sabato 5 settembre 2015

Francia
Misericordia e cammino ecumenico di fratel Roger. Viveva quello che diceva
L'Osservatore Romano
Pubblichiamo una nostra traduzione della parte iniziale e delle conclusioni dell’intervento del cardinale presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani che sabato 5 ha concluso a Taizé i lavori del seminario internazionale dedicato al contributo di fratel Roger al pensiero teologico. All’incontro hanno partecipato 250 giovani teologhe e teologi di molti Paesi.
(Walter Kasper) Recentemente abbiamo commemorato il decimo anniversario della morte di fratel Roger, uno dei fari del secolo scorso e dell’inizio del secolo attuale, faro dell’unità dei cristiani e della solidarietà fra tutti gli uomini. Era davvero un uomo di Dio e un grande amico degli uomini, soprattutto di voi, la giovane generazione, un faro che ha indicato profeticamente il cammino verso il futuro senza abbandonare l’eredità del passato, un grande uomo e un grande cristiano, umile e generoso, pio e coraggioso, un vero testimone di Gesù Cristo.

In questi ultimi giorni avete dibattuto la teologia di fratel Roger. Permettete anche a me di dire alcune parole al riguardo. Mi ricordo bene del mio primo incontro personale con lui. È stato subito dopo la mia ordinazione episcopale nel 1989. Fratel Roger mi ha allora scritto una brevissima lettera per invitarmi a venire a Taizé. Non sapevo il perché di quell’invito, rivolto a un vescovo appena eletto. Certo, ero già stato una volta a Taizé e sapevo tante cose meravigliose su questa comunità. Allora mi sono messo in cammino una seconda volta.
Nella sua camera fratel Roger mi ha salutato come un padre. Ma, invece di iniziare a chiacchierare su cose banali — come sta, come è andato il viaggio e così via — mi ha fatto mettere in ginocchio davanti a una piccola icona della Vergine, in un angolo della sua semplice stanza, e abbiamo recitato insieme «Ave o Maria, piena di grazia, il Signore è con te …». Poi, niente dibattiti teologici, come quelli che io conoscevo bene, essendo stato docente di teologia. Fratel Roger ha solamente espresso la sua gioia, che gli veniva dal profondo del cuore, perché un nuovo vescovo-neonato, quale io ero allora, era arrivato e, come ogni neonato, era un speranza. Nutriva la speranza che con quel neonato si potesse procedere insieme sul cammino della riconciliazione dei cristiani e costruire una Chiesa povera per i poveri, una casa comune di tutti i cristiani e un segno di solidarietà e di pace nel nostro mondo tormentato.
Quell’incontro è stato per me una profonda esperienza spirituale. Quello che avevo incontrato non era un teologo di professione, non era un docente titolare di cattedra o d’ufficio, che viveva nella sua biblioteca e studiava vecchi manoscritti, ma era ugualmente un vero teologo, vale a dire qualcuno che sa parlare di Dio. Sapeva parlare di Dio in modo esistenziale. Era un teologo in ginocchio, un teologo che nel silenzio ascoltava ciò che lo Spirito voleva dirgli, un teologo che viveva quello che diceva ed era sul cammino che portava verso la speranza, verso una visione della riconciliazione dei cristiani e della pace nel mondo. In poche parole: un teologo che viveva di una profonda esperienza spirituale che aveva già cominciato a diffondere in Francia, in Germania, in Italia e nel mondo intero, e che faceva germogliare e crescere ovunque una forma di Chiesa giovane e rinnovata, una Chiesa del futuro, di cui noi ora vediamo solo i primi contorni.
Dietro il percorso di fratel Roger, che è già diventato il percorso di molti altri, si trova l’idea che era stata formulata da Giovanni XXIII nel suo famoso discorso di apertura del concilio Vaticano II. Nel suo discorso il Papa delineava il proprio programma ecumenico, che è diventato fondamentale per fratel Roger. Il Papa diceva: «La Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore». In precedenza, nell’annunciare il concilio, aveva già dichiarato: «Non faremo un processo storico, non cercheremo di sapere chi ha avuto torto e chi ragione. Le responsabilità sono di tutti. Diremo semplicemente: riconciliamoci».
Fratel Roger parla di questo metodo della misericordia in un capitolo, intitolato proprio Misericordia, nella sua Regola per la comunità di Taizé. Dice: «Il peccato di un membro segna tutto il corpo, ma il perdono di Dio reintegra nella comunità». Questa frase sulla misericordia tra i fratelli della comunità si applica in modo analogo al rapporto tra le Chiese. È il rimedio della misericordia e del perdono, e non quello della severità, a guarire le ferite della separazione. La misericordia non è una grazia a buon mercato. La misericordia è l’espressione dell’identità e della fedeltà di Dio a se stesso; perciò non annulla né sopprime l’identità della Chiesa ma è il sigillo della sua identità. Solo una Chiesa misericordiosa, una Chiesa che non è esclusiva e che non esclude nessuno è una Chiesa identica a se stessa, e identica alla sua missione di essere lo strumento di Dio per dare nuova fiducia a noi tutti.
Sono convinto che fratel Roger, con il metodo della misericordia e con il consenso dei due santi papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, abbia aperto una porta, la Porta santa della misericordia. Come Papa Francesco, voleva una Chiesa aperta e accogliente, che non escludesse alcuna persona di buona volontà. Ognuno è il benvenuto senza dover rompere con nessuno. Ciò infonde in noi nuova speranza.
A dieci anni dalla sua morte, abbiamo tutte le ragioni per esprimere la nostra gratitudine profonda a Dio per averci fatto il dono di fratel Roger, e siamo invitati a continuare il suo percorso.

L'Osservatore Romano, 6 settembre 2015