L'Udienza generale di Papa Francesco: "Penso a quanto è importante educare i figli fin da piccoli alla solidarietà nel tempo della malattia. Un’educazione che tiene al riparo dalla sensibilità per la malattia umana, inaridisce il cuore"
(a cura Redazione "Il sismografo")
- Testo dell'allocuzione del Papa - (Catechesi N° 21)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
continuiamo con le catechesi sulla famiglia, e in questa catechesi
vorrei toccare un aspetto molto comune nella vita delle nostre famiglie,
quello della malattia. E’ un’esperienza della nostra fragilità, che
viviamo per lo più in famiglia, fin da bambini, e poi soprattutto da
anziani, quando arrivano gli acciacchi. Nell’ambito dei legami
familiari, la malattia delle persone cui vogliamo bene è patita con un
“di più” di sofferenza e di angoscia. E’ l’amore che ci fa sentire
questo “di più”. Tante volte per un padre e una madre, è più difficile
sopportare il male di un figlio, di una figlia, che non il proprio. La
famiglia, possiamo dire, è stata da sempre l’“ospedale” più vicino.
Ancora oggi, in tante parti del mondo, l’ospedale è un privilegio per
pochi, e spesso è lontano. Sono la mamma, il papà, i fratelli, le
sorelle, le nonne che garantiscono le cure e aiutano a guarire.
Nei Vangeli, molte pagine raccontano gli incontri di Gesù con i
malati e il suo impegno a guarirli. Egli si presenta pubblicamente come
uno che lotta contro la malattia e che è venuto per guarire l’uomo da
ogni male: il male dello spirito e il male del corpo. E’ davvero
commovente la scena evangelica appena accennata dal Vangelo di Marco.
Dice cosi: «Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano
tutti i malati e gli indemoniati» (1,29). Se penso alle grandi città
contemporanee, mi chiedo dove sono le porte davanti a cui portare i
malati sperando che vengano guariti! Gesù non si è mai sottratto alla
loro cura. Non è mai passato oltre, non ha mai voltato la faccia da
un’altra parte. E quando un padre o una madre, oppure anche
semplicemente persone amiche gli portavano davanti un malato perché lo
toccasse e lo guarisse, non metteva tempo in mezzo; la guarigione veniva
prima della legge, anche di quella così sacra come il riposo del sabato
(cfr Mc 3,1-6). I dottori della legge rimproveravano Gesù perché
guariva il sabato, faceva il bene il sabato. Ma l’amore di Gesù era
dare la salute, fare il bene: e questo va sempre al primo posto!
Gesù manda i discepoli a compiere la sua stessa opera e dona loro il
potere di guarire, ossia di avvicinarsi ai malati e di prendersene cura
fino in fondo (cfr Mt 10,1). Dobbiamo tener bene a mente quel che disse ai discepoli nell’episodio del cieco nato (Gv
9,1-5). I discepoli – con il cieco lì davanti! – discutevano su chi
avesse peccato, perché era nato cieco, lui o i suoi genitori, per
provocare la sua cecità. Il Signore disse chiaramente: né lui, né i suoi
genitori; è così perché si manifestino in lui le opere di Dio. E lo
guarì. Ecco la gloria di Dio! Ecco il compito della Chiesa! Aiutare i
malati, non perdersi in chiacchiere, aiutare sempre, consolare,
sollevare, essere vicino ai malati; è questo il compito.
La Chiesa invita alla preghiera continua per i propri cari colpiti
dal male. La preghiera per i malati non deve mai mancare. Anzi dobbiamo
pregare di più, sia personalmente sia in comunità. Pensiamo all’episodio
evangelico della donna Cananea (cfr Mt 15,21-28). E’ una donna
pagana, non è del popolo di Israele, ma una pagana che supplica Gesù di
guarire la figlia. Gesù, per mettere alla prova la sua fede, dapprima
risponde duramente: “Non posso, devo pensare prima alle pecore di
Israele”. La donna non recede – una mamma, quando chiede aiuto per la
sua creatura, non cede mai; tutti sappiamo che le mamme lottano per i
figli – e risponde: “Anche ai cagnolini, quando i padroni si sono
sfamati, si dà qualcosa!”, come per dire: “Almeno trattami come una
cagnolina!”. Allora Gesù le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga
per te come desideri» (v. 28).
Di fronte alla malattia, anche in famiglia sorgono difficoltà, a
causa della debolezza umana. Ma, in genere, il tempo della malattia fa
crescere la forza dei legami familiari. E penso a quanto è importante
educare i figli fin da piccoli alla solidarietà nel tempo della
malattia. Un’educazione che tiene al riparo dalla sensibilità per la
malattia umana, inaridisce il cuore. E fa sì che i ragazzi siano
“anestetizzati” verso la sofferenza altrui, incapaci di confrontarsi con
la sofferenza e di vivere l’esperienza del limite. Quante volte noi
vediamo arrivare a lavoro un uomo, una donna con una faccia stanca, con
un atteggiamento stanco e quando gli si chiede “Che cosa succede?”,
risponde: “ Ho dormito soltanto due ore perché a casa facciamo il turno
per essere vicino al bimbo, alla bimba, al malato, al nonno, alla
nonna”. E la giornata continua con il lavoro. Queste cose sono eroiche,
sono l’eroicità delle famiglie! Quelle eroicità nascoste che si fanno
con tenerezza e con coraggio quando in casa c’è qualcuno ammalato.
La debolezza e la sofferenza dei nostri affetti più cari e più sacri,
possono essere, per i nostri figli e i nostri nipoti, una scuola di
vita - è importante educare i figli, i nipoti a capire questa vicinanza
nella malattia in famiglia - e lo diventano quando i momenti della
malattia sono accompagnati dalla preghiera e dalla vicinanza affettuosa e
premurosa dei familiari. La comunità cristiana sa bene che la famiglia,
nella prova della malattia, non va lasciata sola. E dobbiamo dire
grazie al Signore per quelle belle esperienze di fraternità ecclesiale
che aiutano le famiglie ad attraversare il difficile momento del dolore e
della sofferenza. Questa vicinanza cristiana, da famiglia a famiglia, è
un vero tesoro per la parrocchia; un tesoro di sapienza, che aiuta le
famiglie nei momenti difficili e fa capire il Regno di Dio meglio di
tanti discorsi! Sono carezze di Dio.

