come la chiamata del Signore raggiunga i confini di ogni cuore e di ogni nazionalità, “convocandoci in uno”. «Superate le mie timidezze — ha detto un seminarista di nome Michele — mi sono sentito incoraggiato a diventare amico di tutti: “buttati, non avere paura...!”, mi sono sentito dire. Subito ho pensato ai seminaristi cinesi: impossibile avvicinarli! Ora che l’esperienza è conclusa posso davvero dire di aver parlato con tutti, anche con i cinesi. Basta vergogna, basta paura; sono chiamato ad andare verso l’altro, lui può fare del bene a me e io posso fare del bene a lui. Così l’incontro con altre lingue, altri modi di pensare, altre culture mi ha davvero aperto nuovi orizzonti e mi ha fatto comprendere che in fondo il linguaggio comune è quello di Gesù, l’Amore, l’unico che ci ha unito tutti, come in una grande famiglia nella casa di Maria e Marta».
I pasti condivisi, la sobrietà dell’ambiente, il servizio all’interno dell’abitazione e la ricchezza della testimonianza reciproca hanno alimentato l’entusiasmo dello stare insieme. «Ogni giorno il Signore mi ha donato tanto; anche attraverso la conoscenza di altri seminaristi di varie nazioni — ha raccontato Gianfranco — ho vissuto la gioia della fratellanza universale, del servizio, della relazione reciproca nonostante lingue e culture diverse. Ho visto quanta fede c’è nel mondo seppure sembri che oggi non ce ne sia quasi più. Ho visto come Gesù operi per mezzo della Madre sua, la quale raccoglie migliaia e migliaia di persone sparse ovunque, per portarle sulla via della verità».
Ciascuno si è sentito spinto con generosità all’incontro con gli altri e con i pellegrini che ogni giorno attendevano di essere accolti nelle piscine, accompagnati nelle catechesi, sul cammino della croce, sui luoghi dell’umile vita di Bernardetta, della sua famiglia (prima culla di ogni vocazione), le celebrazioni liturgiche internazionali e nazionali, l’adorazione eucaristica. La preghiera e il tempo di riflessione personale trascorsi alla grotta, i colloqui personali e il sacramento della riconciliazione hanno permesso di rileggere il vissuto di un anno di seminario e di ringraziare Dio per i doni ricevuti. Molto sentiti gli accompagnamenti dei giovani e particolarmente vissuti i momenti di convivialità con l’équipe di pastorale giovanile e vocazionale, con le comunità dei giovani in recupero dalle diverse dipendenze, con le monache dei monasteri di Betlemme e del Carmelo.
L'Osservatore Romano, 14 ottobre 2015