lunedì 5 ottobre 2015

Africa
(a cura Redazione "Il sismografo")
Il dialogo interculturale tra Africa e Occidente potrebbe davvero aiutarci a comprendere il valore della reciprocità e cioè che loro hanno bisogno di noi, tanto quanto noi abbiamo bisogno di loro. (...) Sta di fatto che parlando di Africa, viene quasi istintivo un po’ a tutti immaginare la progettualità in termini univoci, quasi dovesse essere tutta rivolta sul campo, “in terra di missione”, laddove il moltiplicarsi delle emergenze umanitarie è sintomatico del malessere d’intere popolazioni.
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Domanda:  A suo giudizio il Magistero sociale di Papa Francesco che impatto sta avendo e avrà nel mondo africano? Su quali temi dovrebbe puntare il Pontefice nella visita ai tre paesi?
Risposta: Anzitutto le posso assicurare che il recente intervento del Santo Padre all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha avuto una notevole risonanza in Africa perché ha affrontato le questioni scottanti che toccano da vicino l’intero continente. Papa Francesco, in fondo, si è presentato come portavoce degli ultimi, di coloro che vivono nelle periferie del mondo, anche quelle africane! Ha invitato a non limitarsi ai buoni propositi o stilare statistiche. Ha chiesto, piuttosto di passare dalle parole ai fatti.
E sono certo che andando in Africa per la prima volta nell’esercizio del suo ministero petrino, papa Francesco saprà scuotere le coscienze ancora una volta. I temi, per così dire sensibili, dal punto di vista della dottrina sociale, sono molti.  Ad esempio quello della pace. È bene rammentare che negli ultimi 50 anni, l’Africa è stato il continente in cui si sono combattute più guerre. Le basti pensare che le spese militari in Africa sono aumentate nel 2014 del 5,9%, in particolare in Algeria e Angola, rispettivamente con 12% e 6,7%.  Altra questione scottante è quella della solidarietà che purtroppo ha spesso una valenza troppo assistenziale e ancora non sufficientemente protesa allo sviluppo sostenibile. Alla solidarietà è connessa la cooperazione  allo sviluppo. Costituendo un “ponte tra i popoli”, quest’ultima dovrebbe essere recepita anche nella sua dimensione bilaterale di reciprocità, in quanto scambio tra le parti. Sta di fatto che parlando di Africa, viene quasi istintivo un po’ a tutti immaginare la progettualità in termini univoci, quasi dovesse essere tutta rivolta sul campo, “in terra di missione”, laddove il moltiplicarsi delle emergenze umanitarie è sintomatico del malessere d’intere popolazioni. Eppure, questa visione non solo è riduttiva, ma mortifica l’immagine dell’Africa rendendola per lo più negativa e agglutinata. Ciò esige non solo una critica nei confronti del sistema massmediale che, riciclando i soliti stereotipi, danneggia le società africane, ma anche l’impegno a promuovere una ricerca sul patrimonio di verità di cui esse sono portatrici. D’altronde, come rileva il sociologo ivoriano Assouman Yao Honoré “i Paesi africani partecipano con specifici e forti contributi allo sviluppo complessivo del pianeta”. Ed è proprio in questa prospettiva che andrebbero valorizzate fortemente, tanto per citarne alcune, la letteratura, la musica e la cinematografia africana. Cosa dire poi della diaspora africana, disseminata un po’ ovunque nel mondo? In effetti, questo tema viene solitamente trattato dalla grande stampa stigmatizzando esclusivamente gli aspetti negativi connessi alla emorragia di capitale umano. Sarebbe invece opportuno individuare in esso le potenzialità che esso rappresenta in termini di crescita economica e di sviluppo dei Paesi africani. Uno straordinario deposito di intelligenza, costituito da intellettuali, professionisti e studenti universitari, che potrebbe essere proficuamente messo a disposizione per il progresso dell'intero continente e del mondo, anche in termini di risorse finanziarie e di trasformazione del capitale cognitivo in capitale economico. Ma per