mercoledì 3 giugno 2015

L'Osservatore Romano
(Felice Acrocca) La notizia della morte di Edith Pásztor ha risvegliato in me — e credo in molti altri ancora — la nostalgia degli anni, ormai lontani, dell’università, durante i quali la sua docenza ha inciso in modo marcata. Ungherese di origine (era nata a Budapest nel 1925), la studiosa viveva in Italia sin dal lontano 1946. A Budapest aveva già frequentato i corsi universitari, ma si era laureata infine a Roma con Raffaello Morghen e Federico Chabod. Si inserì quindi, a pieno titolo e senza timori reverenziali, nel cosiddetto Seminario del martedì, che si teneva presso l’Istituto storico italiano per il medioevo ed era stato ideato dallo stesso Morghen quale ausilio per gli allievi della Scuola storica nazionale e dei suoi laureati e laureandi.
Ludovico Gatto ha divulgato, a questo proposito, un particolare interessante, che mostra il carattere e la sicurezza nelle proprie convinzioni subito messi in luce dalla giovane studiosa: secondo la sua testimonianza, proprio durante quelle riunioni, nel corso dell’anno 1951-1952, Pásztor «teneva gagliardamente testa a Frugoni» e quando si trattò di definire il titolo per la sua ricerca su Ludovico d’Angiò, «ella si mostrò cortesemente ma fermamente poco convinta sull’opportunità di possibili titoli a effetto; si raggiunse pertanto un compromesso che fu appunto Per la storia di san Ludovico d’Angiò».
Si dovette tuttavia attendere qualche anno ancora perché la ricerca vedesse infine la luce: fu pubblicata infatti nel 1955, nei prestigiosi «Studi storici dell’Istituto», collana nella quale comparvero anche altre originali ricerche che hanno segnato profondamente la medievistica del secondo Novecento. Nello stesso anno, sull’autorevole periodico Archivum Franciscanum Historicum, ella pubblicò gli atti del processo di fra Andrea da Gagliano, segno evidente che l’interesse per i francescani spirituali e il loro desiderio di una ecclesia spiritualis era ormai ben radicato nell’animo della studiosa: interesse che, nel corso del tempo, l’avrebbe condotta a produrre studi impegnati e preziosi.
In quegli anni s’era peraltro già consolidato il sodalizio intellettuale che avrebbe strettamente legato Pásztor a Raoul Manselli. Entrambi gli studiosi dedicarono a queste ricerche sulla corrente degli spirituali — così come alla storia di Francesco d’Assisi e allo studio delle primitive fonti francescane — lunghi decenni, pur coltivando anche altri settori specifici, ai quali impressero ognuno un timbro inconfondibile.
In diversi altri settori, infatti, ella ha dato contributi essenziali, indagando con acume e sagacia su molteplici aspetti della storia della Chiesa in epoca medievale. Si pensi, ad esempio, alla storia di Francesco e ai problemi nodali della “questione francescana”, alla storia del cardinalato, della cancelleria pontificia o a molteplici questioni connesse ai temi della religiosità femminile. Gli studi dedicati alla storia del francescanesimo medievale (agli spirituali in modo particolare, ma non solo a essi) sono stati il primo campo di ricerca della studiosa e uno di quelli più costantemente seguiti nel tempo; i lavori su Francesco e la “questione francescana” o sulla religiosità femminile hanno finito invece per concentrarsi in un ambito cronologico molto più circoscritto. Ma anche altri campi ancora sono stati da lei arati con solerzia, che a più riprese ritornò, ad esempio, su un personaggio non secondario dell’età gregoriana quale Anselmo da Lucca.
Sul finire degli anni Cinquanta, gli interessi e le ricerche di Pásztor convergevano dunque sugli spirituali francescani, sui loro avversari e sostenitori. Ed erano ricerche di prima mano, condotte principalmente su documenti inediti, che ella veniva pian piano allargando, in sinergia con Raoul Manselli. Studi attenti, meticolosi, che partivano dalle fonti, vagliavano e discutevano attentamente la produzione storiografica sull’argomento, per poi tornare ancora alle fonti, le uniche che consentivano di dire una parola sicura sull’argomento. Un’impostazione alla quale Pásztor rimarrà fedele nel tempo, così come sostanzialmente immutati permarranno alcuni punti di forza della sua lettura degli eventi, concordanti con la visione di Manselli, che in qualche modo recepivano l’influsso di Morghen.
