venerdì 3 aprile 2015

(Manuel Nin) Due inni di Efrem il Siro, sulla crocifissione e il secondo sulla risurrezione di Cristo, ci aiutano a entrare nei misteri che celebriamo in questi giorni santi. Il primo contempla il cenacolo, luogo che diventa prefigurazione della Chiesa stessa nella sua celebrazione dei misteri, e il secondo presenta la Chiesa della terra e quella del cielo unite nella lode al Signore.Il cenacolo, luogo dell’ultima cena di Cristo con i discepoli, viene quasi personificato ed è visto dal poeta già come vera e propria Chiesa che celebra i sacramenti, luogo del servizio: «Beato sei tu, luogo, perché furono inviati due suoi discepoli e vennero a prepararti per la sua cena. Si era scelto la purezza, e in te la vide, si era scelto la santità, e dentro di te la trovò. Alla tua fedeltà diede abbondantemente la sua benedizione, dono per il tuo servizio. Beato sei tu, luogo del giusto, poiché in te il Signore nostro ha spezzato il proprio corpo. Un piccolo luogo fu specchio di tutta la creazione riempita da lui. La grande alleanza uscì da una piccola dimora e riempì la terra».
Luogo del dono del corpo e del sangue di Cristo, il cenacolo è il luogo dove Gesù stesso diventa sacerdote e vittima: «Beato sei tu, luogo. Di ciò che avvenne in te tutta la creazione è piena, ed è troppo piccola. Beata la tua dimora, nella quale fu spezzato quel pane dal covone benedetto. In te fu spremuto il grappolo venuto da Maria, calice della salvezza, il nostro Signore che in te si fece vero altare, sacerdote, pane e calice della salvezza, altare e agnello, sacrificio e sacrificatore, sacerdote e cibo».
Più avanti il cenacolo viene presentato come luogo della lavanda dei piedi, ed Efrem la collega con l’accoglienza di Abramo ai tre personaggi (chiamati da Efrem «vigilanti», che in siriaco significa anche «angeli») sotto la quercia di Mamre. La grandezza della teofania veterotestamentaria viene messa di fronte a quella del figlio nel lavare i piedi, e lavarli anche al traditore: «Come in te, apparve anche ad Abramo mentre portava il vitello ai vigilanti. I serafini fremettero vedendo il figlio che, cinto ai fianchi un lino, lavava nel catino i piedi, la sozzura del ladro che lo avrebbe consegnato». Lavanda che è presentata da Efrem come una nuova creazione, il battesimo dei dodici: «Nostro Signore purificò il corpo dei fratelli nel catino che è simbolo della concordia. Nel ventre delle acque Cristo ci ha formati nuovamente. Non siamo membra divise che non si accorgono di lottare contro il proprio amore!».
Nel secondo inno sulla risurrezione, Efrem descrive la gioia pasquale, presentata come una grande liturgia di tutta la creazione, che accomuna il cielo e la terra. E inizia con un riferimento al luogo centrale della croce che riapre il paradiso, da dove sgorga la lode di tutta la creazione: «E la chiave fu per me la tua croce, fu essa ad aprire il paradiso. Dal giardino portai, raccolsi e recai dal paradiso fiori sparsi durante la tua festa, negli inni, sull’umanità». Tutta la creazione quindi, nella festa di Pasqua, innalza la lode a Dio, ed Efrem elenca tutti coloro che lodano il Signore redentore, a cominciare da coloro che fanno parte della liturgia della terra: «Ecco la festa gioiosa che è tutta bocche e lingue. Donne e uomini casti furono trombe e corni. Bambini e bambine furono in essa arpe e cetre».
Il poeta inserisce in questa lode liturgica anche l’immagine dell’arca e quella che si potrebbe quasi chiamare la liturgia degli animali, raccolti per coppie con le loro voci concordi: «Nell’arca risuonarono similmente tutte le voci da tutte le bocche. Fuori flutti terribili, dentro di essa voci deliziose. Le lingue, a due a due, modulavano in essa concordi, in purezza, ed erano prefigurazione della nostra festa ove uomini e donne vergini hanno cantato il gloria al Signore dell’arca». Questa dimensione di lode liturgica procede nell’inno con una descrizione della liturgia celebrata nella settimana santa.
Qui Efrem presenta tutta la gerarchia, quella della terra e quella del cielo: «Il grande pastore vi intrecci come suoi fiori le sue interpretazioni, i presbiteri le loro buone opere, i diaconi le loro letture, i giovani i loro alleluia, i bimbi i loro salmi, le donne caste i loro inni, i semplici fedeli la loro condotta». In questa strofa è descritto il ruolo di ognuno: il vescovo («grande pastore») che spiega la Scrittura, i sacerdoti nel loro operare, i diaconi che proclamano la Parola, i giovani come cantori e salmisti, i fedeli nel vivere come cristiani, ai quali si aggiungono «martiri, apostoli e profeti, i cui fiori sono come loro e incoronano la nostra bella festa».
L’inno si conclude con una preghiera per i cristiani ovunque perseguitati e martoriati, allora e oggi: «Accetta, nostro re, la nostra offerta e dacci in cambio la salvezza. Pacifica le terre devastate, edifica le chiese incendiate affinché, quando vi sarà pace grande, una gran corona possiamo intrecciarti di fiori provenienti da ogni parte, perché sia incoronato il Signore della pace. Benedetto colui che agì e può agire!».
L'Osservatore Romano, 4 aprile 2015.