invertire la fuga di personale qualificato – meglio conosciuta con il nome di “brain drain” - attraverso l'emigrazione da un Paese verso altri, potrebbe davvero essere strategico il ruolo delle politiche di cooperazione allo sviluppo dei Paesi industrializzati. S’impone in effetti l’esigenza di un salto di qualità nelle forme d’intervento solidaristico, investendo risorse nella prevenzione di ogni genere di calamità. Siamo un po’ tutti avvezzi ai laconici appelli, lanciati con scadenze stagionali, tre, quattro volte l’anno, per scongiurare le solite carestie di sempre: dal Sahel al Corno d’Africa, o ancor più a meridione, nel settore australe del continente. Gli aiuti di emergenza dovrebbero, in primo luogo, contribuire a liberare le popolazioni dalla loro dipendenza. A tal fine, non possono prescindere da progetti che mirino a premunire le popolazioni colpite da future penurie alimentari e altre pandemie. È per questo che sarebbe necessaria una maggiore valorizzazione dell’intelligentia africana nella consapevolezza che Nord e Sud del mondo hanno un destino comune. Occorre infatti investire maggiori risorse umane e finanziarie, al di là delle logiche assistenziali di cui sopra, nella consapevolezza che tutti davvero abbiamo da imparare con il contributo, perché no, della diaspora africana. Non a caso, l'antropologo Louis Dumont riteneva che la differenza fondamentale tra le società tradizionali e quella moderna consista proprio nel fatto che nelle prime i rapporti più importanti sono quelli tra esseri umani, mentre nella seconda tutto risieda nei rapporti tra uomini e cose. Il dialogo interculturale tra Africa e Occidente pertanto potrebbe davvero aiutarci a comprendere il valore della reciprocità e cioè che loro hanno bisogno di noi, tanto quanto noi abbiamo bisogno di loro.  Dulcis in fundo, sono certo che papa Francesco porrà l’attenzione anche sulla questione economica che rappresenta per l’Africa Subsahariana la vexata et tormentata quaestio. I nuovi programmi d’investimento, ad esempio, non sono stati associati ad organici piani di sviluppo nazionali, col risultato che sono state costruite opere infrastrutturali – vere e proprie cattedrali nel deserto - slegate le une dalle altre, o iniziative imprenditoriali a sé stanti e dunque esposte all’azione predatoria di potentati internazionali, soprattutto sul versante delle commodity (materie prime e fonti energetiche). E cosa dire dell’esclusione sociale? In un paese come il Kenya, ad esempio, l’1% della popolazione, di fatto, ha il controllo di oltre il 70% della ricchezza nazionale. Dulcis in fundo vorrei segnalare un’esperienza che, a mio avviso andrebbe fatta conoscere e promossa anche in altri paesi africani. Mi riferisco all’Istituto del Social Ministry, una sorta di università del “Terzo Settore” presso il Tangaza College, nell’ambito dell’Università Cattolica di Nairobi, con l’intento dichiarato di promuovere l’apostolato sociale inteso come sviluppo globale, in risposta alle nuove esigenze dello sviluppo, alla luce delle istanze del Magistero Sociale della Chiesa. Qui gli studenti appartengono a congregazioni missionarie e religiose, ma vi sono anche molti laici. Frequentano i corsi del Social Ministry perché hanno capito che la missione della Chiesa deve uscire dagli ambiti tradizionali per espandersi nel mondo del lavoro, della politica e del sociale. Si studiano ad esempio forme di governance solidale e nuove strategie di sviluppo sostenibile. Gli allievi, al termine degli studi hanno le carte in regola sia per entrare a pieno titolo in organizzazioni umanitarie, di sviluppo o impegnate nella difesa dei diritti umani. I laici, in particolare finiscono nella pubblica amministrazione con la voglia d’infondere i semi del Vangelo nella gestione della res publica.  Insomma, credo sia chiaro che l'Africa ha davvero i numeri per farcela e sono fiducioso che possa essere il continente della speranza. 

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