Con una nota caratterizzante, però, in Pásztor, che alla propria sensibilità filologica e storica, sempre sorretta da un’autentica passione religiosa, ha unito una conoscenza straordinaria della storia della Curia romana, soprattutto della cancelleria pontificia nel medioevo, patrimonio che ha messo sapientemente a frutto nei suoi studi di storia francescana.
Rigore e impegno non diminuivano in sede di discussione storiografica. Chi legge con attenzione le sue recensioni — lavoro a cui dedicò molte energie, soprattutto dalla metà degli anni Sessanta ai primi anni Settanta, in maniera particolare per la rivista Studi Medievali —, può rendersi conto che gli interventi di Pásztor non sono mai stati superficiali, mai di maniera. Sinceri sempre, senza sconti per nessuno, spesso veri e propri saggi. Peraltro, è specialmente in questi interventi che la studiosa esplicitò uno dei tratti forti della propria metodologia d’indagine: prediligeva infatti — e se ne rendevano subito conto quanti, come me, ascoltavano le sue lezioni sui banchi dell’università — un approccio problematico alle fonti, disdegnando di limitarsi all’aspetto meramente descrittivo.
Edith Pásztor ha impresso la sua orma, nitida e profonda, nella medievistica italiana e internazionale del secondo Novecento. Ha saputo, inoltre, avviare a quegli stessi studi una schiera nutrita di allievi. L’aula universitaria era l’officina dove insegnava il mestiere dello storico ai giovani apprendisti, trasmettendo loro non tanto nuove nozioni quanto piuttosto il metodo di lavoro. Per questo le sue lezioni erano affascinanti e chi, come me, ha avuto il privilegio di prendervi parte ne porta impresso, dopo tanti anni, il ricordo vivissimo e ne rivanga la memoria con tanta gratitudine.
Plauso dell’episcopato degli Stati Uniti per l’abolizione della pena di morte in Nebraska
Sempre dalla parte della vita
WASHINGTON, 2. «Un ulteriore passo verso la costruzione della cultura della vita». Così il presidente della commissione per la giustizia e lo sviluppo umano della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb), l’arcivescovo di Miami Thomas Gerard Wenski, ha salutato con soddisfazione l’abolizione della pena di morte nello Stato del Nebraska. Il provvedimento è stato approvato dal Congresso locale il 29 maggio scorso, superando il veto opposto dal Governatore, il repubblicano Pete Ricketts.
Con questo voto sono ormai diciannove gli Stati americani ad avere abolito la pena capitale. Il Nebraska è il secondo Stato governato dai repubblicani a prendere questa decisione dopo il North Dakota (1979).
L’arcivescovo di Miami si è felicitato per questa decisione con i membri del Congresso, con la Conferenza episcopale del Nebraska e con tutti coloro che si sono impegnati in questa battaglia, senza dimenticare i familiari delle vittime di crimini violenti. «Anche se cerchiamo giustizia per questi gravi delitti — ha spiegato il presidente della commissione episcopale per la giustizia e lo sviluppo umano — la nostra fede esige che chiediamo di costruire una cultura in cui ogni vita umana ha valore. Siamo persone di profonda speranza, anche per le anime più perdute. Continuiamo a dire che non possiamo insegnare, uccidendo, che uccidere è sbagliato».
Da quando, nel 1976, la pena capitale è stata reintrodotta negli Stati Uniti dalla Corte Suprema, i vescovi sono intervenuti ripetutamente per chiederne l’abolizione nei trentuno Stati dove è ancora applicata. Oltre che al magistero della Chiesa sulla sacralità della vita umana, i presuli fanno ricorso nelle loro argomentazioni anche alla constatazione della sua inefficacia come deterrente al crimine.
L’ultima esecuzione nello Stato del Nebraska risaliva al 1997. Attualmente vi sono dieci condannati nel braccio della morte, la cui pena verrà quindi commutata nell’ergastolo. L’abolizione della pena capitale era stata inizialmente approvata dal Congresso la settimana scorsa, con trentadue voti su quarantanove. Ma il governatore repubblicano, Pete Ricketts, aveva posto il veto, parlando di provvedimento «crudele» verso i parenti delle vittime. Malgrado il forte impegno personale del governatore, il suo veto è stato però superato con la soglia minima di trenta voti, fra i quali molti raccolti anche fra i repubblicani. Tra le motivazioni che hanno spinto questi ultimi a esprimersi in questo senso, anche l’attiva campagna dei presuli degli Stati Uniti.
L'Osservatore Romano, 3 giugno 2015.