lunedì 16 marzo 2015

Uruguay
Parla il cardinale arcivescovo di Montevideo Sturla Berhouet. Così la gente ci ascolta
L'Osservatore Romano
La gente ascolta sempre la Chiesa quando non parla da una cattedra ma si pone come un soggetto fra i tanti della società plurale. È una cosa che deve imparare a fare sempre più spesso. In una recente intervista al settimanale spagnolo «Vida Nueva», l’arcivescovo di Montevideo, Daniel Fernando Sturla Berhouet, salesiano, creato cardinale nel concistoro del 14 febbraio scorso, parla della realtà che più conosce, quella dell’Uruguay, reduce da «cento anni di duro laicismo».
In Uruguay i processi di secolarizzazione, a differenza di altri Paesi americani dove hanno riguardato soprattutto l’élite intellettuale ed economica, hanno raggiunto la popolazione in modo forte e profondo. In tale contesto la Chiesa, che non ha alcun aiuto statale, deve far udire il proprio pensiero, «consapevole di essere voce cristiana in una società plurale».
Povertà e libertà sono le parole-chiave per capire la Chiesa rappresentata dall’arcivescovo Sturla Berhouet e per comprendere anche la scelta del Papa di farlo cardinale. Forse, spiega nell’intervista, «un riconoscimento alla Chiesa uruguaiana» che Francesco «conosce e apprezza per la vicinanza tra Argentina e Uruguay». Ricorda la modestia, l’austerità dei sacerdoti, «ai quali a volte non bastano i soldi per mantenere né la parrocchia né se stessi».
L’Uruguay, col tempo, è passato da un laicismo combattivo a una laicità positiva — per usare un termine caro a Benedetto XVI — grazie anche ai due viaggi di Giovanni Paolo II, nel 1987 e nel 1988, in un momento delicato per la raggiunta democrazia.
La Chiesa ha dato il suo prezioso contributo, soprattutto nel campo educativo. Il cardinale Sturla Berhouet si sofferma sul progetto «Liceo Jubilar», a favore dei ragazzi più bisognosi, adolescenti cresciuti in contesti critici. Un successo talmente evidente che «la nuova ministra dell’Istruzione, che non è cattolica, ha detto che le piacerebbe impiantare questo modello, soprattutto pensando ai più sfavoriti».
La voce dei vescovi è sempre più ascoltata, forse come non mai, nel Paese: «Un’evoluzione con la quale l’effetto-Francesco ha molto a che vedere», dice il cardinale.
C’è poi il carisma salesiano. Sturla Berhouet ne parla approfonditamente in un’altra intervista, pubblicata nel numero di marzo de «Il bollettino salesiano». Don Bosco mandò i primi salesiani in Uruguay nel 1876 e «da subito il carisma salesiano e l’Uruguay si capirono perfettamente», dando e ricevendo molte vocazioni, tanti e validi missionari. Oggi la congregazione, anche se è diminuito il numero dei confratelli, «continua a lavorare in modo rimarchevole nel campo dell’educazione, con opere scolastiche, parrocchiali e sociali considerate “di punta”». Oltre al «Liceo Jubilar» c’è la «Fundación para la educación católica» che cerca di riunire i centri educativi di quartiere, le scuole parrocchiali e le varie scuole in cui è necessario avere una chiara identità cattolica e affinché siano al servizio dei ragazzi più poveri. «È un modo — conclude il porporato — per evitare la chiusura delle scuole cattoliche, che si fa impellente a causa della diminuzione del numero dei religiosi».
L'Osservatore Romano, 17 marzo 2015